Chiamare le cose con il proprio nome contribuisce a riaffermare il fatto che la dignità umana appartiene tanto agli uomini quanto alle donne. Troppo spesso, nei media e nei discorsi pubblici, ci troviamo davanti a un vero e proprio pregiudizio sistemico contro gli uomini che viene normalizzato, se non addirittura celebrato. Un fenomeno preoccupante, oggi osservabile facilmente sui social e nel dibattito mainstream, è la tendenza a etichettare e discriminare esplicitamente i maschi con stereotipi dannosi e generalizzazioni offensive. L’obiettivo ormai dichiarato non è solo la rilevazione della cosiddetta “supremazia maschile”, ma – e qui risiede un’ipocrisia imperdonabile – l’assoluzione silenziosa delle forme di vera e propria “supremazia femminile”, dove l’uomo viene denigrato o ridotto a bersaglio di scherno. Ecco perché oggi emerge la necessità di denunciare la #FemaleSupremacy, un’iniziativa per chiamare le cose col loro vero nome ogniqualvolta si presenti un atteggiamento, una dichiarazione o un contenuto discriminatorio che abbia come unico fine quello di degradare maschi e ragazzi.
La realtà è che la società accetta, persino promuove, una visione dove l’uomo diventa il capro espiatorio universale per i problemi sociali, familiari e relazionali – spesso senza alcuna base fattuale, celando il reale nome delle cose. Non basta più riconoscere le battaglie per il cosiddetto “progresso” delle donne: occorre invece difendere il diritto degli uomini a non essere additati come privilegiati per natura o come necessari sacrificabili sull’altare di una presunta uguaglianza. Troppe volte assistiamo a comportamenti che se rivolti al sesso femminile verrebbero immediatamente condannati: ad esempio articoli che etichettano gli uomini come violenti per definizione, la colpevolizzazione collettiva dei maschi per le azioni di una minoranza o la celebrazione della discriminazione contro di essi come se fosse segnale di civiltà. Stiamo vivendo un’epoca in cui l’automatismo della condanna sociale è spesso riservato ai maschi, compresi bambini e adolescenti, e tutto ciò assume la forma di una nuova forma di sessismo.

Il doppio standard che ha un nome: discriminazione anti-maschile
Se vogliamo davvero parlare di parità – parola ormai abusata e svuotata di significato dal femminismo mainstream – è necessario denunciare le storture generate dall’ideologia dominante. Il concetto di misandria è ormai evidente in molte delle dinamiche sociali più comuni: dalle narrazioni mediatiche che ridicolizzano i padri, alle politiche scolastiche che ignorano la sofferenza e i bisogni dei ragazzi, fino ad arrivare alle campagne di sensibilizzazione unilaterali che si rifiutano di riconoscere la sofferenza maschile. Non serve attivismo urlato, ma un’azione consapevole che vada a svelare quegli atteggiamenti in cui si considera la donna meritevole a prescindere e l’uomo colpevole in automatico. Chiedere rispetto per uomini e ragazzi non è un atto di sfida, ma di giustizia elementare: è ora di smantellare il doppio standard che ci ha abituato a scandalizzarci solo in una direzione.
L’hashtag #FemaleSupremacy, da usare ovunque possibile, sui social o nelle comunicazioni private, ovunque si manifesti questa forma di femminismo tossico, si propone come strumento di resistenza civile, utile non soltanto a identificare ma a chiamare pubblicamente ogni episodio di pregiudizio, ogni politica, ogni articolo o commento dove l’uomo viene degradato in base al proprio genere. In questo modo il movimento crea una barriera forte contro il dilagare di una nuova forma di discriminazione di cui troppo pochi hanno il coraggio di parlare. La parità autentica può nascere solo dal riconoscere e demolire le strutture di potere che oggi si sono trasformate in nuovi strumenti di oppressione contro il maschio. La società equilibrata e cooperativa che dobbiamo costruire deve guardare al merito, alle responsabilità e alla dignità individuale, senza accettare la criminalizzazione di un intero sesso. Solo così potremo garantire diritti, protezione e cura anche a uomini e ragazzi, e affermare una nuova cultura libera dai falsi miti imposti dall’ideologia femminista.