C’è chi ancora si ostina a credere in casa l’orco abbia un solo volto, quello maschile. Peccato che la cronaca dell’ultima settimana ci abbia regalato l’ennesima, amara smentita. Prendiamo il caso di Beatrice, una bambina ridotta a un fantoccio di lividi, ammazzata di botte dalla madre: schiaffi, pugni, ciabattate, costretta persino a fumare per punizione. Una storia che, se solo i ruoli fossero stati invertiti, avrebbe scatenato la solita caccia all’orco, titoloni a caratteri cubitali e indignazione a reti unificate. Ma qui l’orco indossa la veste materna, e allora tutto si fa più ovattato, più sfumato, quasi che la violenza, se perpetrata da una donna, sia meno grave, meno degna di attenzione. Eppure i dettagli sono raccapriccianti, come racconta la cronaca: schiaffi, pugni e umiliazioni inflitti da chi avrebbe dovuto proteggere.
Ma non è certo un caso isolato. A Bergamo, una madre è accusata di aver torturato i figli per anni, tra malnutrizione, lividi, pasti saltati o serviti con insetti, abiti sporchi e fame cronica. Le segnalazioni si sono susseguite dal 2016: prima il nonno materno, poi le insegnanti, infine uno dei figli che, disperato, scappa di casa e racconta tutto. Eppure, nonostante i lividi e le denunce, tre inchieste sono state archiviate senza batter ciglio. Il mantra? “La mamma è sempre la mamma”. Se solo un decimo di questi sospetti avesse riguardato un padre, sarebbe già scattata la revoca della responsabilità genitoriale, se non direttamente le manette. Ma quando l’orco è un’orchessa, meglio girarsi dall’altra parte. Nessuno vede, nessuno sente, nessuno interviene. Gli assistenti sociali? Per loro, tutto a posto. Le visite? Sempre annunciate, così la madre poteva ripulire la scena del crimine. E quando anche la dirigente scolastica segnala lividi e malnutrizione, la risposta è sempre la stessa: archiviare, minimizzare, dimenticare. Solo dopo dieci anni, la magistratura si sveglia e ammette che sì, anche una madre può infliggere torture. Ben svegliati, verrebbe da dire.

Il mito materno e la complicità delle istituzioni: quando l’orco ha il volto sbagliato
Questi casi non sono eccezioni, ma la punta di un iceberg che la narrazione dominante si ostina a ignorare. Il mito della madre infallibile, della donna incapace di violenza, è il vero nemico della tutela dei minori (e degli anziani). Ogni settimana, tra le mura domestiche, si consumano orrori che nessuno vuole vedere, perché metterebbero in crisi il dogma ideologico che protegge le donne da ogni sospetto. Se il carnefice è un uomo, scatta la gogna mediatica; se è una donna, si cerca la giustificazione psicologica, il trauma, la difficoltà. E così, mentre si celebrano campagne e giornate contro la violenza, i bambini (e gli anziani) continuano a subire in silenzio, vittime di una doppia ingiustizia: quella della violenza e quella dell’omertà istituzionale. La realtà è che la violenza femminile su minori e anziani è un fenomeno sistemico, occultato da pregiudizi e complicità, che solo un’analisi libera da ideologie può portare alla luce.
È ora di smettere di credere alle favole e di guardare in faccia la realtà: la violenza non ha sesso, ma ha spesso il volto di chi meno ci si aspetta. Chi difende davvero i più deboli, se il sistema preferisce proteggere il mito materno piuttosto che i bambini? Quanti altri casi dovranno emergere prima che si abbia il coraggio di rompere il silenzio? Su LaFionda.com trovate decine di articoli che smascherano questa narrazione tossica e dati reali nell’Osservatorio Statistico. Invitiamo tutti a documentarsi, a leggere, a diffondere la verità: solo così potremo davvero difendere chi non ha voce, e smettere di essere complici di un sistema che preferisce credere ai miti piuttosto che ai fatti.