Nella narrazione dominante, la violenza ha un solo volto e un solo sesso: quello maschile. Si ripete ovunque, come un mantra imposto più dal dogma culturale che osservato nella realtà. Ma basta un breve viaggio tra le notizie della settimana per smascherare una realtà ben diversa, una realtà che si cerca in ogni modo di nascondere sotto il tappeto della cronaca. Prendiamo il caso, tanto agghiacciante quanto significativo, di tre donne – tre, non una – dedite a vere e proprie “riunioni” organizzate per abusare di un bambino. Se la scena fosse stata invertita nei generi, i titoloni in prima pagina sarebbero già serviti, con la consueta allerta sociale ad uso e consumo di un pubblico tarato per la caccia al maschio-mostro. Ma quando le protagoniste del crimine indossano la gonna, tutto scivola via come un’anomalia trascurabile (leggere per credere).
Ed ecco la solita nota narrazione: silenzio, normalizzazione, processi mediatici che, con sospetta lentezza, si attivano solo quando i soggetti sono maschili. Laddove si tratta di donne, il verbale del racconto giudiziario si fa improvvisamente sfumato, le ipotesi diventano dubbi, l’accusa si dissolve nell’indistinto di una «piccola anomalia statistica». Qui non parliamo solo di una baby-sitter «di famiglia», così devota da coinvolgere altre due parenti in uno squallido festival dell’abuso; parliamo del modo in cui il sistema giustizia e cronaca si adatta e si piega se il presunto carnefice è donna. Le vittime, come troppo spesso accade, devono attendere anni prima di far emergere la verità, subendo doppia violenza: quella fisica e quella mediatica della minimizzazione. Nel frattempo, giudici e periti si attardano a valutare l’attendibilità della vittima con una cura sospetta, come se la presunzione d’innocenza smettesse di valere solo in certi casi. Per una volta, il sospetto che la solidarietà di genere sia il vero obiettivo di tanta cautela diventa addirittura legittimo.

Quando la narrazione è comoda: la lentezza, l’ambiguità e la ricerca d’oblio davanti alla violenza femminile
Questi non sono episodi isolati. Nascosti dietro le quinte del teatrino mediatico e della sua narrazione, i pattern sono sempre gli stessi: la macchina giudiziaria si impantana, la narrazione balbetta, il bisogno di trovare attenuanti vince su quello di vedere la realtà per ciò che è. Vale persino per i casi estremi, come quello della madre che, per un presunto «istinto di protezione», arriva a uccidere la sua stessa figlia di tre anni. Trenta anni, straniera, la madre che colpisce a morte la bambina motivata – dicono gli atti giudiziari – dalla volontà di difenderla da un padre accusato di maltrattamenti (bimba di 3 anni uccisa a coltellate dalla madre). Il sottotesto mediatico è lampante: non la crudeltà, non il delitto, ma l’eccezionalità di un gesto esasperato. Quando sono le donne a uccidere, la cronaca indaga il «perché» con una delicatezza che sfiora la giustificazione. Quando è un padre a essere sospettato, la colpa è scontata, e nessuno si perde nelle sfumature. La doppia morale di questa narrazione funziona così: c’è chi nasce “carnefice perfetto” e chi, nel racconto pubblico, non può esserlo mai, costi quel che costi.
Non è certo per caso che la stragrande maggioranza delle storie come queste venga rapidamente derubricata a casualità, quasi fossero incidenti di percorso o, peggio, segni di un’umanità che esce – per «un errore» – dai binari del femminile rassicurante. Eppure i numeri della giustizia ci dicono altro: donne accusate di reati gravissimi cui viene concesso l’oblio; madri che si trasformano in carnefici, ma cui non viene mai negata l’ipotesi della redenzione o della follia. La collera della società, quella vera, rimane sempre riservata all’uomo, su cui si addensano anni di pregiudizi e che ogni giorno deve combattere contro una narrazione ostile, il sospetto e la condanna preventiva. E allora la domanda è semplice: quante altre vittime dovranno tacere, annullarsi, aspettare decenni di vergogna e silenzi prima che la favola delle donne sempre e solo vittime venga finalmente archiviata? La geografia della violenza, nella sua imparzialità, gli alleati li ha già scelti; tutto il resto, per la cronaca, è solo rumore, destinato a sparire finché qualcuno non avrà il coraggio di chiamare le cose col loro nome, senza occhiali rosa o ipocrisia di sorta.