L’Unione Europea, tramite il suo braccio esecutivo: la Commissione Europea, ha in corso da circa un decennio una campagna per censurare non solo contenuti oggettivamente illeciti o legati a rischi concreti per la sicurezza, ma anche contenuti leciti e innocui, se non vanno nella direzione della narrazione politica da incentivare di volta in volta, e questo non solo per gli utenti risiedenti in Stati membri, ma per il web globale. Migliaia di documenti non pubblici, ottenuti dalla Commissione Giustizia della House of Representatives statunitense e consultabili scaricandoli da qui, mettono in luce questi meccanismi (che abbiamo illustrato nella parte precedente), ma anche il tipo di narrazioni che vengono incentivate o colpite. Il nucleo di questa campagna è l’“Internet Forum” dell’Unione Europea (EUIF): creato nel 2015 per contrastare le minacce sul web legate al terrorismo e all’estremismo violento, ben presto si trasforma nel cuore ideologico della Psicopolizia UE, estendendo la classificazione di minaccia da censurare anche a legittime opinioni politiche, satira e humour, e perfino meme. Lo si legge nell’Handbook of borderline content related to violent extremism (“Guida al contenuto ‘borderline’ in relazione all’estremismo violento”), che istruisce le piattaforme web su quali contenuti (nota bene: “borderline”, quindi stiamo parlando di contenuti leciti, che non infrangono alcuna legge) dovrebbero “regimentare”, cioè oscurare.
«Le categorie elencate nel manuale includono “retorica populista e nazionalista”; “sentimenti ostili ai governi o all’Unione Europea”; “contenuti ostili verso l’élite”; “satira politica”; “contenuti islamofobici e contro i migranti”; “sentimento ostile all’immigrazione”; “contenuti anti-LGBTIQ e anti-femministi”; “sottocultura dei meme”», messe sullo stesso piano di categorie come “contenuti violenti e gore”, “incitamento alla violenza”, “istruzioni per produrre o procurarsi armi”. L’handbook contiene anche una dettagliata sezione, con esempi illustrati, sulle pericolose “comunità incel” e “redpill” (pp. 863-866 della sezione III delle Appendici), che ad es. spingerebbero gli utenti a adottare modelli da “maschio alfa” e “chad” e quindi, automaticamente, a molestare le donne o peggio. Questo atteggiamento è esteso a contenuti e soggetti esterni all’Unione Europea, confermando l’intenzione censoria globale: «ad es. in un report del 2022 su “Estremismo violento e terrorismo online nel 2021” l’EUIF elenca tra i soggetti da “attenzionare” sul web – alla stessa stregua di “jihadisti” e “suprematisti bianchi” – alcuni politici “conservatori” statunitensi, tra cui l’ex ufficiale della Casa Bianca e consigliere di Trump Steve Bannon. Lo stesso report discute come problematico il social media Truth, perché esso “incoraggia la discussione globale aperta, libera e onesta, senza discriminazioni sulla base dell’ideologia politica” e questo, dice l’UE, “pone il rischio di attrarre una varietà di utenti di estrema destra”».

La piovra europea.
È la solita vecchia storia, ma su scala globale: se contraddici la narrazione “giusta”, esprimi opinioni o fai battute sgradite, o se anche solo osi “incoraggiare una discussione aperta, libera e onesta”, sei un pericoloso “fascista” e meriti di essere zittito (prima con gli algoritmi, poi chissà…). Il report della Commissione statunitense continua: «Sempre nel 2022 l’EUIF ha tenuto un “Workshop sull’amplificazione algoritmica e i contenuti borderline” in cui ha affrontato nuovamente la definizione di “contenuto borderline” e le aspettative censorie dell’Unione Europea, chiarendo che il “contenuto borderline” consiste di “una combinazione di disinformazione, ‘teorie della cospirazione’ e ‘discorsi d’odio’”, menzionando specificamente contenuti “anti-establishment e contro le istituzioni”, “anti-trans”, “anti-migranti” e “ostili alle misure anti-COVID” tra le categorie principali». Nello stesso workshop l’EUIF ha ospitato la relazione dell’Institute for Strategic Dialogue, organizzazione di comunicazione politica legata all’amministrazione Biden-Harris: gli esperti dell’Institute hanno spiegato ai delegati delle Very Large Online Platforms (VLOPs) il rischio rappresentato dalla libera fruibilità di «contenuti come quelli di Jordan Peterson e Ben Shapiro, che possono dirigere gli utenti verso una quantità di contenuti anti-femministi, misogini e legati alla ‘Manosfera’». Davvero terribile: censurare subito.
Nello stesso anno il “volontario” Codice di condotta sulla disinformazione è stato “rafforzato” prevedendo la partecipazione a “sottogruppi” di lavoro atti a coordinare la Commissione europea, le VLOPs e alcune organizzazioni non governative coinvolte nel monitoraggio dell’informazione. Tra questi “sottogruppi” di lavoro troviamo quello dedicato allo “Scrutinio dell’advertisement”, dedicato a demonetizzare gli ads per le piattaforme che ospitino “disinformazione”; quello sul “Fact-checking” dedicato a collegare i “controllori” certificati dalla UE con le big tech e assicurarsi che queste ultime obbediscano ai primi, e alla creazione e gestione di un “fact-checks repository”, vale a dire un «database delle narrazioni approvate dalla Commissione europea riguardo i principali argomenti di dibattito politico e culturale»; e ancora i sottogruppi dedicati specificamente alle “Elezioni politiche” e alla “Risposta alle crisi”. Alle sessioni “plenarie” – almeno 15 tra il 2022 e il 2025 – hanno partecipato anche alti dirigenti tra cui Vera Jourova, Vicepresidente della Commissione europea responsabile per “i valori e la trasparenza” (parafrasando Orwell: “la Censura è Trasparenza”), e Thierry Breton, Commissario per il mercato interno e i servizi fino al 2024. I documenti rivelati grazie alla commissione USA rivelano che questa articolata strategia si è rivelata nel complesso una piovra dalla stretta mortale per le piattaforme web che non hanno potuto fare altro che obbedire.

L’ingerenza nel dibattito politico sul web.
Ad es. TikTok ha documentato in un “Summary Report” le misure prese, sotto pressione della Commissione Europea, durante le elezioni in Slovacchia del 2023: «le “linee-guida per la moderazione durante le elezioni” indicano una censura del dibattito politico sulle questioni legate all’ideologia gender. Esempi di ‘discorsi d’odio’ o ‘degradanti’ censurati da TikTok: esprimere opinioni come “ci sono solo due generi”; “i bambini non possono essere trans”; “dobbiamo smetterla di sessualizzare i giovani/i bambini”; “penso che l’ideologia LGBTI/l’ideologia gender/l’ideologia transgender sia una grave minaccia per la Slovacchia, come la corruzione”; “è necessario allontanare l’ideologia gender dalle scuole”; qualificare come “assurdità” l’esistenza di più di due generi o formule “inclusive” come “uomini incinti”; e ovviamente “misgenderare” qualcuno» (rivolgerglisi con un pronome diverso da quello desiderato). Tra il 2023 e il 2025 la Commissione Europea è intervenuta con simili pressioni in vista delle elezioni in Moldavia, Olanda, Francia, Irlanda e Romania (tutto dettagliato nel report alle pp. 91-115), e perfino di quelle statunitensi. Anche le elezioni del Parlamento Europeo del giugno 2024 sono state “attenzionate”, in plateale conflitto di interessi: in questo caso, infatti, la Commissione Europea – esecutivo del Parlamento Europeo – ha dettato alle piattaforme web di portata globale le regole su come orientare il dibattito pubblico e politico relativo alle elezioni dei membri del Parlamento Europeo.
Dopo la tornata elettorale, la Commissione Europea ha richiesto alle VLOPs di produrre un «rapporto dettagliato, comprensivo di dati quantitativi» sulla performance censoria nel periodo precedente le elezioni. «TikTok ad es. ha documentato di aver “individuato e rimosso ‘narrazioni disinformatorie’ riguardo immigrazione, cambiamento climatico, questioni di difesa e sicurezza, e diritti LGBTQ”; e in effetti risultano almeno 45.000 esempi di censura diretta di contenuti ‘disinformatori’, incluse opinioni politiche, a causa degli stringenti standard di moderazione adottati sotto minaccia di sanzioni da parte della Commissione Europea». A differenza dello scandalo della censura dell’amministrazione Biden-Harris su Meta, che ha attratto l’attenzione e l’indignazione del pubblico globale, e indotto Zuckerberg a promettere di non accettare più ingerenze di questo tipo, la piovra europea sul web denunciata dalla Commissione Giustizia statunitense sembra passare sotto silenzio e, cosa ben peggiore, senza alcun pentimento o promessa di fare passi indietro da parte dei dirigenti UE. Anzi, dopo la multa da 120 milioni di dollari al social di Elon Musk, comminata lo scorso dicembre dopo il ritiro dell’adesione di X al “Codice di condotta contro la disinformazione”, la strada è tracciata per il futuro.
La Censura è Democrazia.
Lo “Scudo Europeo per la Democrazia” al centro del mandato di Ursula von der Leyen (parafrasando Orwell: “la Censura è Democrazia”) prevede l’istituzione entro il 2027 di un «protocollo DSA per i momenti di emergenza e crisi» che «assicuri reazioni rapide» (cioè interventi censori immediati) «durante eventi di larga scala e transnazionali». Inoltre, lo “Scudo per la Democrazia” prevede anche un’espansione del Codice di condotta sulla disinformazione che «implementi nuovi strumenti di verifica dell’utente, tra cui il ‘Portafoglio Digitale UE’». Come scrivono gli estensori del report: «la Commissione sta cercando di istituire un obbligo di fatto, per le piattaforme web, di verificare le identità dei singoli utenti. I regolatori che volessero perseguire un utente per aver postato un’opinione sgradita o un pericoloso meme potrebbero semplicemente obbligare l’azienda a produrre l’identità verificata dell’autore del contenuto. Questa sarebbe la più grave minaccia mai vista finora alla libertà di espressione». E ancora: lo “Scudo” prevede la creazione del “Centro per la Resilienza Democratica”, un ente che dovrà coordinare gli sforzi censori tra vari Stati in modo rapido e su larga scala, e la “Rete europea dei Fact-Checkers”: «senza alcuna ironia – scrivono gli estensori del report – la Commissione afferma che tale rete sarà “indipendente” ma anche costruita col supporto e i fondi della Commissione».
Inoltre, sotto la “Strategia 2025-2030 per l’uguaglianza LGBT” (di cui abbiamo parlato qui), l’UE pianifica di “armonizzare” le definizioni dei “reati d’odio commessi online” tra tutti gli Stati membri, una sorta di “DDL Zan” di portata europea, di fatto criminalizzando la libera espressione di opinioni contrarie all’ideologia arcobaleno, trattate alla stessa stregua del “terrorismo” o dei “cybercrimini”. Mentre l’“autoritario”, “dittatore” Trump ha intrapreso una importante contromossa annunciando a metà febbraio di star lavorando alla piattaforma Freedom.Gov, una VPN che consentirà a chiunque, da ogni parte del mondo, di navigare il web visualizzando anche i contenuti oscurati dalla piovra europea, qui da noi i “buoni”, i “democratici” von der Leyen & co. hanno messo in campo e pianificato – nel silenzio e nella connivenza generale – tutte le misure per trasformare l’Europa, culla dell’Illuminismo, della democrazia e della libertà di pensiero e di parola, nel presente senza fine dell’Oceania di “1984”. Ci sia concesso chiudere parafrasando la potente suggestione di George Orwell: “Se vuoi un’immagine dell’Unione Europea, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre”.