Soltanto in un Paese barzelletta un referendum come quello per cui si è votato domenica e ieri può finire com’è finito, ossia con una valanga di no pronunciati contro il tentativo di scardinare un meccanismo inceppato da tempo per la quantità di sabbia che la peggior politica vi ha versato dentro. Un no conservatore di un conservatorismo molto particolare: storicamente chi si è opposto alle innovazioni contrapponeva valori con radici profonde e un impianto culturale consolidato. Quello che ha bocciato la riforma della giustizia è invece un conservatorismo analfabeta, quello che si fa dettare l’agenda politica da attori e cantanti votati, per interessi di bottega, a dire le peggiori inesattezze o a svaccare in concetti come “non ci si capisce niente, quindi votate no”. In un Paese barzelletta è questo tipo di maggioranza che si mobilita, la folla degli antifascisti senza fascismo, i più pericolosi, come aveva ben previsto Leonardo Sciascia. Non sa forse di barzelletta che gran parte di essi si siano scoperti strenui difensori della Costituzione, dopo essere stati zitti e buoni quando questo stesso Governo, con la legge sul “femminicidio”, l’ha ricoperta di letame, fino a partire dall’articolo 3.
Ed è da barzelletta un Paese che non ha memoria. Non sono passati poi così tanti anni dalle vicende legate a Palamara e all’ANM, che avevano svelato ciò che già tutti sanno: la magistratura in Italia è una casta politicizzata che attraverso i suoi canali manda spesso in frantumi la separazione dei poteri, difende se stessa e si garantisce la più totale impunità e irresponsabilità. Viene facile pensare alle capriole che il povero Enzo Tortora sta facendo nella bara, ma senza scomodare casi del passato, sebbene atroci, noi sappiamo quanti sono (ché ci scrivono ogni giorno) le persone discriminate, vittime di accuse false e pretestuose, devastate nella vita, nella dignità e nel portafoglio per lo zelo essenzialmente ideologico di un sistema che sa di poterla fare franca in ogni caso perché tra colleghi no ci si condanna. E che oggi vede quella posizione rafforzata per almeno altri vent’anni, se non di più. Il tutto perché la maggioranza del Paese barzelletta ha creduto davvero che votare sì fosse da mafiosi, massoni, fascisti o delinquenti incalliti, o peggio che si trattasse di un referendum sulla Meloni e il suo Governo, non su una cruciale regola del gioco.
Una barzelletta che non fa ridere
Duole molto dirlo, ma quella del no è anche una vittoria del femminismo italiano, che si è schierato nettamente su questo tema, consapevole che una magistratura diversa dall’attuale avrebbe significato rischiare di perdere l’immensa influenza che ha su uno dei gangli fondamentali della vita di tutti, oltre che su un gigantesco business. Nemmeno la loro presa di posizione ha smosso alcuni dei nostri follower, che sui social sono arrivati a menzionare il proverbiale orologio rotto che segna l’ora giusta due volte al giorno. È esattamente così che prende corpo un Paese barzelletta, dove c’è chi segue una tematica per anni e quando arriva il momento di affondare un colpo significativo all’oppressione, improvvisamente si beve di tutto per motivi di appartenenza partitica o di bottega. E qui sta la più importante chiave di lettura di quanto accaduto, che certifica in modo definitivo il fatto che l’Italia è un Paese barzelletta: non ha vinto il no, ha vinto la narrazione. Tutto oggi è oggetto di racconto, secondo processi sempre uguali che hanno uno scopo solo: negare a qualsiasi costo la realtà, anche arrivando a distorcerla.
Che questa riforma fosse identica ad altre precedentemente presentate da chi in questo caso si è schierato per il no è un fatto di realtà, ma non è bastato: è prevalsa la narrazione. Che la magistratura sia quel bubbone indegno di un Paese civile è scritto in centinaia di articoli e libri riguardanti i suoi disastri a danno di cittadini innocenti, oltre che dalla vicenda di Palamara, ma non è bastato: è prevalsa la narrazione. Che il testo proposto dicesse l’esatto contrario di ciò di cui veniva accusato è un fatto di realtà, ma non è bastato: è prevalsa la narrazione. Che il no basasse i suoi risibili argomenti su ipotesi campate in aria relative a possibili atti futuri del Governo per incatenare la magistratura e che si trattasse di ipotesi tutte infondate in presenza di vincoli e tutele costituzionali era un fatto di realtà, ma non è bastato: è prevalsa la narrazione. L’esito di questo referendum conferma che la società è nel punto più profondo della caverna, dove si nutre di ombre, di virtualità, di non-sapere e non-capire, di racconti che, dividendo e polarizzando, intrattengono abbastanza da rendere sopportabile la tenebra attorno, che pure pesa sulle spalle. Oggi i pupazzi favorevoli al no festeggiano come il proverbiale marito che se l’è tagliato per far dispetto alla moglie, e tra di loro spiccano quei magistrati (quanta repulsione a vederli…) che fremono dal desiderio di fare politica, nei piccoli come nei grandi processi, più che di applicare la legge con equilibrio e responsabilità, a danno anzitutto dei poveracci. Li si vede danzare tutti felici, strillando ipocritamente di aver “salvato la Costituzione”, in uno scenario per l’appunto da barzelletta. Che però non fa per niente ridere.