All’ONU, negli ultimi decenni, l’ideologia dominante ha imposto una narrazione sulla questione di genere che risulta sempre più unilaterale e distorta. Le agenzie delle Nazioni Unite, in teoria garanti dei diritti umani e della giustizia globale, hanno progressivamente adottato un paradigma centrato quasi esclusivamente sulle donne, dimenticando e persino negando le sfide e le sofferenze affrontate quotidianamente da uomini e ragazzi. Se la rivendicazione di una maggiore attenzione per le donne poteva avere senso in un’altra epoca, oggi il quadro è drasticamente cambiato: le problematiche maschili sono ignorate, minimizzate o addirittura nascoste dietro slogan che negano il diritto stesso di esistere come vittime all’interno del discorso pubblico.
La discriminazione di genere, quando riguarda gli uomini, viene sovente relegata a mera statistica o liquidata come eccezione trascurabile. Politiche, programmi e finanziamenti portati avanti dall’ONU – e in particolare da enti come UN Women, l’OMS e il Consiglio per i Diritti Umani – sono l’esempio più chiaro di come la supposta attenzione verso la parità di genere si sia tradotta, nei fatti, in una nuova forma di disparità. Basti pensare alle proteste recenti contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusata di perpetuare una visione ideologica che esclude sistematicamente gli uomini dai programmi di prevenzione, salute mentale, e lotta alle violenze domestiche.

L’agenda mondiale ONU a senso unico: le conseguenze sulla società
Questo paradigma sbilanciato si riflette su molti livelli: lasciando indietro coloro che vivono difficoltà scolastiche, discriminazioni lavorative, alienazione familiare e sofferenza psicologica, semplicemente perché sono maschi. I dati internazionali parlano chiaro: in diversi paesi, il tasso di suicidio maschile è superiore a quello femminile, l’abbandono scolastico vede gli studenti maschi primeggiare in negativo, e l’accesso alle cure psicologiche rimane gravemente sottovalutato per la componente maschile della popolazione. Questo accade mentre la macchina comunicativa internazionale continua a perpetuare una falsa equità di genere che, nei fatti, penalizza proprio chi dovrebbe essere tutelato all’interno di una società davvero equa.
Lo squilibrio introdotto dal paradigma femminista ha prodotto una serie di anomalie sociali che rendono impossibile la creazione di una reciprocità reale tra uomini e donne. Le relazioni umane, anziché crescere grazie alla collaborazione e al mutuo rispetto, vengono oggi frammentate da politiche che premiano una sola parte, colpevolizzando e marginalizzando l’altra. Per ristabilire un vero equilibrio, è necessario un ripensamento radicale dei programmi globali, a partire proprio dall’ONU: serve una riforma che non sia solo nominale, ma concreta, capace di riconoscere le sfide maschili e restituire dignità a uomini e ragazzi. L’obiettivo non è sostituire un’ingiustizia con un’altra, ma costruire una nuova mentalità fatta di rispetto, ascolto e cooperazione, dove i diritti degli uomini non siano più il grande tabù della contemporaneità, bensì la base di una società finalmente pronta ad abbracciare la vera giustizia di genere.