Qualcuno avrà visto l’altro ieri sera Dietlinde, detta Lilli, Gruber tentare di fare un processo mediatico e sommario al generale Roberto Vannacci il quale, da buon militare, non ha fatto una piega, mostrando all’audience cosa certe trasmissioni e certe giornaliste in realtà siano. Ci sarebbero tantissimi aspetti che, nella nostra ottica, sarebbero interessanti da approfondire (come la caciara in cui Lilli ha buttato tutto quando si è parlato di “quote rosa”), ma qui vorremmo soffermarci su un aspetto in particolare. Si parlava di LGBTQI+ e delle posizioni di “Futuro Nazionale” in merito, Vannacci ripeteva cose che ha già espresso in passato e nel caos delle voci sovrapposte è emersa proprio quella di Lilli che ha accennato nientemeno che al “diritto alla paternità e alla maternità”. Intendeva, nel puro spirito transumano progressista, che anche una coppia di uomini gay o di donne lesbiche hanno diritto ad avere un figlio, anche se biologicamente, pur provandoci accanitamente, non siano impostati per averne. Vannacci ha risposto da par suo, sebbene forse in modo un po’ banale, dicendo che paternità e maternità non sono diritti ma privilegi. Lo riteniamo banale, per quanto verissimo, perché puramente retorico e in quanto tale non efficace a disinnescare l’armamentario sloganistico gruberiano-progressista-transumanista. Come abbiamo fatto notare ieri, su certe cose serve una preparazione specifica, serve andare nel merito delle cose. E allora andiamoci.
Anzitutto, cos’è un diritto? Non è una domanda banale, visto che il termine viene ampiamente abusato. Tecnicamente, e in quella realtà con cui alcuni si ostinano a non voler venire a patti, un diritto soggettivo perfetto comporta la facoltà di pretendere e ottenere una prestazione dallo Stato o da altri. Il diritto alla salute è quello che consente di pretendere legittimamente che lo Stato provveda a porre le condizioni affinché un cittadino non si ammali e, se si ammala, venga curato. Il diritto al lavoro è quello che consente di pretendere legittimamente che lo Stato ponga le condizioni affinché un cittadino trovi il modo di sostentare se stesso e i suoi cari. Il diritto alla libertà personale, derivato dal habeas corpus risalente niente meno che al 1215, consiste nel fatto che un cittadino non può subire coercizioni fisiche, detenzioni, ispezioni o perquisizioni arbitrarie da parte dello Stato o di terzi, che dunque, di norma, si devono astenere dal disporre dei corpi altrui. Se capita, è nell’ambito delle leggi, che devono garantire il diritto a rivolgersi a un tribunale terzo e un diritto alla difesa. A margine, vale la pena sottolineare come questo tipo di diritti siano stati per lo più conquistati con il sangue dei nostri avi (in gran parte uomini, n.d.A.). Tutto chiaro? Se sì, appare ovvio che paternità e maternità non sono un diritto. Un figlio è una persona (che acquista capacità giuridica alla nascita) e nessun individuo può formare l’oggetto di un diritto altrui, poiché l’ordinamento occidentale rifiuta la logica della reificazione (trattare una persona come una cosa o una proprietà).

Lilli e la confusione sui “diritti”
Quello che Lilli (e altri del suo stampo) intendono, forzando il concetto fino a snaturarlo, è che lo Stato dovrebbe garantire a tutti, anzi a tutt*, di poter avere un figlio. Ma questo va contro ogni principio legale, oltre che logico. Di contro, se non esiste un diritto a essere padre o madre, esiste la libertà di diventare genitori, intesa come impossibilità per lo Stato di impedire a un cittadino di avere un figlio. Non esistono leggi che proibiscano a una coppia gay o lesbica di avere un figlio. Ci provino, sono liberi di farlo, lo Stato non può interferire nelle loro scelte riproduttive. Se poi non ci riescono, se la prendano con Domineddio o con la natura, quel brutto poter ascoso che a comun danno impera, ma non cerchino di ottenere ciò che non possono ottenere trasformando una libertà naturale (e tanto meno un desiderio o un capriccio) in un diritto naturale. Si dirà: ma così è brutto. Che ne è di una coppia gay o lesbica che si ama e ha questo irrefrenabile desiderio di genitorialità? Una soluzione civile si può tranquillamente trovare: verificata severamente l’idoneità della coppia, esistono le adozioni, ad esempio, purché non si parli, come blatera Dietlinde detta Lilli (e tanti altri come lei) di “diritto”. Pur di dare un contesto sicuro a un bambino, si può anche pensare, al limite, di derogare al fatto che un fanciullo ha biologicamente e fisiologicamente bisogno di una madre e un padre per crescere in modo equilibrato. Ma qui parliamo di eccezioni.
Oltre a tutto questo, che ci interessa limitatamente (essendo per noi le istanze LGBTQIA+ in maggioranza tangenti alla psichiatria), è utile capire cosa accadrebbe se davvero la maternità e paternità diventassero dei diritti legalmente riconosciuti, come ha cercato di spacciare la Lilli nazionale. Tanto per cominciare non è improbabile che si creerebbe un notevole cortocircuito tra il suddetto diritto e l’altro diritto diametralmente opposto, quello all’aborto. Come conciliare le due cose? L’unico modo sarebbe riservare il diritto alla paternità e maternità soltanto alla minoranza LGBTQIA+, se non che, dal punto di vista legale, costituzionale e filosofico sarebbe un’aberrazione inaccettabile. E che dire del diritto alla paternità? Se venisse sancito, alla luce del fatto che soltanto la madre è sempre certa, diventerebbe indispensabile stabilire un obbligo di legge per l’esame del DNA del feto. Metti caso che il piccolo non portasse i geni del padre, come accade più spesso di quanto si pensi, il diritto alla paternità verrebbe leso e occorrerebbe pensare a misure compensative per questo vulnus. Tipo esentare il non-padre dall’obbligo di mantenere ex moglie o ex compagna e il nascituro. Una disposizione che, lo sosteniamo da tempo, sarebbe doverosa, ora che la tecnica ci permette di smentire il famoso detto latino mater semper certa est. Anche il pater ormai può esserlo, e dunque si disponga in questo senso. Chissà se il generale Vannacci e la sua compagine sarebbero d’accordo su una disposizione del genere. Potrebbe essere un primo passo per portare a sé i voti di tanti uomini e donne per bene che, sebbene silenziosi, sono la maggioranza in questo Paese. Checché ne dica la Lilli nazionale.