Nell’ultimo intervento, dopo un’analisi di genere della quarta novella nella giornata VI, Chichibio cuoco, del Decameron di Boccaccio, siamo giunti a queste due conclusioni, che emano in maniera evidente dalla semplice lettura del racconto: primo, gli uomini si prestano irragionevolmente a soddisfare i capricci delle donne; secondo, le donne chiedono ai loro spasimanti di soddisfare irragionevoli capricci, incuranti dalle negative conseguenze che da tutto ciò possa derivare sugli uomini. Scrive il filosofo Arthur Schopenhauer nel saggio L’arte di trattare le donne (1851): «Con le donne la natura fa un colpo maestro: riunisce in esse, a una certa ora della giovinezza, tutte le bellezze e tutti gli incanti per attirare con forza gli sguardi distratti degli uomini, per indurli in tentazione mette a tacere ogni riflessione e li manda in rovina. È la natura che produce la giovane […] per la quale gli individui si dannano e i popoli si sterminano. Essa le dà per giunta la civetteria, la quale mette in rilievo la bellezza e, se necessario, vi supplisce». In un altro paragrafo scrive: «Il difetto fondamentale del carattere femminile andrà trovato nell’ingiustizia. Esso ha la sua origine anzitutto nella già detta mancanza di raziocinio e di riflessione, ed è inoltre favorito dal fatto che le donne, in quanto più deboli, sono costrette dalla natura a far ricorso non già alla forza, ma all’astuzia: da qui derivano la loro istintiva scaltrezza e l’insopprimibile tendenza alla menzogna […] Da quel difetto fondamentale, che abbiamo constatato, scaturiscono la falsità, l’infedeltà, il tradimento, l’ingratitudine, e così via». Senza far alcun riferimento alla novella di Boccaccio, il filosofo giunge a conclusioni simili. Da una parte parla di un potere femminile che, tramite la gioventù e la bellezza, strega gli uomini e fa perdere loro il senno e la ragione; da un’altra dell’indifferenza, insensibilità, ingratitudine femminile nei confronti degli uomini che si adoperano a loro danno per soddisfare le irragionevoli e ingiuste richieste che le donne esprimono.
Secondo Schopenhauer, la Natura, orientata alla conservazione della specie, con un’intuizione geniale assoggetta l’essere umano a un’illusione che chiamiamo “amore”. «L’amore è il male. Codesto turbamento che vi rapisce, codesta serietà e codesto silenzio sono una meditazione del genio della specie. L’adolescente pronto a morire per colei che ama e il cui fiero sguardo non ha che lampi di generosità; la vergine che avanza circonfusa della sua grazia come di un’aurora, rivestita di una bellezza che fa mormorare tra loro come cicale i vecchi e cadere in ginocchio chiunque abbia un cuore umano, sono due macchine nelle mani di questo genio imperioso. Esso non ha che un pensiero, un pensiero positivo e senza poesia: la durata del genere umano». «Lo struggente desiderio d’amore, […] sono il sospiro dello spirito della specie, la quale si vede qui in procinto di acquistare o perdere un mezzo insostituibile per i suoi fini e manda quindi un gemito profondo». «L’innamoramento negli esseri umani presenta spesso fenomeni comici, talvolta anche tragici; gli uni e gli altri perché gli uomini, posseduti dallo spirito della specie, ne sono ora dominati e non appartengono più a se stessi».

Donne, uomini e biologia secondo Schopenhauer
Uomini e donne sono biologicamente diversi, e quindi i loro obiettivi sono diversi: «L’uomo tende per natura all’incostanza in amore, la donna alla costanza. L’amore dell’uomo cala sensibilmente non appena è stato soddisfatto: quasi tutte le altre donne lo eccitano più di quella che già possiede, perciò desidera variare. Invece l’amore della donna aumenta proprio da quel momento. Ciò dipende dal fine della natura, la quale mira a conservare la specie e quindi a moltiplicarla il più possibile. L’uomo infatti può comodamente generare in un anno più di cento figli, se ha a disposizione altrettante donne: la donna invece, per quanti uomini abbia, potrebbe comunque mettere al mondo un solo figlio all’anno (a prescindere dalle nascite gemellari). Perciò l’uomo va continuamente alla ricerca di altre donne, mentre la donna si attacca saldamente a un unico uomo: la natura la spinge infatti a conservarsi, d’istinto e senza alcuna riflessione, colui che nutrirà e proteggerà la futura prole». «Ci sono già stati non uno, bensì molti Petrarca che si son dovuti trascinar dietro per tutta la vita come una catena, come una palla di ferro al piede, la loro sete d’amore inappagata, affidando i loro sospiri alla solitudine dei boschi […] Se la passione di Petrarca fosse stata soddisfatta, da quel momento in poi il suo canto sarebbe ammutolito, come quello degli uccelli non appena hanno deposto le uova».
Conseguentemente alla sua natura, la donna si serve dell’amore per ricondurre le spinte centrifughe dell’uomo: «La natura ha destinato le giovinette a quello che, in termini teatrali, si chiama “colpo di scena”: infatti, per pochi anni la natura ha donato loro rigogliosa bellezza, fascino e pienezza di forme, a spese di tutto il resto della loro vita, affinché, durante quegli anni, siano capaci di impadronirsi della fantasia di un uomo in misura tale che egli sia indotto a prendersi onestamente una di loro per tutta la vita, in una forma qualsiasi, passo al quale la mera riflessione razionale non sembrerebbe aver dato nessuna sicura garanzia di invogliare l’uomo. Perciò la natura ha provvisto la femmina, appunto come ogni altra sua creatura, delle armi e degli utensili di cui ha bisogno per la sicurezza della sua esistenza e per tutto il periodo in cui ne ha bisogno; e anche qui la natura ha provveduto con la sua consueta parsimonia. Come ad esempio la formica femmina, dopo l’accoppiamento, perde le ali, superflue, anzi pericolose per la prole, così di solito, dopo una o due gravidanze, la donna perde la sua bellezza e probabilmente perfino per la stessa ragione». «La presenza di un pensiero è come la presenza di un’amante: noi crediamo che non dimenticheremo mai il pensiero e che l’amante non ci sarà mai indifferente. Eppure, lontano dagli occhi lontano dal cuore: anche i pensieri più belli, se non li abbiamo fissati sulla carta, diventano irrecuperabili, e all’amante, se non l’abbiamo sposata, cercheremo un giorno di sfuggire».

Il filosofo “nemico delle donne”
Ovviamente il filosofo ripudia la monogamia e il matrimonio, si burla di queste istituzioni: «Poiché non esiste l’istituto della poligamia, gli uomini per metà della loro vita sono puttanieri e per l’altra metà cornuti; e le donne si dividono, di conseguenza, in tradite e traditrici». «La poligamia avrebbe tra i molti vantaggi anche quello che l’uomo non verrebbe ad avere un legame così stretto con i propri suoceri, il terrore dei quali impedisce ora innumerevoli matrimoni. Epperò: dieci suocere invece di una!» Ma i suoi avvertimenti cadono purtroppo nel vuoto. Gli uomini soccombono, «con la sciocca venerazione per il sesso femminile, fiore supremo della stupidità cristiano-germanica, che è servito soltanto a rendere le donne arroganti e sfacciate, tanto che alle volte ci vengono in mente le scimmie sacre di Benares, le quali, consce della propria santità e inviolabilità, si permettono di tutto». «Il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, può essere stato chiamato il bel sesso soltanto dall’intelletto maschile obnubilato dall’istinto sessuale: in altre parole, tutta la bellezza femminile risiede in quell’istinto».
In conclusione, il pensiero del filosofo delinea un’immagine negativa, tanto delle donne – egoiste, incuranti, ingiuste – come degli uomini – che sarebbero fondamentalmente stupidi sottoposti agli incantesimi delle donne. Non credo di sbagliare se collochiamo il saggio L’arte di trattare le donne nel podio delle opere filosofiche ripudiate dalla critica femminista per il loro maschilismo e la loro misoginia. La storiografia femminista annovera Schopenhauer tra i filosofi misogini, assieme a Nietzsche, Aristotele, Tommaso d’Aquino, ecc. È evidente che l’opinione che ha Schopenhauer delle donne, come era successo per Nietzsche, risente del suo vissuto. Racconta il filosofo nel suo saggio: «Conosco le donne. Considerano il matrimonio solo come un istituto assistenziale. Quando mio padre, misero e malato, fu costretto sulla sua sedia di infermo, sarebbe stato abbandonato se un vecchio domestico non si fosse amorevolmente curato di lui. La mia signora madre dava ricevimenti mentre lui si spegneva lentamente in solitudine; e si divertiva mentre lui soffriva amare pene. Questo è l’amore delle donne!». Il filosofo esprime un pessimo giudizio sul comportamento materno che, nella sua opera, generalizza a tutte le donne. In breve, gli insuccessi o le delusioni vissuti trasformati da questi autori in rancore e misoginia, almeno così lo interpreta la critica femminista. Stranamente gli stessi giudizi negativi speculari, cioè quelli espressi dalle donne nei confronti degli uomini, inclusi i giudizi di tutte le pensatrici storiche femministe, Mary Wollstonecraft, Simone de Beauvoir, ecc., non sono mai insuccessi o delusioni vissuti trasformati in rancore e misandria, ma una descrizione fedele e obiettiva della realtà per la critica femminista.
Delegittimazione e silenzio
Si tratta di modus operandi tipico del movimento femminista, che mira a delegittimare l’interlocutore. L’autore viene bollato come misogino, rimprovero morale che squalifica l’avversario e rende il suo pensiero intollerabile e inaccettabile, senza nemmeno entrare nel merito. Non è necessario rammentare le difficoltà di questo sito, La Fionda, i tentativi di censura per la sua linea di pensiero, gli attacchi personali che hanno subito alcuni dei suoi membri (penso, ad esempio, alla presenza al Senato di Davide Stasi e Fabio Nestola, ferocemente contrastata). Si tratta di una geniale operazione di depistaggio, dove si finisce per parlare della credibilità morale delle persone e si perde di vista il cuore della questione: quello che viene affermato, è vero o è falso? Nel caso di Schopenhauer, senza entrare nel merito sulla sua presunta misoginia, le dinamiche tra i sessi da lui illustrate, corrispondono alla realtà? Come abbiamo già visto, la stessa dinamica è descritta nella novella di Boccaccio – autore che non è mai stato bollato come misogino. Boccaccio, al contrario di Schopenhauer, descrive la scena senza esprimere alcun giudizio. Resta comunque il fatto che la dinamica è la stessa, dunque si dovrebbe concludere che la critica di Schopenhauer corrisponde alla realtà.
Non stupisce quindi se l’analisi della novella di Boccaccio (e qualsiasi altro testo letterario che descriva una dinamica tra i sessi simile) è accompagnata da un “silenzio assordante” per quanto riguarda l’analisi del rapporto tra i sessi. Le conclusioni sarebbero troppo scorrette, smentiscono l’ideologia dominante e costringono a ribaltare la visione del mondo. Si corre il rischio di ricevere il marchio di maschilista e/o misogino, con l’inevitabile emarginazione sociale e le ricadute sul lavoro. Oggigiorno, il potere della forza (maschile) è perfettamente codificato e limitato nei codici civili e penali, la minaccia della forza, che fa agire sotto la paura, è contemplata. Al contrario, il potere della seduzione (femminile) così come la minaccia della seduzione, che fa agire sotto la dipendenza, raramente vengono contemplate. Anzi, di solito la giurisprudenza, attraverso le sentenze, non fa altro che rafforzare il potere della seduzione delle donne e punire le vittime maschili di questa seduzione. Rileggendo la novella Chichibio cuoco, quello che fa Brunetta, non è una minaccia a tutti gli effetti? Non ha forse Brunetta, attraverso le sue armi femminili, soggiogato la volontà di Chichibio, come avrebbe potuto fare qualsiasi uomo con la minaccia della forza, attraverso la paura, su qualsiasi donna? Le armi sono diverse, ma gli effetti non sono forse gli stessi? E ora ditemi, secondo voi, a seguito di quanto finora espresso, nell’ipotesi che il padrone fosse legittimato a esercitare la punizione corporale per la mancanza della coscia della gru (violenza che oggi tutti condanniamo), a chi dovrebbe menare, o menare di più, per questa mancanza, a Chichibio o a Brunetta? Per Boccaccio, per qualsiasi tribunale di giustizia e per il pubblico in generale il verdetto è semplice: l’unico responsabile e colpevole è Chichibio. Forse Schopenhauer sarebbe di un altro parere. Per questo Schopenhauer è un misogino.