La Fionda

Referendum sulla Giustizia: cosa prevede e perché voteremo sì

Sul tema del referendum sulla Giustizia abbiamo già preso posizione con un articolo e di tanto in tanto pubblichiamo qualche post sui social in merito per suscitare e registrare le reazioni del pubblico. Molti sostenitori del “no” ci richiamano ad occuparci dei nostri temi e a non improvvisarci costituzionalisti: in risposta vorremmo provare a dare un servizio a tutti coloro che ci leggono, servendoci di alcuni giuristi presenti nel nostro team, così come di altri esterni che ci seguono e ci stimano. Il servizio è schematizzare brevemente cosa prevede la riforma, per poi esporre le ragioni del sì e quelle del no, il tutto provando a essere i più oggettivi possibile. Cominciamo con il merito della riforma, che prevede tre innovazioni. La prima è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Attualmente in Italia i magistrati che superano il concorso possono iniziare in una posizione (giudicante o requirente) ma, nel corso della carriera, possono spostarsi da una alla altra funzione, anche se ciò è consentito una volta sola e attraverso procedure molto complesse. Con la riforma non sarebbe più possibile in nessun caso. Chi entra in magistratura dovrà scegliere sin dall’inizio se operare come pubblico ministero o giudice. Questa innovazione verrebbe registrata in Costituzione, con la specifica che la magistratura è appunto composta da due carriere distinte: quella giudicante e quella requirente. La seconda innovazione è la modifica dell’organismo di autogoverno della magistratura, ossia il CSM, che oggi è unico e governa sia giudici che pubblici ministeri decidendone sanzioni, nomine, trasferimenti, progressioni di carriera. Con la vittoria del sì al referendum, il CSM verrebbe sdoppiato, ce ne sarebbe uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri: entrambi resterebbero organi costituzionali di autogoverno della magistratura e i loro membri (ad eccezione di quelli di diritto) non verrebbero eletti, come accade oggi, bensì sorteggiati tra i giudici, per il CSM dei giudici, e tra i pubblici ministeri, per il CSM dei pubblici ministeri, più una quota minoritaria di professori di diritto e avvocati. La terza e ultima innovazione riguarda quella che viene chiamata talvolta “Alta Corte di Giustizia”, talvolta “Alta Corte Disciplinare”. Si tratterebbe di un nuovo organo costituzionale distinto a cui verrebbero affidati i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. I componenti di questo nuovo organo sarebbero bilanciati tra togati e non togati e in ogni caso anch’essi verrebbero sorteggiati per evitare influenze di natura meramente politica.

Qual è la “ratio”, cioè il motivo profondo che ispira questa riforma? Chi la sostiene ritiene che si debbano rafforzare le garanzie che il magistrato giudicante sia terzo rispetto all’accusa e alla difesa, cioè perfettamente imparziale. Se i giudici e i PM appartengono alla stessa carriera, condividono formazione, concorso, cultura professionale e organo di governo, allora si ingenera una prossimità culturale, quando non anche operativa, tra chi accusa e chi giudica, e ciò può pregiudicare la reale terzietà del giudice. L’innovazione eventualmente introdotta dal referendum vuole rafforzare il modello accusatorio del processo penale, stabilito in Italia nel 1989. Senza entrare in tecnicismi (e magari banalizzando un po’, ce ne scusiamo): oggi durante un processo penale si hanno due giudici, uno che accusa e uno che giudica, di fronte a un avvocato che difende. Le “parti” nel processo sono quindi sbilanciate perché accusa e difesa sono su due piani istituzionali diversi, in particolare quello che accusa è un “collega” del magistrato giudicante. La separazione delle carriere mitigherebbe questo aspetto: l’accusa sarebbe qualcosa di distinto dal giudicante, l’asimmetria verrebbe ridotta, rafforzando i diritti di difesa di tutti i cittadini. Quale sia la ratio invece dei CSM separati e della “Alta Corte” è piuttosto evidente: è noto, anche per testimonianze dirette, che oggi la magistratura è minata dallo strapotere di correnti politiche o politicizzate o ideologizzate. E non c’è nulla più di questo che possa mettere in pericolo la necessaria terzietà di un percorso delicato e importante per la tenuta civile di un Paese. Imporre il sorteggio al posto dell’elezione significa sostanzialmente cancellare l’egemonia delle correnti e far sì che l’autogoverno dei magistrati, PM e giudici separatamente, sia in mano a soggetti chiamati a mettere in campo la propria professionalità e la propria dottrina giuridica, al posto delle proprie convinzioni politiche. Quali conseguenze pratiche ciò potrebbe portare al sistema lo spiegheremo in un paragrafo successivo. Viste quali sono le ragioni del sì al referendum, analizziamo ora le ragioni del no, prima quelle vere e proprie, poi quelle utilizzate nella propaganda mediatica.

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La posizione del “no” al Referendum

L’opposizione alla riforma si basa sostanzialmente sul timore che a lungo andare il PM diventi un “organo dell’accusa” separato dalla cultura della giurisdizione, ma soprattutto che, in un tempo successivo, si apra la strada a un’ulteriore riforma che lo avvicini al potere esecutivo (come accade per altro in altri Paesi europei). Non solo: il meccanismo del sorteggio potrebbe, secondo i sostenitori del no, rendere gli organi di autogoverno meno compatti e quindi più vulnerabili a influenze esterne, a partire da quelle del Governo. Come si vede, i timori reali dei sostenitori del no sono di natura del tutto politica e non operativa, e sono in gran parte basati su ipotesi, su evoluzioni che potrebbero esserci, e su dinamiche che potrebbero avvenire in futuro, senza tenere conto che in quel futuro il Governo potrebbe democraticamente andare in mano proprio alla parte politica che oggi sostiene il no. Queste preoccupazioni vengono tradotte per il popolo che guarda la TV o sta fisso sui social in una serie di slogan e argomentini prêt-à-porter, che registriamo spesso quando parliamo di referendum sui nostri canali. Il tutto si riduce a: “la Meloni vuole sottomettere i giudici alla politica”, sebbene in nessuna parte del testo della riforma ci sia nulla che stabilisca o suggerisca una cosa del genere. Altro argomento: “i mafiosi/massoni/inquisiti/condannati votano sì”, il che potrebbe anche essere vero, ma ciò non toglie che la riforma implementa migliorie che decenni di “toghe rotte“, operando sulla pelle di numerosi innocenti, hanno reso non più rimandabili. Altro argomento utilizzato: “voto no perché voglio delegittimare la Meloni e il suo Governo, che sono i proponenti della riforma”. Questo è forse l’argomento più stupido di tutti, per sostenere il quale si vedono anche giornalisti professionisti fare sui social figuracce clamorose, che ne slatentizzano la profonda malafede con cui tentano di manipolare l’opinione pubblica. Noi non abbiamo mai lesinato critiche feroci alla Meloni e al suo Governo per l’orrida legge sul “femminicidio” e per la proposta sul consenso “libero e attuale”, quindi non possiamo essere tacciati di “melonismo”, tuttavia la riforma, a nostro avviso, è necessaria e ben fatta, e voteremmo sì al referendum quand’anche a proporla fosse il centro-sinistra, la sinistra, i comunisti, i fascisti, i democristiani, gli alieni, Sauron o i nani di Biancaneve.

Nel corso delle settimane in tanti, tra coloro che alla cordata del no devono carriere o visibilità, si sono esposti a spiegare i motivi della loro presa di posizione. Qualcuno si è allineato agli slogan visti sopra, magari articolandoli un po’ di più. Altri si sono prodigati in spiegazioni più dettagliate, come il Prof. Alessandro Barbero con il suo spauracchio di una magistratura subordinata alla politica (spauracchio infondato, come si è visto), o come Giacomo Storti con la sua gag sul sorteggio degli attori, o il fisico premio Nobel Giorgio Parisi con il suo sorteggio per i premi Nobel stessi. Vogliamo allora anche noi fare un paio di esempi, cercando di evitare gag o forzature, ma anzi impegnandoci a stare aderenti alla realtà per come la conosciamo e anche a rispondere all’esortazione di occuparci solo “delle nostre questioni di genere”, come se queste fossero scollegate dalle evoluzioni legislative e dall’imminente referendum. E dunque immaginate un uomo che chiama al telefono cinque volte in un giorno la ex moglie per mettersi d’accordo per poter incontrare i figli. Cinque volte sono sufficienti per incardinare una falsa denuncia per atti persecutori (“stalking”) e dato che lei vuole continuare a percepire l’assegno di mantenimento dall’ex marito senza però avercelo tra i piedi, tanto meno tra i piedi dei figli, va a fare denuncia. Scatta il Codice Rosso, la denuncia finisce sul tavolo di una PM che giusto il giorno prima ha terminato un “corso di aggiornamento” tenuto da un centro antiviolenza. Nemmeno legge la denuncia: attiva la Polizia Giudiziaria e l’uomo si becca tutte le restrizioni previste dalla normativa, magari pure il braccialetto elettronico. Prova a farsi ascoltare, a portare prove a suo discarico, ma niente: c’è il rischio che il tutto evolva in un “femminicidio”, quindi restrizioni confermate e si va a processo. Lì il suo difensore si trova ad affrontare un PM e un giudice che hanno fatto lo stesso aggiornamento al centro antiviolenza, che sono colleghi e tra i quali passa il garbo che c’è tra colleghi. Trascorrono da cinque a sei anni durante i quali l’uomo si svena per pagare il proprio avvocato, ma soprattutto durante i quali non può vedere più i figli. Riesce miracolosamente a mettere il magistrato giudicante in condizioni di mandarlo assolto perché il fatto non sussiste, ma nel frattempo il conto in banca è prosciugato e i figli non sanno nemmeno più che faccia abbia.

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Perché votare sì al referendum? Qualche esempio realistico e reale

L’uomo, a questo punto, avrebbe diritto a tre cose: 1) a vedere il magistrato giudicante rinviare le carte in Procura per valutare una denuncia per calunnia nei confronti della ex moglie; 2) chiedere un risarcimento per il calvario giudiziario subito; 3) chiedere una sanzione contro la PM che ha mandato in procedimento una querela palesemente priva di fondamento. Oggi riuscirebbe (forse) ad accedere soltanto al risarcimento. Nessun magistrato giudicante sconfesserebbe mai l’operato della collega della Procura: rinviare il fascicolo significherebbe “tu, PM, hai assecondato una calunniatrice”, ed è cosa che tra colleghi non si fa. E la richiesta di sanzione per la PM finirebbe sul tavolo di altri magistrati quasi sicuramente appartenenti alla sua stessa corrente politica, quella che organizza i corsi d’aggiornamento con i centri antiviolenza e che li ammette nei procedimenti come parte civile. Cioè il tutto finirebbe in nulla. Con la riforma introdotta dal referendum questo non accadrebbe: a giudicare la PM sarebbero magistrati sorteggiati, quindi presumibilmente ben più oggettivi. Dice: “cercate vendetta contro i giudici”. No: vogliamo un sistema dove chi maneggia un marchingegno delicatissimo come la Giustizia paghi se sbaglia. Non per altro, ma a quel livello gli errori possono devastare intere vite, dunque il massimo rigore è d’obbligo. Senza contare che il meccanismo scatterebbe probabilmente già a monte: la PM ideologizzata, sapendo di poter finire davanti a una corte disciplinare “non amica”, ci penserebbe due volte prima di mandare in procedimento una querela palesemente infondata. Si dirà: abbiamo delineato una casistica estrema e rarissima. Non è così: guardatevi l’elenco delle assoluzioni da accuse infondate che raccogliamo dal 2019 nel nostro Osservatorio e tenete conto che si tratta della punta di un iceberg. E se volete un altro esempio, questa volta reale, sebbene più limitato nel reato contestato, possiamo trarlo dalla nostra esperienza diretta. Qualcuno in passato ricorderà questa vicenda: il consorzio di centri antiviolenza D.I.Re., attraverso l’allora suo presidente Antonella Veltri, denunciò per diffamazione aggravata Davide Stasi, fondatore ed ex gestore di questo sito. Appena ricevuta la querela, la PM utilizzò una procedura prevista dal Codice per i “reati minori” e condannò Stasi a una pena minima, commutata in ammenda, che la stessa sentenza però annullava, essendo Stasi incensurato. Il tutto senza interpellare l’accusato e senza un procedimento: così, con un tratto di penna, l’odiato critico del femminismo e del sistema dei centri antiviolenza poteva dirsi condannato e punito. Si poteva dire che era un diffamatore, a costo zero per tutti.

Stasi non accettò la cosa, fece ricorso ed ebbe accesso alle carte, dove scoprì che la condanna era stata emessa sulla base di una querela priva di corpo del reato. Cioè senza prove. Vi si asseriva che Stasi avesse detto X e Y su Antonella Veltri e D.I.Re., senza però allegare la prova. Una PM normale, timorosa di sanzioni e di rovinarsi la carriera, quand’anche ideologicamente vicina alle idee che ispirano il consorzio D.I.Re., avrebbe archiviato all’istante (cosa che probabilmente accadrebbe se vincesse il sì al referendum). Invece tutto era stato portato direttamente in condanna. Il ricorso di Stasi innescò un processo regolare, dove il magistrato giudicante, alla prima udienza, chiese alla PM dove diavolo fosse il corpo del reato. “Non c’è, dobbiamo reperirlo”, fu la risposta. Il giudice allora rinviò. Seconda udienza, molti mesi dopo: stessa risposta, “dobbiamo  ancora reperirlo”. A quel punto il giudice avrebbe dovuto chiudere il procedimento, ma sarebbe stato uno sgarbo verso la collega dell’accusa. Dunque: terzo rinvio. Passano i mesi, Stasi si svena per pagare il proprio avvocato e alla terza udienza il giudice non ha vie d’uscita: o viene fuori la prova o manda tutto a monte. A togliere le castagne dal fuoco ai due colleghi magistrati (e anche a se stessa) fu proprio D.I.Re. che saggiamente ritirò la denuncia (Stasi accettò perché snervato e sul lastrico). La prova non si trovava perché, ovviamente, non esisteva. Tutto inventato, tutto falso per calunniare Stasi e metterlo a tacere. Egli stesso si poteva a quel punto aspettare che il giudice rinviasse D.I.Re. d’ufficio per calunnia: cosa c’è di più calunnioso di una querela presentata senza alcuna prova, sapendo che la prova manca? Dato che il giudice non dispose in questo senso, fu Stasi stesso a presentarla, convintissimo, date le evidenze, che sarebbe stata mandata avanti con lo stesso zelo con cui quella contro di lui era diventata una condanna e poi un lento stillicidio di udienze rinviate. Invece no: archiviata al primo colpo. Probabilmente da qualche procuratrice già debitamente formata e aggiornata da qualche centro antiviolenza. Fu un tassello in più tra quelli che hanno portato Stasi a non occuparsi più de LaFionda.com e, più in generale, a esercitare il suo diritto di esprimere liberamente e in modo argomentato il proprio pensiero. Fu una storia di camarille, di indebite condotte “garbate” tra colleghi magistrati e di persone ingiustamente accusate che devono attendere mesi o anni, spendendo enormi somme di denaro, per essere riconosciuti nella loro innocenza. Tra i vari commenti che abbiamo registrato sui social, uno ci pare molto azzeccato: “voterà no alla riforma soltanto chi non ha mai avuto a che fare con la giustizia”. Verissimo. L’adagio vale anche, lo diciamo da anni, declinandolo così: “sostiene il femminismo soltanto chi non ha mai dovuto averci a che fare”. Votare sì al referendum è un dovere. E noi lo faremo convintamente.

 



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