Anche ad agosto la roulette russa delle false accuse ha continuato a girare. Ecco allora che se qualcuno volesse davvero scegliere una professione serena, la ginecologia italiana sarebbe tra le ultime in lista, almeno a giudicare dal clima velenoso che si respira ogni volta che un uomo si trova risucchiato nell’incubo delle aule di giustizia. Il principio ormai consolidato? Basta una parola, una “percezione” di essere vittima, nulla di concreto, e la reputazione di un uomo può essere spazzata via per sempre. Emblematico il caso del ginecologo accusato di violenza sessuale: la paziente si è “sentita vittima” e questo è bastato a far partire la macchina infernale, tra richieste di archiviazione e opposizioni senza costrutto. Anche dopo l’assoluzione, il danno è fatto, la carriera in frantumi, e nessuno restituirà mai all’uomo la calma e la dignità perdute. È la solita roulette russa delle false accuse: il tamburo gira sempre, ma il proiettile – ovvero la rovina sociale – non manca mai.
La roulette gira anche ad agosto, si è detto, e infatti il copione prosegue con una precisione chirurgica. Il caso del marito a cui, dopo una banale “incomprensione familiare“, vengono sequestrate armi e licenze solo per un’accusa senza reali fondamenta, racconta bene la deriva: la parola della donna vale più di qualsiasi indagine. Anche quando la denuncia viene ritirata, le conseguenze rimangono sulle spalle dell’uomo. Lo stesso pattern ritorna in ogni tribunale: denuncia, stigma sociale, provvedimenti immediati, reputazione demolita, nessuna calunnia contestata all’autrice. La realtà è che oggi basta l’ombra di una diceria ispirata dalla narrazione dominante dei centri antiviolenza, dei media e dei politici al seguito (la cui malafede è già apparsa in tutta la sua evidenza sulla vicenda del “femminicidio” e dei suoi numeri ufficiali) per cancellare una vita.

Accuse a raffica e processi senza prove: una roulette russa a colpo garantito
Gira il tamburo della roulette, giriamo l’Italia e la musica non cambia. A Gela una 25enne mette alla gogna l’intera famiglia con accuse che vanno dalla pedofilia alle percosse, ma la procura smonta tutto: narrazione inverosimile, testimoni che smentiscono, giudice che archivia. Sui giornali, però, il processo agli uomini va in scena molto prima delle prove. Come nella provincia maceratese, dove un badante 67enne viene arrestato e licenziato per le accuse di una 13enne, assoluzione piena ma vita rovinata: nessuno ti restituisce lavoro o dignità. E così in Trentino, dove una lite tra vicini diventa terreno fertile per cinque uomini accusati di stalking “percepito”: altra archiviazione, altra macchia. Lo schema si ripete: accusa, gogna mediatica, provvedimenti istantanei, e la presunzione d’innocenza resta solo teoria su carta. Il mainstream vuole il colpevole: meglio sbagliare contro un uomo che rischiare di lasciarlo “impunito”.
E all’estero? Non manca la farsa. Paolo Camellini, italiano accusato di abusi dalla ex compagna keniota, quattro anni in un carcere africano, condanne in serie, assoluzione quando ormai il danno è irreparabile. Stesso film in patria: improcedibilità e assoluzioni per uomini travolti da accuse infondate di mantenimenti non pagati (qui) o presunti revenge porn smontati dalle stesse prove portate dall’accusatrice (qui). Perfino un insegnante rischia la vita per una semplice segnalazione (qui). La roulette gira e le cronache continuano: denuncia a orologeria in famiglia, processo d’appello infinito per un animatore turistico accusato senza motivo (leggi), sentenze rovesciate dopo anni di inferno per mariti accusati di violenze o minacce senza uno straccio di prova (qui). Dalle aule di giustizia alle aule scolastiche, dal letto matrimoniale al letto di contenzione, il copione è sempre lo stesso: una parola basta per distruggere la vita di un uomo. E in fondo, l’unico reato oggi davvero perseguibile sembra essere quello di essere uomini.