“Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra). “L’umanità deve mettere fine alla guerra, o la guerra metterà fine all’umanità” (John F. Kennedy). “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” (Albert Einstein). “La guerra è la sola igiene del mondo” (Marinetti)…. La guerra è sempre stato un argomento di riflessione di politici e filosofi. Il filosofo Friedrich Hegel afferma che la guerra non è solo un’ineliminabile necessità storica (in assenza di un giudice superiore tra gli Stati, la guerra diventa l’“ultima istanza” nei rapporti internazionali, attraverso i conflitti si realizza il movimento dialettico della Storia), ma ha anche un suo valore intrinseco che consiste nel fatto che in essa emerge il «dovere sostanziale» degli individui di fronte allo Stato, ovvero la volontà di «conservare, con pericolo e con sacrificio della loro proprietà e della loro vita […], l’indipendenza e la sovranità dello Stato». Il «momento etico della guerra» consiste precisamente in questo: che l’individuo avverte direttamente e in prima persona come la sua stessa sopravvivenza non sia il più alto fine dello Stato, dal momento che lo Stato stesso può ordinargli di mettere a rischio la propria vita, per la salvezza dell’intero. La guerra mantiene “viva” l’eticità dei popoli: evita che le società si irrigidiscano nel benessere e nell’individualismo. In breve, l’individuo si mette a disposizione della collettività, degli altri (un discorso che, in realtà, può essere esteso a qualsiasi altra situazione di pericolo estremo, un incendio, una catastrofe naturale, delle fiere selvagge, ecc.: l’individuo rischia la sua vita a favore di altri).
Al contrario di Hegel, la dottrina femminista non ha mai visto nella guerra nulla di etico (né nella guerra né, a dire la verità, in nessun’altra situazione di pericolo estremo dove gli individui sarebbero spinti a fare dei grandi sacrifici a beneficio di qualcun altro, questione da approfondire in altri interventi con ulteriori approfondimenti). Sull’istituzione della guerra, la dottrina femminista può essere ridotta, in linea di massima, a due principi. Primo, la guerra è la palestra degli uomini, la guerra è qualcosa che dichiarano, fanno e organizzano gli uomini, alle donne interessa unicamente nelle vesti di vittime innocenti. Secondo, le femministe sono pacifiste – come tutti, sarebbe da aggiungere. Sul primo principio, è ormai inutile ricordare il numero di sovrane, regine e signore, che hanno dichiarato e combattuto guerre (in Europa tra il 1480 e il 1913 avevano un 27 percento di probabilità in più di essere coinvolte in guerre e, per quanto incredibile possa sembrare, con una propensione a iniziarle superiore a quella degli uomini). Anche il secondo principio è stato ampiamente smentito dalla realtà e dalle azioni di molte femministe storiche (ad es. Elizabeth Cady Stanton, Carrie Chapman Catt, Emmeline Pankhurst…) e meno storiche (ad es. Hillary Clinton) che, in diversi momenti storici, hanno promosso, parteggiato, applaudito e appoggiato la guerra.
Nessun “momento etico” per le donne durante la guerra
Nemmeno Immanuel Kant è del parere di Hegel. Se quest’ultimo ritiene la guerra una componente strutturale della Storia, Kant la ritiene un male eliminabile con il progresso morale o giuridico. Nel 1795 scrisse l’opera Per la pace perpetua. Secondo il filosofo, una condizione indispensabile per raggiungere questa pace consisterebbe nell’esistenza di una costituzione interna degli stati, cioè l’esistenza di una legge che tutti dobbiamo rispettare, alla quale siamo tutti sottoposti, ed espone il motivo nel primo articolo definitivo per la pace perpetua: «la costituzione civile di ogni stato dev’essere repubblicana. (…) La costituzione fondata: 1) sul principio della libertà dei membri di una società (come uomini); 2) sul principio della dipendenza di tutti da un’unica comune legislazione (come sudditi); 3) sulla legge dell’uguaglianza di tutti (come cittadini) (…) è la costituzione repubblicana. (…) Ora, la costituzione repubblicana (…) presenta la prospettiva del fine desiderato, cioè della pace perpetua, per il seguente motivo: se (come in questa costituzione non può non accadere) è richiesto l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, nulla di più naturale pensare che, dovendo far ricadere sopra di sé tutte le calamità della guerra (…) essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco. In una costituzione invece, in cui il suddito non è cittadino e che pertanto non è repubblicana, la guerra diventa la cosa più facile del mondo, perché il sovrano non è membro dello Stato, ma ne è il proprietario, e nulla ha di rimettere a causa della guerra dei suoi banchetti, delle sue cacce, delle sue case di diporto, delle sue feste di Corte ecc., e può quindi dichiarare la guerra come una specie di partita di piacere».
Kant sostiene che il rischio di un’eventuale perdita a causa della guerra genererebbe il suo rifiuto, tanto è vero che, secondo il filosofo, le guerre avvengono perché a decidere sono individui che «che nulla hanno di rimettere a causa della guerra». Purtroppo il filosofo cade in un ragionamento fallace: come nella costituzione repubblicana tutti hanno lo stesso diritto di decidere se la guerra debba o non debba essere fatta ne deduce e dà per scontato che, in caso di guerra, tutti hanno da perdere nella stessa misura e proporzione, come il voto è paritario ne deduce che anche la perdita è paritaria, cosa che non è vera. La guerra è sempre una «calamità», ma non per tutti alla stessa misura e proporzione, molte sono le variabili che possono aggravare o attenuare la «calamità» della guerra: la ricchezza, lo status, l’età, il sesso, la distanza dal fronte dove viene combattuta… Per quanto riguarda il sesso, c’è il sospetto che tutta la riflessione storica sulla guerra, anche quella di Kant e di Hegel, abbia commesso l’errore di omologare le condizioni maschile e femminile. In caso di guerra, entrambe differiscono spesso di gran lunga, quindi risulta sbagliato uniformare universalmente le considerazioni filosofiche a ambedue i sessi. Non c’è alcun «momento etico della guerra» negli individui che non devono «conservare, con pericolo e con sacrificio della loro proprietà e della loro vita […], l’indipendenza e la sovranità dello Stato», né mettere a repentaglio la propria sopravvivenza a favore della collettività, come succede per le donne. Né il rischio di perdita è uguale per tutti quelli che sono esentati dalla coscrizione obbligatoria e non devono combattere né perdere sul fronte la vita o l’incolumità fisica, come succede per le donne.
Androcentrismo. Questa è una delle grandi critiche sollevata dal pensiero femminista al pensiero filosofico e alla produzione maschile del mondo. «Fino a non molto tempo fa i filosofi, credendo di parlare a nome di tutti sotto la falsa riga dell’umanità, parlavano in realtà unicamente nel loro nome, e non parlavano né riflettevano il punto di vista delle donne. Dunque, le presunte verità universali dei filosofi riguardavano unicamente una visione maschile. (…) Lungo tutta la Storia l’uomo, spesso inconsapevolmente, avrebbe spacciato per universale una produzione che in realtà risultava essere solo maschile, contaminata da gravi pregiudizi maschili». Secondo me, una delle poche critiche ragionevoli sollevata dal pensiero femminista, come ho già scritto nell’intervento sull’androcentrismo, «sarei disposto ad accettare la critica femminista, mi sembra ragionevole. Se uomini e donne siamo diversi (come sostiene il femminismo della differenza, cosa che anch’io condivido), allora le idee, riflessioni, comportamenti, desideri e conclusioni tendono a essere diversi, non universali». Purtroppo la dottrina femminista non è però riuscita a ravvisare le implicazioni che derivano da questa critica. Il pensiero femminista, che rifiuta l’universalità dei filosofi, spaccia se stesso incoerentemente per universale, invece di proclamare ciò che in realtà è, una visione unicamente femminile. Inoltre la riflessione filosofica, che non sarebbe più universale secondo la critica femminista, rifletterebbe soltanto una visione maschile, nel bene e nel male, cioè, attribuirebbe meriti maschili alle donne che non possiedono, e colpe maschili che non hanno, oltre al fatto che non avrebbe mai riflettuto sui meriti e sui peccati che sono esclusivamente femminili.
In effetti, sembra che la riflessione maschile sulla guerra di Kant, di Hegel e di altri filosofi abbia esteso erroneamente le conclusioni anche alle donne. Invece, in caso di guerra, non c’è nulla di etico nel comportamento femminile, come non c’è nulla di etico nel comportamento della fidanzata che spinge al fidanzato a combattere per difendere il suo onore di fronte ad altri uomini. Cosa c’era di etico nelle donne austriache che nel referendum per l’abrogazione del servizio militare maschile obbligatorio del 2013 (della durata da 6 a 12 mesi) decisero di respingerlo? E cosa potevano perdere queste stesse donne, che avevano la facoltà di decidere se mandare gli uomini al fronte, tramite il loro diritto di voto? Cosa c’era di etico e cosa rischiavano le deputate femministe socialiste spagnole che nel 1995 votarono in Parlamento a favore di mantenere per i renitenti alla leva maschile obbligatoria la detenzione e il carcere nel nuovo codice penale spagnolo? Cosa c’è di etico e cosa rischia la presidente lituana Dalia Grybauskaite, che nel 2015 ha ripristinato il servizio militare maschile obbligatorio? Non si comportano forse queste donne alla stessa maniera dei sovrani additati da Kant, che nulla rischiano e mandano a morire gli altri? Cosa rischiano le donne ucraine che promuovono campagne di video di danza in Tik Tok e Instagram per sostenere i soldati al fronte e mantenere alto il morale, rispetto agli uomini ucraini che combattono coscritti sul fronte e hanno il divieto di lasciare il paese?
In guerra tutti al sicuro, tranne gli uomini
È assolutamente sbagliato sostenere che, in caso di guerra, le donne rischino di perdere nella stessa misura e proporzione degli uomini, anzi talvolta – quando il fronte è lontano – hanno più da guadagnare che da perdere. La vittoria ha sempre reso beneficiario dei bottini di guerra chi rimaneva in vita, quindi donne, anziani e bambini, tutti al sicuro a casa lontani dal fronte, tra feste e preghiere. Cosa rischiano in assoluto oggigiorno le donne russe della guerra contro l’Ucraina, al sicuro nel loro paese? Cosa hanno rischiato le donne americane nelle diverse guerre che l’esercito americano ha combattuto vittorioso fuori dalle loro frontiere, nella guerra di Cuba del 1898, durante la Prima o la Seconda guerra mondiale, nelle guerre in Iraq o in Panama…) e quali sono stati invece i vantaggi che ne hanno ottenuto? La verità è che c’è un vuoto di riflessione immenso nella storia della filosofia che riguarda l’universo e il comportamento femminile, un giudizio critico nel bene e nel male, nell’ambito bellico e in tanti altri ambiti, che nessun filosofo (fino all’arrivo di Nietzsche, parzialmente) ha mai tentato di colmare. Nemmeno il femminismo, che ha messo in risalto unicamente il bene. Nei prossimi interventi cercheremo di fare un po’ di luce.