I sistemi di giustizia, negli ultimi decenni, sono stati travolti dal cosiddetto processo di “grande femminizzazione”, che già aveva travolto istituzioni formative e le organizzazioni internazionali. Questa inclinazione, alimentata dalle pressioni di accademici e attivisti femministi, che spesso si sono trasformate in veri e propri “corsi di indottrinamento”, ha trasformato il diritto penale in una vera e propria trappola per gli uomini, imponendo nuove norme e pratiche che ribaltano il principio della presunzione d’innocenza e mettono in pericolo il diritto a un equo processo per chiunque sia accusato. Oltre che in Brasile, come abbiamo raccontato ieri, la questione è emersa con particolare gravità in Scozia, dove la recente pronuncia della Corte Suprema del Regno Unito ha svelato la sistematica esclusione di prove fondamentali per la difesa degli imputati maschi, condannati spesso senza la possibilità di far valere dati ed elementi chiave a loro discolpa.
Lo scenario descritto da operatori legali di esperienza decennale mostra un quadro inquietante: giudici e pubblici ministeri, mossi da un clima culturale distorto e privo di bilanciamento, respingono le richieste della difesa impedendo che la giuria possa analizzare tutte le informazioni davvero rilevanti per stabilire i fatti. L’interpretazione radicale delle leggi denominate “rape shield” va ben oltre la protezione dei testimoni: viene infatti negata qualsiasi domanda o prova che possa ridimensionare la narrazione accusatoria o la credibilità dell’accusante, anche quando fondamentale per comprendere la dinamica dei fatti tra le parti coinvolte. Il risultato sono condanne basate su versioni incomplete e distorte, alimentate da una sostanziale sfiducia nella parola degli uomini. Una realtà che diventerebbe sistematica anche in Italia se passasse il principio di consenso “libero e attuale” nella discussa riforma di Giulia Bongiorno.
La giustizia sacrificata sull’altare dell’ideologia: gli uomini diventano vittime silenziose
La situazione scozzese non è isolata. Nei sistemi giudiziari anglosassoni, così come in diversi Paesi europei e australiani, si assiste al crescente diffondersi di pratiche che penalizzano strutturalmente il sesso maschile nei casi di presunti abusi. In Australia, ad esempio, sono riusciti a fare ciò che in Italia per ora si è evitato: di recente sono state approvate leggi sull’affirmative consent che considerano reato qualunque rapporto privo di una manifestazione entusiasta e continuativa di consenso, anche quando mai smentita durante i fatti contestati. Questo clima esasperato ha portato un numero sempre crescente di uomini innocenti dietro le sbarre o a subire lunghi periodi di custodia cautelare senza che un vaglio serio delle prove abbia mai avuto luogo. Le testimonianze di avvocati e cittadini che hanno visto la loro vita distrutta da queste aberrazioni giudiziarie si moltiplicano, mentre l’ingranaggio istituzionale rifiuta di correggersi.
Tutto ciò alimenta un sistema che privilegia l’automatismo della credibilità femminile e criminalizza sistematicamente la maschilità, facendo leva su una cultura mediatica e politica pesantemente squilibrata. Gli avvocati difensori sono costretti a sottoporre in anticipo ogni domanda e prova, offrendo così ai querelanti la possibilità di calibrare la propria versione dei fatti e ai giudici l’occasione di escludere elementi che potrebbero riabilitare la reputazione dell’imputato. Le prove video o i messaggi che mostravano interazioni consensuali antecedenti al presunto abuso vengono tagliati, stravolti o persino ignorati nei tribunali. In alcune giurisdizioni, come l’Australia e il Canada, le statistiche mostrano un’esplosione di casi giudiziari per reati sessuali, legata non alla reale crescita del fenomeno ma a una gestione ideologizzata dell’accusa. Un esempio lampante è il caso di uomini arrestati, processati e rovinati professionalmente e nelle relazioni familiari sulla base di accuse rivelatesi prive di qualsiasi fondamento oggettivo. La situazione è diventata talmente intollerabile che anche numerosi giuristi e accademici hanno iniziato a sollevare dubbi pubblici, evidenziando come questi meccanismi stiano generando un clima di terrore nelle nuove generazioni maschili, che si sentono costantemente sotto minaccia di accuse arbitrarie e di una società sempre meno disposta ad ascoltarli.
Eliminare le manipolazioni della giustizia.
Oggi più che mai è necessario restituire agli uomini il diritto fondamentale a un processo giusto, promuovere una cultura che riconosca la necessità di equilibrio e cooperazione tra i sessi, e denunciare con forza ogni deriva che mira a criminalizzare la mascolinità come progetto ideologico. La difesa dei diritti maschili e la riforma della giustizia passano dalla consapevolezza di queste anomalie: il progresso non è mai sacrificio di metà dell’umanità. Per approfondire casi internazionali di esclusione della prova e manipolazione del processo legale è utile prendere visione di documentazioni critiche sulle distorsioni prodotte dall’ideologia femminista anche nelle grandi agenzie globali e analizzare come la legittima difesa maschile sia sempre più ostracizzata nei sistemi legali di Scozia, Australia e Canada. Il futuro delle relazioni tra uomo e donna richiede rispetto e nuove regole, non imposizioni di parte.