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La Fionda

Lupi travestiti da dottori: il business fraudolento della “medicina trans” (1)

Il business della medicina “trans” potrebbe essere finalmente vicino all’avvio di una spirale declinante. Lo segnala il fatto che è sottoposta a scrutinio crescente negli ultimi anni, da parte di una ormai lunga lista di paesi e istituzioni che stanno promuovendo indagini scientifiche sulle reali basi della teoria della “identità di genere”, e sul reale rapporto costi/benefici/effetti avversi dei trattamenti ormonali e chirurgici proposti ai soggetti cosiddetti “trans”. E, come abbiamo in più occasioni raccontato, queste indagini puntualmente convergono sulla problematicità di tali teorie e trattamenti e indicano piuttosto la necessità di un approccio differente, non “affermativo” ma più cauto ed esplorativo, per il paziente che esprime “incongruenza/disforia di genere”, compresa la possibilità di un percorso psicoterapeutico (bollato ingannevolmente come “terapia o pratica di conversione” dagli ideologi arcobaleno). Una recente inchiesta commissionata dall’HHS (l’equivalente del Ministero della Salute statunitense) conferma questo trend e, concentrandosi proprio sull’aspetto della “transizione di genere” come business, ne sottolinea gli aspetti potenzialmente fraudolenti, e il fatto che questi vanno a scapito del benessere dei pazienti, in aperta violazione del principio primum non nocere.

Il relativo report, significativamente intitolato Lupi in camice bianco, comincia evidenziando che la consuetudine di partire in automatico con la “affermazione di genere”, cioè prescrivere subito ormoni e/o interventi chirurgici di “cambio di sesso” dopo frettolose diagnosi di “disforia di genere”, avvia il paziente su un binario unidirezionale di medicalizzazione a vita che prevede esplicitamente costanti (e costose) indagini cliniche (traduzione e corsivi nostri qui e nel seguito): «Ad es. le linee-guida della Endocrine Society (2017) prescrivono, per i pazienti sotto trattamento ormonale, controlli generici ogni 3-6 mesi, prelievi ogni 6-12 mesi, e test della densità ossea ogni 1-2 anni. Analogamente, gli Standard 8 del WPATH (la gilda di professionisti del settore di cui abbiamo in più occasioni documentato la natura ideologica e politica, più che scientifica) emessi nel 2022 raccomandano controlli regolari, monitoraggio in laboratorio ogni 3 mesi per il primo anno, poi ogni 6-12 mesi, con periodiche valutazioni da parte di un team multidisciplinare. Ogni passaggio implica quote per la clinica, molteplici consulti specialistici a pagamento, e prescrizioni di trattamenti. Una volta avviato su questo percorso, il paziente dovrà sottoporsi a visite continue per decenni».

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Attivisti per “idiritti” arcobaleno in un flash-mob a Orlando (Fl)

La “medicina trans”: un affare da centinaia di milioni di dollari.

Medicinali e interventi sono molto costosi (e altrettanto redditizi per le cliniche e le industrie farmaceutiche): «La terapia con gli ormoni cross-sex implica costi annui per paziente che vanno dai 545 dollari per gli androgeni e 735 per gli estrogeni, ai 16.385 dollari per i più costosi bloccanti della pubertà. I costi totali del trattamento solo ormonale (senza interventi chirurgici) per un paziente che inizi da minorenne possono così raggiungere i 75.000 dollari. … Se consideriamo gli interventi chirurgici, i costi medi per paziente sono 53.645 dollari per una vaginoplastica e 133.911 per la falloplastica, cui vanno aggiunte alcune altre migliaia di dollari di ticket a carico del paziente; in più, molto spesso questi interventi possono richiedere ulteriori passaggi sotto i ferri per complicazioni di vario tipo, con relative ospedalizzazioni e follow-ups». Insomma, un ottimo affare, che può arrivare a fruttare milioni di dollari annui ad una singola clinica che offra questi trattamenti (alcuni esempi sono forniti nel report) e la tendenza è ancora in crescita: non sorprende quindi che ci sia chi finanzia profumatamente la propaganda arcobaleno, coordinata a livello sovranazionale, sulla “identità di genere”, su “idiritti” dei “bambini nati trans”, sul ricatto morale secondo cui se non vengono immediatamente “affermati” finiranno per uccidersi (ovviamente basato su falsità e distorsioni), sulla necessità di vietare le “atroci terapie di conversione” eccetera.

Ma c’è di più: questi servizi vengono classificati e forniti con strategie al limite del fraudolento, che spesso vengono esplicitamente suggerite dagli attivisti del settore, come ad es. abbiamo raccontato qui. Punto cruciale da comprendere: se la “identità di genere” fosse un dato empiricamente verificabile, con un test di laboratorio, basterebbe un test positivo per ottenere una diagnosi oggettiva. Essendo invece un elemento di pura auto-percezione, non è possibile attestarlo in modo oggettivo: per questa ragione, il paziente con una diagnosi legata alla “identità di genere” potrebbe incontrare ostacoli, ad es. medici che privilegiano approcci più cauti, o che dissentono sulla diagnosi, o divieti tout-court su base di decisioni politiche, eccetera. Per aggirarli, e sbloccare così senza problemi i rimborsi per le prestazioni fornite dai fondi pubblici destinati alla sanità, medici e cliniche compiacenti a volte usano codici diagnostici e procedurali (ICD e CPT, nel sistema sanitario statunitense necessari per autorizzare il rimborso) di tipo diverso.

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La Dr.sa Crystal Beal di QueerDoc (a sx)

Cliniche gender contro “supremazia bianca” e “patriarcato”.

Ad es. sono usati, soprattutto per giustificare la prescrizione di ormoni bloccanti della pubertà a minorenni, il codice relativo al “disturbo endocrino generico” oppure quello di “pubertà precoce”: fraudolenti e rischiosi perché implicano la presenza di uno squilibrio ormonale reale, un problema fisico oggettivo, per trattare il quale i conseguenti percorsi clinici sono solidamente verificati e sicuri nel loro rapporto costi/benefici, mentre in questo contesto è applicato a bambini e adolescenti fisicamente sani. Per quelli che a questo punto diranno “sono fake news, è tutta un’invenzione de ‘ledestre’ bigotte transfobbiche!”, no: esistono video e documenti che dimostrano che questa strategia è ammessa e suggerita perfino da membri del WPATH. Anche il report documenta alcuni esempi di professionisti del settore che suggeriscono esplicitamente questo uso fraudolento delle diagnosi. Ad es. la Dr.sa Crystal Beal, fondatrice di “QueerDoc“, ha pubblicamente ammesso l’utilizzo della diagnosi di “disturbo endocrino generico” per somministrare ormoni bloccanti della pubertà. QueerDoc (attualmente sotto inchiesta del Dipartimento della Giustizia proprio per queste ragioni) è un «istituto di telemedicina» privato che offre servizi e consulti online (come diagnosi, prescrizioni di medicine e trattamenti etc.) per pazienti trans «di tutte le età», «senza muoverti dal comfort di casa tua».

Esempi di tariffe: primo consulto di “gender care” per soggetti adulti 300-500 dollari; per soggetti “giovani” 400-800 dollari; visite successive dai 200 ai 500 dollari ciascuna. La descrizione (tratta dal loro sito pubblico) è praticamente una galleria degli orrori: «A QueerDoc siamo grassi, disabili, neri, marroni, poliamorosi, e molto altro. Tutti integriamo le nostre identità intersezionali con quella trans o queer. Comprendiamo l’importanza dell’intersezionalità. Il nostro team partecipa regolarmente a incontri di formazione contro i pregiudizi, fa un lavoro costante per identificare i propri pregiudizi interiorizzati e riceve ulteriori lezioni di “umiltà culturale” (“culture humility“) con formatori che dispensano la loro “esperienza vissuta”. Le nostre formazioni includono lezioni di antirazzismo, cultura indigena-queer, e anti-dimensionismo (“anti-sizeism“). Assicuriamo il nostro impegno a smantellare la supremazia bianca e il patriarcato nell’ambito clinico». Chi non si sentirebbe in una botte di ferro nell’affidarsi, o nell’affidare la propria figlia dodicenne che dice di essere “trans”, a professionisti di tal fatta?



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