Da anni il dibattito sulla parità tra uomini e donne risulta gravemente viziato da un pregiudizio sistemico che trascura i diritti degli uomini e dei ragazzi. Tra le istituzioni più responsabili di questa deriva spicca l’ONU, che, nonostante dichiari la centralità dei “diritti uguali tra uomini e donne” nel proprio statuto, perpetua una palese disattenzione verso le difficoltà maschili, dalla salute all’istruzione, dalla paternità alla rappresentanza lavorativa. Gli uomini rappresentano la maggioranza delle vittime di morti sul lavoro, registrano tassi di suicidio e disagio psichico superiori alle donne, e soffrono un’ampia esclusione mediatica e politica quando a essere vittime di violenza o false accuse.
Questo scenario è aggravato da politiche interne che, sotto la maschera della parità, favoriscono sistematicamente la presenza femminile in ogni ambito. Al momento il 50% dei dirigenti e il 60% delle operatrici sul campo presso l’ONU sono donne, e per ogni nuova assunzione chi si occupa della selezione deve garantire la precedenza alle donne, spiegando espressamente le ragioni di un’eventuale scelta maschile. Tutto ciò si fonda su dogmi ideologici privi di base scientifica, come quello del “patriarcato tossico”, diffusi apertamente dai vertici dell’ONU stessi, che alimentano una narrazione di eterna colpa maschile e promuovono rivendicazioni femministe sempre più radicali e discriminatorie.
Le gravi conseguenze per gli uomini nell’indifferenza generale
Il risultato di questo unilateralismo ideologico è evidente: le politiche sanitarie globali trascurano le patologie maschili e ignorano i dati sulla mortalità precoce maschile. L’istruzione registra una crescente crisi educativa per bambini e ragazzi, ormai emarginati dalle priorità dei sistemi scolastici. L’ONU stessa mostra di non volersi confrontare con temi come la crisi dei padri separati, i diritti negati ai padri, la drammatica condizione dei senza tetto che sono in grande maggioranza uomini, la discriminazione nei tribunali o il trattamento inclemente degli uomini nei sistemi di giustizia penale. Inoltre i casi in cui uomini sono vittime di false accuse o abusati nelle relazioni vengono sistematicamente negati dalle medesime istituzioni che si proclamano difensori universali dei diritti.
Questi squilibri generano un rischio sociale profondo: un’intera generazione di ragazzi cresce privata di modelli culturali positivi, penalizzata da stereotipi maschili sempre più tossici e disillusa verso le istituzioni che dovrebbero garantire equità. Ridare voce agli uomini nella società non significa negare i problemi o le sfide altrui, ma superare un femminismo radicale che ha smarrito la strada del buon senso. Serve oggi una nuova intesa tra uomini e donne: una collaborazione equilibrata, fondata sul rispetto reciproco, in cui i problemi maschili – dalla salute alla genitorialità, dall’accesso all’istruzione fino alle emergenze sociali – tornino ad essere una priorità concreta. Solo promuovendo una reale inclusività si potranno costruire società più giuste, superando narrazioni ideologiche e ponendo fine a quella cieca discriminazione istituzionale che penalizza milioni di uomini nel mondo.