L’odio contro gli uomini è sistematico online. Valutate voi. Nel giro di poche settimane, tra giugno e luglio 2026, la cronaca italiana ha registrato tre episodi che raramente trovano lo spazio e il linguaggio riservati ai casi speculari con vittime donne. Tre storie diverse per dinamica e gravità, accomunate da un tratto: la violenza agita da una donna contro un uomo, o contro un minore, in un contesto affettivo o familiare. Il primo è avvenuto a Civitanova Marche, dove un uomo è stato ucciso in casa dalla compagna. Il 2 luglio 2026 è stata arrestata con l’accusa di omicidio volontario Isabella Di Mattia, 33 anni, per la morte del compagno Marco Pennesi, 62 anni, trovato senza vita nella mansarda dove viveva, a Civitanova Marche. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’uomo sarebbe stato colpito con un coltello al braccio e con un oggetto contundente alla testa; in casa sono stati trovati anche due manubri da palestra compatibili con le lesioni. A insospettire i vicini sono state le urla sentite nel pomeriggio e le risposte evasive della donna, che diceva che il compagno “era andato in ospedale”. È stato il cugino della vittima, allertato dai vicini, a fare la tragica scoperta. La donna, interrogata per ore, ha dichiarato di essersi difesa da un’aggressione; la procura indaga per omicidio volontario.
Il secondo è avvenuto a Torino dove una madre ha ucciso la figlia tredicenne. Il 21 giugno 2026, nel quartiere Parella di Torino, Mihaela Belecciu, 39 anni, ha ucciso per strangolamento la figlia tredicenne Isabella Cojocariu e si è poi tolta la vita impiccandosi con la stessa corda. A scoprire i corpi è stata l’altra figlia della donna, diciannovenne, che ha tentato disperatamente di allertare i soccorsi per salvare la sorella minore, morta poco dopo nonostante le manovre di rianimazione. Il padre delle due ragazze non si trovava in casa. Secondo quanto riferito dai familiari alla stampa, la donna era in una fase di separazione dal marito e soffriva di una grave forma di depressione, per la quale aveva chiesto più volte aiuto: al Centro di salute mentale le sarebbe stato fissato un appuntamento a distanza di mesi. È una vicenda che intreccia due piani distinti — la sofferenza psichica di una persona lasciata sola dal sistema sanitario, e la violenza inflitta a una minore che di quella sofferenza è stata vittima incolpevole — ed è proprio per questo che merita di essere raccontata senza semplificazioni. Il terzo è avvenuto a Sassari: dove una è stata posta agli arresti domiciliari con l’accusa di aver colpito alle spalle con un martello l’ex compagno, un uomo di 60 anni, procurandogli una grave frattura con interessamento della prima vertebra cervicale. Secondo l’accusa, la donna non si sarebbe rassegnata alla fine della relazione; gli inquirenti hanno inoltre ricostruito un precedente tentativo di intossicarlo somministrandogli psicofarmaci nei pasti. Il gip ha disposto la misura cautelare su richiesta della procura.
L’odio antimaschile che viaggia online
Allargando lo sguardo alle ultime settimane si trovano altri episodi con la stessa dinamica invertita: penso alla vicenda di un uomo di 60 anni aggredito nel Sassarese dal nipote, o a quella — di segno diverso ma sempre a parti invertite rispetto alla narrazione più diffusa — di una donna condannata a Parma per stalking ai danni di un vigile urbano che aveva molestato e perseguitato. Sono episodi che, presi singolarmente, finiscono spesso in trafiletti locali; presi insieme, restituiscono un fenomeno che la statistica conferma esistere (gli uomini sono una minoranza ma non un’anomalia tra le vittime di violenza intrafamiliare) e che il racconto pubblico tende sistematicamente a minimizzare o a derubricare a fatto di cronaca nera senza risonanza. Se la violenza subita dagli uomini fatica a trovare spazio, altrettanto vale per le assoluzioni eclatanti da accuse rivelatesi infondate — che pure, quando arrivano, raccontano storie di anni di vita distrutta prima ancora di una sentenza. A Rimini, un uomo di 49 anni accusato dall’ex moglie di maltrattamenti, violenza sessuale e sequestro di persona è stato assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste”: nel processo sono emerse testimonianze — comprese quelle dei figli della coppia — che hanno ribaltato la ricostruzione iniziale, indicando semmai comportamenti aggressivi della donna nei confronti del marito. Un elemento ha pesato particolarmente sulla credibilità dell’accusa: una condanna definitiva già riportata dalla donna stessa. A Siena, due giovani schermitori sono stati assolti dall’accusa di violenza sessuale di gruppo con la stessa formula. Il caso aveva avuto grande risonanza mediatica al momento della denuncia; l’assoluzione, arrivata mesi dopo, ha avuto — come spesso accade — eco molto minore. Sul piano giuridico, va segnalata anche una recente pronuncia della Cassazione (sez. VI penale, 3 febbraio 2026, n. 4339) che ha annullato la condanna per calunnia di una donna che aveva denunciato falsamente una molestia sessuale, riportando l’attenzione — nel dibattito tra giuristi — sul delicato equilibrio tra tutela della libertà di denuncia e tutela di chi viene accusato ingiustamente.
Questi recenti fatti di cronaca dimostrano qualcosa che in queste pagine abbiamo documentato spesso, ovvero che la violenza in ambito affettivo e familiare non è prerogativa di un genere. Essi inoltre evidenziano un inaccettabile doppio standard nella narrazione pubblica: la violenza perpetrata dalle donne viene sistematicamente minimizzata e il dolore degli uomini – siano essi vittime fisiche o di vite distrutte da false accuse – occultato. Ma c’è un terzo livello, a nostro avviso, che andrebbe indagato: quello dell’odio online espresso da pagine, influencer e community. Negli ultimi anni sono cresciute, sia in ambienti che si definiscono femministi sia in altri che si definiscono “anti-incel”, pagine e gruppi che hanno fatto della polarizzazione di genere il proprio contenuto principale. Il tratto comune sembra essere sempre lo stesso: linguaggio disumanizzante rivolto a un’intera categoria di persone (etichette dispregiative, come “Giancazzi”, usate per indicare gli uomini in blocco, riproponendo l’ortoprassi femminista di riferirsi al genere maschile come ad un soggetto collettivo indistinto e colpevole), assenza quasi totale di argomentazione a favore della provocazione fine a sé stessa, e una struttura comunicativa pensata per compattare chi è già d’accordo più che per convincere chi non lo è.

La violenza non ha genere
Intolleranza e odio verso chi non appartiene alla propria cerchia, odio verso chi non condivide la propria ideologia (quella femminista), chiusura strutturale al confronto: tutto questo ha un nome, fanatismo. Chi produce questi contenuti infatti non cerca l’interlocutore, cerca il nemico; ogni fatto di cronaca, ogni parola del “nemico” viene arruolato come “prova” a sostegno di una tesi già scritta in partenza, piuttosto che raccontato nella sua specificità. È un meccanismo che rende più difficile, non più facile, occuparsi seriamente sia della violenza contro le donne sia di quella contro gli uomini, perché sposta l’attenzione dalla vittima reale alla battaglia identitaria. E anche qui del resto che si innesca quel corto circuito per cui l’attenzione asimmetrica alimenta un doppio standard, questo doppio standard rende sostanzialmente invisibili le vittime di sesso maschile e legittima, nei toni online, un’ostilità che verso qualunque altro gruppo sociale sarebbe immediatamente riconosciuta come discorso d’odio e questi discorsi d’odio, a loro volta, incrementano l’invisibilità della sofferenza maschile di cui sopra e moltiplicano le possibilità che tale odio sia agito nella quotidianità della vita delle persone.
Così, quello che i tre casi di cronaca raccontati in apertura potrebbero suggerire, ovvero che la violenza non ha un genere esclusivo e che le vittime — uomini, donne, minori — meriterebbero lo stesso livello di attenzione e serietà giornalistica, non solo viene totalmente disatteso dalla narrazione dominante, ma la sofferenza altrui viene addirittura trasformata in argomento polemico o in insulto o odio da tastiera. Non possiamo che chiudere questo articolo rinnovando la disponibilità al confronto e al dialogo e facendo appello al senso di responsabilità di tutte le esponenti del movimento femminista presenti nelle istituzioni affinché, almeno per una volta, si fermino e osservino quanto hanno avvelenato e quanto stanno avvelando i pozzi del dibattito democratico, anche attraverso la produzione a cascata di queste espressioni di odio e di fanatismo antitetiche ai valori e ai principi della nostra Costituzione e che rischiano di distruggere la psiche di decine di migliaia di persone, ormai educate e ammaestrate ad odiare il genere maschile.