Biografie e femminismo (6)

«Immaginiamo cosa sarebbe successo se Virginia Woolf avesse avuto un fratello, poniamo chiamato Davide, meravigliosamente dotato. Davide era un ragazzo avventuroso, creativo e desideroso di vedere il mondo tanto quanto la sorella. Voleva studiare e formarsi, vivere la gioventù in maniera festiva e leggera, avere una fidanzata, farsi una famiglia, ma a 17 anni fu richiamato alle armi per andare a combattere la prima guerra mondiale. Per le strade le donne lo insultavano perché non si era ancora arruolato e gli buttavano piume bianche in segno di disprezzo. Furono sua sorella, Virginia, e sua madre a congedarlo sui binari dei treni, pieni di donne che, come loro, cantavano e sventolavano bandiere patrie. In trincea Davide patì il freddo e l’umidità, oltre al terrore della morte. Fu colpito dalla febbre putrida, dal tifo esantematico o petecchiale, dalla dissenteria bacillare, e da altri morbi che lo prostrarono. Per causa dei geloni subì l’amputazione di due dita nella mano e tre nei piedi che però non decretarono il suo congedo. Nel frattempo Virginia, a casa, studiava latino, leggeva Virgilio e Orazio, si intratteneva con le amiche e andava ai concerti. Davide, in uno dei tanti attacchi suicidi sul fronte, bruciò i polmoni con il gas e pestò una mina, gli dovettero amputare una gamba; ritornò in Inghilterra fisicamente menomato e distrutto psicologicamente, tanto da rinchiuderlo in una specie di manicomio dove morì da lì a poco. Virginia, al contrario, poté formare una famiglia e dedicarsi alla stessa passione che aveva da piccolo suo fratello, la scrittura, scrivendo un libro famoso, Un stanza tutta per sé, dove narra la storia di Judith, l’immaginaria sorella di Shakespeare».

La storia di Davide, lo sfortunato immaginario fratello di Virginia Woolf, non deve necessariamente trascorrere in questo modo. Potrebbe essere stato mandato a lavorare in miniera a 12 anni, costretto a sostenere l’economia familiare, e successivamente essere deceduto nel crollo di una galleria o affetto di silicosi; o potrebbe essere stato incarcerato e torturato per la sua condizione di omosessuale, mentre la sua sorella godeva senza grossi impicci del amore lesbico della sua amante, Vita Sackville-West. La morale di questa, o di altre storie simili, è che le difficoltà della vita non risparmiano nessuno, senza distinzione di sesso. Tanto la storia di Judith come la storia di Davide sono parimenti plausibili, e ciò ci riporta di nuovo a interrogarci sulla parzialità del racconto femminista e, di conseguenza, sulla mancanza di empatia per la sofferenza maschile: perché far finta che esista soltanto un racconto e ignorare l’altro? Perché propagandare nei media il racconto di Judith come l’unica sofferenza esistente? Perché insegnare agli adolescenti, nelle scuole, la storia di Judith e non quella di Davide, o di Jonathan, o di Carlo, o di Tobia? Così facendo si fa solo indottrinamento, lavaggio di cervello alle nuove generazioni. Una verità parziale è sempre una grande bugia.

Virginia Woolf
Virginia Woolf

L’esecrabile codardia maschile.

Mettendo a confronto Shakespeare e la sorella immaginaria sconosciuta, Judith, Virginia Woolf vuole denunciare il patriarcato e la discriminazione che subiscono le donne. Non si rende conto l’autrice di quanto la sua stessa vita smentisca il suo racconto. Anche Virginia Woolf, come Shakespeare e moltissimi altri personaggi illustri del passato, ha avuto fratelli e sorelle. Viginia Woolf è stata in vita una scrittrice di successo, entrata nel pantheon delle figure tramandate alla posterità. Qualcuno mi sa dire come si chiamano i suoi fratelli? Se per l’autrice la celebrità di Shakespeare e l’anonimato della sorella sono la dimostrazione dell’esistenza del patriarcato, la celebrità di Virginia e l’anonimato dei fratelli non dovrebbero essere la dimostrazione dell’esistenza di un “matriarcato”? Perché lei rimprovera Shakespeare di quello che lei stessa incarna? Per la precisione, ebbe una sorella e due fratelli (Julian e Adrian), due sorellastre e due fratellastri (George e Gerald). Il fatto che Julian, Adrian, George e Gerald non abbiano mai raggiunto la sua notorietà non desta in lei alcun sospetto, né merita da parte sua alcuna denuncia. Ho già criticato aspramente in altri interventi precedenti (1, 2, 3) le opinioni e il comportamento di Virginia Woolf, la parzialità del suo giudizio, a mio avviso moralmente riprovevole. Trovo addirittura miserabile, come ho affermato in un intervento precedente, servirsi di una tragedia che colpisce in maniera predominante gli uomini, come è quella del suicidio, per vittimizzare le donne e colpevolizzare gli uomini, come fa la scrittrice nel suo racconto. Non giudico i suoi meriti letterari, non sono un critico letterario, giudico le sue idee femministe. Volente o nolente oggigiorno Virginia Woolf è diventata un totem femminista, elogiata anche per la sua moralità, riferimento e modello per le future generazioni di donne. Il femminismo sarebbe l’ideologia del bene, dunque le sue rappresentanti rasentano la perfezione, una perfezione che, in Virginia Woolf e nelle altre adepte del movimento, dista molto dall’essere tale: giudizio parziale, vita mondana, mancanza di empatia per la sofferenza maschile.

Pur essendo esseri umani accomunati da un destino e da pene e tormenti comuni, uomini e donne siamo anche esseri essenzialmente diversi, con percezione, sensibilità e problematiche diverse. Il femminismo si è eretto come l’unico pulpito moralmente legittimato per indottrinare il mondo, investendo di dignità soltanto le sofferenze femminili e ignorando quelle maschili. Oggigiorno la società occidentale è stata sensibilizzata fino alla sazietà del “doppio standard sessuale”, ma sul “doppio standard in guerra” le femministe non ne parlano, non è un problema loro. Ammesso e non concesso che nella storia dell’umanità sia mai esistito un doppio standard sessuale – che non sia stato dovuto alla biologia –, il femminismo dovrebbe onestamente riconoscere che è esistito un doppio standard di giudizio che riguarda l’azione e il coraggio. Quante donne nella storia dell’umanità sono state punite, giustiziate e/o fucilate per codardia, per tradimento o per diserzione? Ed ecco l’ennesima asimmetria storica. Alle donne non solo è permesso di essere codarde, senza vergognarsi, le donne pretendono che gli uomini siano coraggiosi. La codardia per l’uomo rappresenta la sua morte sociale, agli occhi di tutti, anche delle donne. Agli stessi occhi la vigliaccheria della donna non sminuisce invece il suo valore né la sua dignità come persona. La guerra dunque è sentita e vissuta necessariamente in maniera diversa, Judith non può sentire né essere condizionata dalla guerra allo stesso modo di Davide.


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Frank Sinatra
Frank Sinatra negli anni ’40.

Il doppio standard storico.

La società non accetta gli imboscati maschi. Frank Sinatra non andò in guerra, evitò l’arruolamento grazie a un test psicologico che non superò. Ma una motivazione simile non era accettabile, non vendeva. Si dovette creare una versione ufficiale, alternativa: era stato rifiutato per causa di una perforazione al timpano avvenuta alla sua nascita. In che modo Frank Sinatra ha vissuto per anni la sua scelta, con la paura che prima o poi la verità venisse a galla, con il conseguente disprezzo sociale? E le donne? Vivevano loro la stessa angoscia durante la guerra? Il 12 ottobre 1944, in piena guerra, Frank Sinatra si esibì nel teatro Paramount. Per tre giorni le biglietterie appesero “sold out”, mentre trentamila (30.000!) fan senza biglietto affollavano le strade circondanti nel tentativo di entrare. Mentre i loro coetanei maschi si trovavano al fronte, le giovane donne, vittime “schiave” del Patriarcato, andavano a venerare il loro divo. Il coraggio o la codardia di queste giovani donne erano per loro, ma anche per il resto della società, in piena guerra, l’ultima delle preoccupazioni. Nel 1950 Frank Sinatra annunciò a sua moglie che voleva il divorzio. Frank aveva una relazione adulterina con l’attrice Ava Gardner. La moglie non lo prese bene e lo schiaffeggiò in pubblico. A quanto pare, schiaffeggiare gli uomini è permesso alle donne, ennesima asimmetria storica. Dopodiché lei gli fece una bella causa, per il “dovuto” risarcimento economico che segue un divorzio, tanto è vero che il povero di Frank dovette chiedere un prestito ad Ava Gardner per poter affrontare i suoi impegni economici. E qui, di nuovo, un’altra asimmetria per la quale di solito le donne non perdono il sonno. Chissà in che modo queste asimmetrie spezzano la serenità e condizionano la capacità creativa e produttiva degli artisti?

Fra tutte le asimmetrie storiche, la disparità di empatia per la sofferenza patita è senza dubbio quella più diffusa e agghiacciante. Senza questa disparità a danno della sofferenza maschile non esisterebbe l’ideologia femminista, né gli eserciti, né gli uomini potrebbero essere «materia prima» e «carne da cannone», come denuncia lo scrittore francese Chateaubriand, al lavoro e nei tribunali per il divorzio. Per il diritto romano, il soldato che cadeva prigioniero non solo cessava di essere considerato cittadino romano, diventava a tutti gli effetti schiavo dei suoi nemici. Nessuna considerazione. Alla donna romana veniva concesso il divorzio se il marito era prigioniero di guerra. Nessuna considerazione. Materia prima, se non serve più, l’uomo (soldato, marito) si butta via. Quante donne romane hanno protestato per quest’orribile e discriminatorio trattamento a danno dei soldati romani? Nella Storia dell’umanità la vita delle donne non è stata facile, ma lasciar intendere, come fa Virginia Woolf nel suo racconto, per omissione, che la vita degli uomini sia stata invece una passeggiata è esecrabile. Non so se l’autrice aveva in grembo qualche intenzione quando ha scelto il nome Judith (Giuditta) per la sua protagonista: Giuditta è un personaggio biblico celebre per aver ucciso Oloferne. Specularmente ho cercato di trovare il nome del mio protagonista tra quelli celebrati e tramandati alla posterità per aver ucciso una donna, ma non mi è venuto nessuno in mente. Ho scelto Davide, celebre per aver ucciso un altro uomo, Golia. Concludiamo dunque con l’ennesima asimmetria storica: nella Storia ci sono altri nomi di donne, oltre Giuditta, celebri per aver ucciso un uomo; ci sono nomi di uomini celebri per aver ucciso un altro uomo; dov’è l’elenco di nomi maschili celebri per aver ucciso una donna?

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