La vacanza agostana non cambia il copione: la narrazione dominante si ostina nel dipingere l’uomo come carnefice per definizione e la donna come eterna vittima incapace di nuocere. Ma basta scorrere la cronaca più recente per trovarsi sommersi da una raffica di episodi che smentirebbero chiunque si ostinasse a difendere questa versione da favola. A Prato, ad esempio, una donna accoltella il marito e la trama si svolge secondo copione: tre settimane di prognosi, arresti domiciliari prima, poi tutto scompare in aula quando lei si presenta come “donna in difesa dal marito violento”. Risultato? Arresti revocati e divieto di avvicinamento per lui, il solito cliché giudiziario che trasforma la vittima in colpevole (fonte). È sufficiente invertire i ruoli per scatenare i talk show e la piazza, ma se il carnefice porta la gonna, tutto si ridimensiona.
Non è certo un caso isolato: lo si è detto, la furia femminile non è andata in vacanza. In Umbria, una settantaquattrenne massacra di botte il marito mandandolo in ospedale; la nota ufficiale parla comunque di “violenza di genere” – un capolavoro di capovolgimento logico (fonte). Sardegna: altra donna, altro coltello, questa volta nessuna misura a tutela dell’uomo, nessun clamore mediatico, solo una notizia da fondo pagina (fonte). Subiaco: lui a terra nella sua pozza di sangue, lei coperta di sangue e versioni confuse; la stampa si attorciglia in un balletto di attenuanti psico-emotive (fonte). Storie che ogni volta vengono minimizzate, private della cornice emergenziale che esploderebbe in caso contrario.

Il giornalismo in vacanza: la violenza femminile mai veramente raccontata
Le varianti si moltiplicano senza sosta. In Friuli, una donna accoltella l’ex con una lama da 20 cm: ferite gravi, domiciliari lampo, subito si insinua il dubbio che lui “se la sia cercata”. In Lombardia, la “signora offesa” tenta di investire l’ex ma finisce in carcere solo per recidiva, non certo per la gravità dei fatti (fonte). A Castrocielo si ha un’anziana madre vessatrice e stalker nei confronti di figlio e nuora: si procede a tappe forzate tra braccialetto elettronico e, infine, libertà vigilata (fonte). Ci sono poi le donne truffatrici, come la giovane romena che svuota il conto a un sessantenne genovese, e la cronaca si limita a ridere del malcapitato (fonte). Ladispoli: gelosia e coltelli alla mano, la vittima – uomo – cerca addirittura di proteggere la compagna con una bugia alla polizia (fonte). La lista del periodo di vacanza si allunga: “finte escort”, banditesse improvvisate, figli malmenati e padri pensionati pestati a sangue dalle figlie (caso a San Severo). E sempre, puntuale, la minimizzazione pubblica, il pietismo sull’errore comprensibile di una donna esasperata o fragile.
La cronaca offre quadretti allarmanti ma le constatazioni sono sempre le stesse: la violenza femminile viene costantemente silenziata o folclorizzata. Quando la donna accoltella il vicino, la stampa indaga solo sulle motivazioni della vittima (fonte), mentre “furti rosa” vengono confinati a rubrica di costume e mai di criminalità (fonte). Stalking e persecuzioni verso uomini diventano accidenti di percorso buoni solo per sussurri tra cronisti (aggressione psichiatra, caso Sorrento, stalking Avezzano). Se il “gentil sesso” produce vittime maschili, la notizia trova spazio solo nella cronaca locale, senza indignazione, senza politiche di sostegno o prevenzione, senza mai mettere in discussione quell’ideologia che vede la donna solo e sempre fragile, innocua e incapace di nuocere. Anche in periodo di vacanza, gli uomini vittime restano invisibili, derisi, abbandonati sia dal sistema che dal dibattito pubblico. Persino davanti a comportamenti reiterati e clamorosi, come nel recente arresto per stalking di una donna a Mantova (fonte), il pattern resta lo stesso: minimizzazione, giustificazionismo, nessuna emergenza. Cosa aspetta la cronaca a chiamare le cose col loro nome e a mettere sotto accusa un sistema che trasforma la violenza femminile sugli uomini in un fastidio da nascondere sotto il tappeto?