È finalmente terminato il “mese del Pride”. Sì, perché la comunità LGBTQIA+ si prende ben un mese per celebrare se stessa e la propria ideologia. All’Olocausto è stata dedicata una sola giornata, per dire… Tutto è andato un po’ come al solito, salvo una partecipazione meno numerosa, probabilmente causata dal caldo torrido: balletti, provocazioni, uniformi più o meno esibizioniste, passerelle di cantanti e fenomeni pop, insieme agli immancabili politicanti. Il tutto con i media e i social che hanno alimentato la narrazione polarizzata, chi sottolineando la libera e creativa espressione di gaiezza, chi esprimendo più di una perplessità sulla decenza di ciò che si è visto per le strade. All’interno del solito copione non hanno trovato spazio però due fatti e le le rispettive riflessioni, che invece a nostro parere sono degne di nota. Da un lato, per la prima volta ha trovato spazio nell’informazione generalizzata anche la posizione di molte persone non eterosessuali che si dissociano apertamente dal Pride. Un coming off più che un coming out: professionisti, insegnanti, artisti, semplici cittadini hanno postato sui vari social, con una particolare concentrazione su X, messaggi o video dove si chiamano nettamente fuori da quel tipo di manifestazione.
Le ragioni di questa dissociazione sono state in maggioranza due, spesso interconnesse: dal lato del metodo, si è detto che il Pride dà una versione buffonesca di un orientamento intimo e ben più dignitoso di uno sculettare su un carro dietro a una canzone della Carrà. Dal lato del merito, è unanime l’idea che il Pride sia ormai soltanto la costola di un certo tipo di movimentismo di sinistra in cui non per forza ci si deve riconoscere. Le molte bandiere palestinesi viste nelle sfilate e l’esclusione di omosessuali ebrei dalle manifestazioni confermerebbero questa convinzione. Chiaramente sotto i post di questi gay anti-Pride si sono sprecate le accuse di essere “froci di destra”, con ciò confermando che l’ideologia LGBTQIA+ ha come unico scopo quello di politicizzare l’impoliticizzabile, appunto l’orientamento sessuale personale, creando una polarizzazione orientata a portare acqua a una specifica parte politica, in barba alla martellante retorica dell’inclusione. Come il femminismo copre dietro la foglia di fico della “lotta per la parità” quella che in realtà è una lotta per il potere, così gli attivisti LGBTQIA+ nascondono dietro la “lotta per i diritti” meccanismi legati alla semplice acquisizione di potere politico.
| L'exploit di Pezzotti al Pride di Milano e le successive scuse | |
Il Pride non esclude la responsabilità
Che sia tutto sbagliato e insostenibile lo dimostra il secondo fatto memorabile e rivelatore di questo “mese del Pride”, ossia la disavventura capitata a Lorenzo Pezzotti, di mestiere “performer di vita” (?). Come mostra il primo filmato a sinistra qua sopra, dall’alto di un carro del “Milano Pride” e in perfetta tenuta drag-queen, fa una rivelazione sconvolgente: trent’anni fa avrebbe visto e assistito Matteo Salvini mentre si trastullava oralmente con alcune “sorelle” trans. Lo dice con sicurezza: lui c’era, lui ha visto, quindi Salvini faccia poco il duro con le “fratelle” e i “sorelli” del Pride. Ora, tutto è possibile a questo mondo, per carità, ma trent’anni fa Salvini era un politico in carriera che difficilmente si sarebbe messo in una condizione di poter essere ricattato. Pezzotti si è quindi spinto probabilmente un po’ troppo in là, per ragioni che poi lui stesso, dopo due giorni, spiegherà in un video dove, in lacrime, chiede scusa all’attuale Ministro dei Trasporti: «il caldo… la stanchezza… lo spritz… mi hanno fatto perdere totalmente la ragione». Non sappiamo quanto quelle scuse siano spontanee o quanto nascano da una visitina della DIGOS in casa Pezzotti, o siano derivate dal tweet di Salvini “ci vediamo in tribunale”, in ogni caso, se fossimo nei panni del Ministro Salvini, accetteremmo umanamente le scuse dell’esuberante drag queen, ma procederemmo senza indugi con una querela per diffamazione aggravata. Siamo crudeli di fronte al Pezzotti in lacrime? No, perché qui è in gioco un principio chiave che da anni i Pride e gli LGBTQIA+ cercano irresponsabilmente di scardinare (con il femminismo che fa uguale dal lato suo).
Libertà è fare e dire ciò che si vuole, assumendosi la responsabilità di ciò che si fa o si dice. Se dunque l’esercizio della mia libertà comporta lesioni della libertà di altri, devo accettare le conseguenze, in genere misurate da una legge, che ne discendono. Questo concetto di libertà relativa è alla base del vivere civile e di ogni comunità che voglia sopravvivere minimizzando i casi di sopruso. Ciò che Pezzotti ha fatto non è stato esercitare la propria libertà di espressione, bensì prendersi licenza di dire cose non vere e diffamanti. La licenza è una forma aberrata di libertà, perché non prevede alcuna responsabilità come contrappeso. Lo 007 James Bond ha “licenza di uccidere”, non “libertà di uccidere”, non a caso. La vicenda di Pezzotti svela molto del tipo di progetto distopico che gli LGBTQIA+ hanno in mente: un mondo dove alla libertà sia sostituita la licenza, specie per gruppi identificati come minoranze oppresse. È la stessa idea delle femministe che proclamano di voler essere libere di vestirsi come vogliono senza rischiare la molestia: in realtà vogliono il privilegio della licenza a farlo, senza responsabilità, qualunque sia il contesto, anche fosse la zona più malfamata della città. Però, nel caso delle femministe come quello di Pezzotti, ci si prende licenza finisce sempre, prima o poi, per essere richiamato alle proprie responsabilità da quella cosa scomoda, brutta e ostile che è la realtà. Entrambe le proposte di mondo, quella femminista e quella LGBTQIA+, sono costruite sulla possibilità di esercitare sopruso (questo è prendersi licenza) riservata a gruppi circoscritti e a danno di tutti gli altri. Ecco perché non possono reggere sul lungo periodo. Ecco perché occorre contribuire a terminarle il prima possibile.