La Fionda

Basta una canzone del 1915 per fare a pezzi il “patriarcato”

Ho sentito una canzone che mi ha commosso fino alle lacrime. Mi capita raramente di condividere con il pubblico vicende personali, ma questa volta credo ne valga la pena. La cosa mi attirerà le accuse di essere un nostalgico, un proto-fascista o un fascista tout-court, ma non importa. Vale la pena raccontare comunque perché alla mia età (più 60 che 50) capita ormai molto di rado che mi commuova. Eppure al primo ascolto le lacrime mi sono rotolate sulla faccia a fiumi e continua ad accadere anche agli ascolti successivi. Sono lacrime istintive, per la potenza espressiva del brano, ma sono anche razionali, per il suo significato storico e per quanto poche parole ben cantate possano mostrare tutta la fallacia intrinseca delle balle che, tra patriarcati e consensi liberi e attuali, ci spacciano ogni giorno. Insomma che stavo ascoltando una radio online di musica classica e tra un Beethoven e un Mozart ci infilano questa canzone di autore anonimo, classificata come “canto degli Alpini”. Titolo: “Il testamento del Capitano”, cantato dal Coro della SAT. Qui sotto il video e qui il testo integrale.

Siamo nel 1915, periodo della Prima Guerra Mondiale ma soprattutto periodo d’oro di quello che il femminismo oggi definisce “patriarcato“. Ai tempi le donne erano oppresse, costrette a stare ai fornelli e a badare ai figli, mentre gli uomini godevano di diritti e se la spassavano nelle osterie o nei bordelli, il tutto a prescindere dal ceto sociale. Per il femminismo questa era la situazione allora di tutte le donne, vittime di un sistema scientemente organizzato da uomini per loro stessa natura portati ad opprimerle con la violenza. Eppure la canzone ci racconta una storia diversa: tanto per cambiare gli uomini erano in guerra. Un conflitto che altre canzoni come questa non esitano a definire “macello“. E così ci troviamo davanti a un Capitano ferito a morte, che manda a chiamare i suoi alpini. I soldati inizialmente esitano: non hanno scarpe per andare dal Capitano, che però con le sue ultime forze glielo comanda: «o con le scarpe o senza scarpe, i miei Alpini li voglio qua». Li vuole attorno per consegnare loro il suo testamento, per assicurarsi che lo eseguano.

Una canzone che è un verdetto

Ai più può sembrare una richiesta macabra: tagliare il suo corpo in cinque pezzi. I primi due, come richiedeva la retorica del tempo, per la Patria e per il battaglione. E gli altri? In un filo di voce il Capitano non ha dubbi: anzitutto uno alla mamma. Un altro alla sua bella, che si ricordi del suo primo amore. L’ultimo pezzo infine alle montagne, ma non semplicemente come luogo di sepoltura o sacrificio verso qualcosa di più grande e sovrastante. No: il Capitano vuole che quel suo ultimo pezzo sia cibo per la natura e per tutto ciò che di più bello essa può creare, rose e fiori. Non mi era mai capitato di sentire sublimato a questo modo il concetto di “carne da cannone”. Il Capitano la declina simbolicamente proprio così: l’uomo (inteso come “persona di sesso maschile”) cede la propria fisicità per un principio in cui crede (la Patria), per la solidarietà gerarchica che vi si pone a difesa (il battaglione) e poi? Non al padre, non al Re, non alla sua generica famiglia, ma alla mamma. Attenzione alle parole della canzone: non “madre”, ma “mamma”. Prima persona di sesso femminile degna di ricevere un pezzo del suo corpo, testimonianza del suo sacrificio e della sua dedizione. Non schiava ai fornelli o individuo di nessuna importanza, ma una fonte di significato per l’uomo che, morendo, torna bambino e la onora, e la ringrazia della vita ritornandole un pezzo di sé.

Ma la mamma non è la sola: c’è anche la sua “bella”, la fidanzata, salutata prima di partire al fronte. In un’era patriarcale ci si attenderebbe che il Capitano le chiedesse di mantenersi in virginale vedovanza per il resto della sua vita, senza mai conoscere altri uomini. Invece no: a lei dedica un pezzo del suo sacrificio come pegno per il ricordo di un “primo amore”, dando per implicito che ce ne sarà un secondo o un terzo o un quarto, com’è giusto che sia. Non esattamente patriarcale come atteggiamento. E infine c’è il mondo: il sangue che nutre la terra la quale, non a caso spesso chiamata madre, da quel sangue trae nutrimento per produrre le cose più belle. Il messaggio è poetico, ma il significato sotteso può suonare deprimente quanto la realtà delle cose: l’uomo, la sua esistenza, il suo corpo, sono fatti per il sacrificio a favore di tutti, uomini, donne e natura. E nell’essere questo si riempie di significato e onore (ah che parolaccia oggi!). Si dirà: ma è solo una canzone di qualche povero contadino o montanaro mandato a morire dai potenti del tempo. Vero, ma ciò non toglie che essa fotografa e cristallizza, in modo assai più veritiero di qualunque altra canzone “borghese” del tempo, quale fosse il contesto sociale, culturale e psicologico in cui vivevano uomini e donne. Un contesto di consapevolezza delle proprie nature, dei ruoli che ne discendevano nell’ambiente dato, che poneva tutti alla ricerca, tra errori e successi, del bilanciamento migliore, più produttivo e protettivo per tutti. Una società biecamente patriarcale e oppressiva come viene descritta dal femminismo non avrebbe mai prodotto una canzone del genere. Anche per questo il femminismo è una colossale bugia.



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