Qualche riflessione sparsa sul femminismo. Nella Guida per la formazione tecnica e politica per le donne del Comune di Torino (tratto da Formación y capacitación política para mujeres electas, URB-AL Red n12 “Mujer y Ciudad”, Coordinado Rosa Escapa Garrachón, Finanziato dalla Comunità Europea, 2006, a p. 307) c’è scritto: «Dobbiamo lavorare in alleanza con altre donne. Dobbiamo pensare che per il fatto di essere donne meritano il nostro appoggio». Un’asserzione simile ricorda la frase pronunciata dall’ex Segretario di Stato americano Madeleine Albright durante un comizio a sostegno della campagna presidenziale di Hillary Clinton: «c’è un posto speciale all’inferno per le donne che non si aiutano» («There’s a special place in hell for women who don’t help each other»). Dalla sua nascita, il movimento femminista ci ha abituato a citazioni simili. Il motto “Believe women” (Credete alle donne), slogan politico nato con il movimento #Metoo, o la parola d’ordine “hermana, yo sí te creo” (sorella, io ti credo) nata negli ambienti femministi dei paesi di lingua spagnola, fondano la sua ragion d’essere in questa logica di sorellanza. Come pure il movimento femminista ci ha abituato al sostegno di donne in quanto donne, anche se moralmente riprovevoli, come possono essere le donne assassine, violente o bugiarde (ad es. Lindsay Clancy, Lorena Bobbitt…), che difficilmente potevano meritare alcun sostegno.
Il concetto di sorellanza, come legame sociale ed etico che si fonda sulla condivisione di condizioni, esperienze, sfide e aspirazioni comuni all’interno della società e cooperazione tra le donne per contrastare le discriminazioni ed emanciparsi insieme, al di sopra delle divisioni di classe, sociali o nazionali, si è affermato a partire degli anni Sessanta e Settanta del Novecento (dall’inglese sisterhood) con la seconda ondata femminista, trasformato in uno strumento politico e sociale. Onestamente, faccio fatica a capire la differenza tra il concetto di sorellanza femminista e il concetto di “fratellanza tra ariani” dell’ideologia nazista, un principio fondato sulla comunità di popolo (Volksgemeinschaft) che univa tutti i cittadini di presunta “razza pura” al di sopra delle divisioni di classe, sociali o regionali. Un legame fraterno basato su un’idea di solidarietà interna ed esclusiva, legata indissolubilmente al sangue – nel caso del femminismo, al sesso –, al di là delle ragioni logiche, della giustizia e di qualsiasi altro giudizio etico. L’unica ragione che legittima il sostegno è il sangue e, nel caso del femminismo, il sesso. Sorellanza femminista, fratellanza ariana.

Femminismo e oggettificazione
2. Non ho capito se per l’ideologia femminista sia peggio usare i seni nudi per guadagnare soldi in una pubblicità… o senza alcun guadagno usare i seni nudi per guadagnare pubblicità (come fa ad esempio il gruppo femminista Femen). Non ho capito perché per il movimento femminista il primo caso sarebbe da esecrare e il secondo da incoraggiare. Ho soltanto il sospetto che, come al solito, per gli uomini il discorso sia molto più semplice: agli uomini di solito i seni nudi piacciono in qualsiasi caso, al di là del motivo.
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3. È stata la femminista Betty Friedan a denunciare al mondo «il problema senza nome» delle donne, il profondo senso di insoddisfazione, vuoto e frustrazione vissuto da molte donne americane negli anni Cinquanta e Sessanta, soprattutto dalle casalinghe della classe media. Tutto ciò generava nelle donne ansia e depressione, e originava malattie mentali. La femminista Phyllis Chesler pubblicò nel 1972 Women and Madness (Donne e follia). Il libro si collegava al pensiero di Betty Friedan: entrambe criticavano i modelli sociali che limitano la realizzazione femminile. La tesi centrale era che ciò che veniva definito «follia» femminile non poteva essere compreso senza considerare le disuguaglianze di genere e le aspettative imposte alle donne. Le donne, che non lavoravano fuori casa e a causa di questo fatto, erano le principali clienti di psicologi e psichiatri. Oggigiorno, per fortuna, la maggior parte delle donne lavora fuori casa. I principali pazienti di psicologi e psichiatri continuano ad essere le donne.
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4. Quando il femminismo parla dell’oggettificazione del corpo nel cinema e nella TV… stanno parlando di Mr. Bean?

Riflessioni sul femminismo
5. Penso che le prigioni femminili siano un bell’esempio del progresso che ha comportato per le donne la rivoluzione femminista. Giustamente, direi, perché si tratta di un ambito completamente femminile, ed è giusto quindi che tutto ricada sulle donne. Nello sciagurato patriarcato ogni aspetto che riguardava le prigioni, dalla costruzione, alla manutenzione ordinaria e straordinaria, alla sua gestione, era ingiustamente in mano agli uomini, che impedivano alle donne di parteciparvi. Grazie alla rivoluzione femminista, oggigiorno le prigioni femminili sono gestite da guardie donne e da un corpo direttivo femminile. E qualsiasi manutenzione ordinaria non pesante è sbrigata da donne. Stranamente, le nuove prigioni femminili non vengono costruite da donne. Né le manutenzioni straordinarie e pesanti, tipo riparazione del tetto, delle fognature, delle celle… Né il materiale che adoperano (manganelli, pistole, sistema elettronico e di sorveglianza, materiale d’ufficio…) è prodotto e fornito principalmente da donne, ma da uomini. Misteriosamente, la costruzione e la manutenzione straordinaria delle prigioni femminili continua a ricadere sugli uomini. Possiamo quindi concludere che l’emancipazione delle donne, grazie al femminismo, è consistita nel sostituire le guardie e il corpo direttivo, che ora sono femminili.
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6. Da un po’ di tempo si parla di femminilizzazione della povertà (ad es. qui o qui), tragico fenomeno in aumento per cui le donne subiscono un rischio di povertà e di esclusione sociale sistematicamente più alto rispetto agli uomini. È curioso, perché se in questi ultimi anni esiste il fenomeno della femminilizzazione della povertà vuol dire che prima della femminilizzazione il fenomeno della povertà doveva essere prevalentemente maschile. Se percentualmente tra i poveri le donne stanno aumentando, vuol dire che si stanno sostituendo a poveri che prima erano uomini. Il concetto di femminilizzazione della povertà implica necessariamente che prima la povertà fosse principalmente maschile, ma nessuno lo dice. Si tratta di un ragionamento logico che, in realtà, può essere applicato in molte occasioni. Ad esempio, nel febbraio del 2006 è stato riconosciuto nella legge n. 54 del codice italiano il diritto alla bigenitorialità – almeno in via teorica, sappiamo che la legge non è stata applicata come si doveva applicare. Il riconoscimento di questo diritto dal 2006 implica necessariamente che prima di quella data le sentenze precedenti sottraevano il diritto alla genitorialità a uno dei due genitori (nella stragrande maggioranza dei casi, per non dire sempre, il genitore al quale era recato il danno era il padre). Se oggi la bigenitorialità è un diritto inalienabile riconosciuto, vuol dire che prima di allora lo Stato negava questo diritto e, in linea teorica, dovrebbe quindi risarcire in qualche maniera i genitori che hanno subito un danno, affettivo ed economico, da parte dello Stato (risarcimenti che non sono stati nemmeno lontanamente ipotizzati). Inoltre, per quanto riguarda l’aspetto teorico e dottrinale del femminismo, il fatto che il diritto inalienabile alla bigenitorialità sia stato riconosciuto soltanto nel 2006, e non prima, sottrazione che colpiva principalmente e quasi in esclusiva soltanto gli uomini, smentisce la narrazione monolitica femminista che stabilisce che le discriminazioni le subissero unicamente le donne. Fino al 2006, in questo caso specifico, sono stati gli uomini ad essere stati discriminati (ben intesi: continuano ad esserlo, nonostante la legge), una discriminazione pesante che colpiva tanto affettivamente (salute mentale) quanto economicamente.