Nel magnifico teatro della nostra giustizia a senso unico, le calunnie diventano una “ragazzata” e si trasforma in scudo impermeabile, soprattutto se a pagare il prezzo è un uomo. Prendiamo il caso del 53enne di Latina: qui basta la parola improvvisa di una giovane – una “confessione” estemporanea di stupri e molestie mai avvenuti – per trascinare un innocente fra le braccia dell’inferno giudiziario. E quando la stessa sedicente vittima, stanca della farsa, va in aula e ammette di aver mentito (perché privata di una vacanza), il colpo di scena è servito: “mi pento, ho fatto una sciocchezza”. Una sciocchezza… come rubare le sigarette dalla borsa della madre. Peccato che qui non si stia parlando di marachelle adolescenziali, ma di accuse potenzialmente letali per il destinatario.
Ed eccoci al punto: in quel gran racconto autoalimentato dove il verbo della “vittima” è legge e la voce dell’uomo puzza sempre di colpevolezza, capita l’inevitabile. Quando, finalmente, calunnie e menzogne vengono svelate, finisce tutto in barzelletta. Nessun linciaggio mediatico per la calunniatrice, nessun processo sommario sui social, nemmeno un accenno di riflessione sui danni devastanti patiti da chi è stato accusato ingiustamente. Anzi, si minimizza, si accampa la solita scusa: “altrimenti poi le donne non denunciano più”. E in un lampo la gravità della calunnia scivola via, come birilli abbattuti dal vento della retorica paludata.
Il peccato veniale delle calunnie
Questo sistema, lo sappiamo, incoraggia lo schema perfetto: chi utilizza le calunnie sa di poter quasi sempre contare sull’impunità, protetto dal tabù intoccabile che circonda ogni denuncia femminile. Intanto, agli uomini resta solo lo scomodo incarico di difendersi dalla macchina della giustizia e – ancora peggio – dal pregiudizio sociale che li pregiudica prima ancora del giudizio. Decenni di narrazioni monodirezionali hanno costruito un mondo in cui basta evocare parole magiche come stalking o molestie per vedere saltare in aria qualsiasi principio di innocenza, e chi osa dubitare viene subito bollato come complice. Il sistema giudiziario, da par suo, preferisce spesso gettare la polvere sotto il tappeto: piuttosto che indagare su calunnie conclamate, meglio archiviare, lasciando agli uomini solo le macerie della propria reputazione.
Non lamentiamoci se ormai abbiamo la società piena di uomini spezzati – colpiti da accuse tanto leggere da essere trattate come sciocchezze e poi abbandonate nello stesso modo. La sedicente vittima, in Italia, può cavarsela con un candido “mi sono sbagliata”, mentre le calunnie (e le relative false accuse) restano un miraggio nei tribunali e nella coscienza collettiva conta meno del furtarello di un adolescente. E così si va avanti, in questo miracolo italiano dove basta una parola per rovinare una vita, e ancora una parola – di pentimento – per chiudere il sipario sull’unica ingiustizia che, a quanto pare, non scandalizza più nessuno.