Parliamo dell’eterna antitesi tra natura e cultura. Scrive il filosofo Norberto Bobbio in Destra e sinistra: «Nel Discorso sull’origine della disuguaglianza, Rousseau parte dalla considerazione che gli uomini sono nati uguali, ma la società civile, vale a dire la società che si sovrappone lentamente allo stato di natura attraverso lo sviluppo delle arti, li abbia resi diseguali. Nietzsche, al contrario, parte dal presupposto che gli uomini siano per natura diseguali e soltanto la società, con la sua morale del gregge, con la sua religione della compassione e dalla rassegnazione, li ha resi eguali. Quella stessa corruzione che, per Rousseau, ha generato la diseguaglianza, ha generato, per Nietzsche, l’eguaglianza. Là dove Rousseau vede diseguaglianze artificiali, e quindi da condannare e da abolire perché in contrasto con la fondamentale eguaglianza della natura, Nietzsche vede un’eguaglianza artificiale, e quindi da esecrare in quanto riduttiva della benefica diseguaglianza che la natura ha voluto regnasse fra gli uomini. L’antitesi non potrebbe essere più radicale: in nome dell’eguaglianza naturale, l’egualitario condanna la diseguaglianza sociale; in nome della diseguaglianza naturale, l’inegualitario condanna l’eguaglianza sociale». Le posizioni di Rousseau e di Nietzsche potrebbero sembrare agli antipodi, ma c’è un punto di convergenza: entrambi biasimano la Cultura (civiltà) ed elogiano la Natura.
Natura o Cultura. Cultura o Natura. Il mondo del pensiero è stato da sempre sollecitato da principi fondamentali contrapposti. Il bene e il male, la Luce e le Tenebre, il giorno e la notte, la mente e il corpo, il mondo sensibile e il mondo delle idee, il corpo mortale e l’anima immortale, Yin e yang, il maschio e la femmina. Tra questi, il dualismo di Natura o Cultura ha acquisito nell’ultimo secolo e nel mondo della riflessione filosofica un ruolo di notevole importanza. Senza questa dicotomia, il pensiero femminista non avrebbe alcun senso. Il Patriarcato e tutto quello che deriva dall’universo maschile – termine che ha inerente il connotato di “tossico” – sarebbero in linea di massima frutto della Cultura. L’opera fondamentale della letteratura femminista, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, si pone come una denuncia della costruzione culturale maschile del mondo a danno della donna. La Natura non c’entra. La donna sarebbe un prodotto costruito dall’uomo: «donna non si nasce, lo si diventa». Il ruolo primario della Cultura (patriarcale) all’interno del pensiero femminile sarebbe stato di tale portata che nulla sarebbe rimasto fuori dalla sua influenza a danno della donna: dall’allattamento alle mestruazioni, all’attrazione sessuale fino all’attuale negazione dell’esistenza naturale di due sessi. La Natura invece è stata vincolata in parte all’universo femminile, a molte caratteristiche positive attribuite alle donne (empatia, pace, solidarietà) e ad alcuni comportamenti femminili negativi – etichettati spesso sotto il termine naturale di sindrome: la sindrome post-partum (infanticidio), la sindrome della donna maltrattata (uxoricidio)…

Il rifugio della “sindrome”
Quanta natura o quanta cultura facciano parte dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti è una questione, a mio avviso, che non può trovare soluzione. L’ideologia femminista l’ha risolta invece in maniera inequivocabile. L’ambito della violenza è l’esempio più evidente: tutta la violenza maschile, senza esclusione, è frutto della Cultura (patriarcale). Gli uomini ammazzano, stuprano o fanno la guerra perché sono formati culturalmente per farlo. Tutti formati allo stesso modo, anche quelli che non uccidono, non stuprano o non fanno la guerra – che sono la stragrande maggioranza. La dichiarazione della sorella di Giulia Cecchettin rispecchia molto bene questo pensiero: «l’assassino non è un mostro, ma figlio sano del patriarcato». Ciò vuol dire che anche il padre, Gino Cecchettin, tenace testimone contro la violenza di genere, è un figlio sano del patriarcato. Curioso modo di «onorare il padre e la madre», secondo la raccomandazione del comandamento biblico, chiamando suo padre “potenziale assassino”. Eppure questa certezza femminista si scontra frontalmente con la Natura, che quotidianamente ci mostra come le uccisioni, anche tra membri della stessa specie, gli stupri – denominati dagli etologi coiti coercitivi –, anche di gruppo, e qualsiasi altro tipo di violenza facciano parte del regno animale. Naturalmente, se per la violenza maschile l’origine culturale è indubbia, per la violenza femminile vengono proposte altre spiegazioni: sindromi o malattie mentali – che ricadono sulla natura –, autodifesa, pressione sociale, ecc.
Il neologismo femminicidio, che tende ad inglobare qualsiasi omicidio di una donna per mano di un uomo, non nasconde l’intenzione di voler far ricadere tutta la responsabilità sulla Cultura (maschile), escludendo così l’esistenza di una parte inestinguibile della violenza, per quanto tragica, inerente alla Natura umana. Il problema quindi può essere risolto unicamente modificando la Cultura (patriarcale), cioè modificando la psiche maschile. In altre parole, tutto il discorso femminista, sul femminicidio e la violenza di genere, è basato sul principio che questa violenza è generata dalla Cultura, collettiva e maschile, responsabilità di tutti gli uomini, e non ha a che fare, in nessuna delle sue parti, con la Natura umana. Se invece una percentuale di questa violenza fosse effettivamente naturale e ineliminabile, tutte le politiche e le campagne che mirano a eliminare il femminicidio, a “eliminare ogni forma di violenza contro le donne” (25 novembre), sarebbero una chimera propagandistica, l’obiettivo dell’eliminazione irrealizzabile, gli obiettivi quindi sarebbero necessariamente altri non esplicitati, nascosti, occulti, celati: la colpevolizzazione maschile, l’erogazione di fondi, misure politiche a favore delle donne, ecc. È evidente che la stessa impostazione logica adoperata dal femminismo per denunciare la violenza maschile contro le donne, può essere applicata su altri gruppi sociali (ad es. donne / bambini), anche tra gruppi di donne: (ad es. le donne povere o le donne immigranti uccidono rispettivamente in maggior misura donne ricche o donne native, non al contrario). Prendiamo, ad esempio, i gruppi sociali degli anziani e delle donne. Statisticamente le donne uccidono più anziani di quante donne vengano uccise da anziani. Se addebitiamo alla cultura l’uccisione di un anziano per mano di una donna, inventiamo il concetto di “anzianicidio” (l’uccisione di un anziano in quanto anziano per mano di una donna), e promuoviamo campagne per modificare questa “cultura” delle donne, cioè la psiche femminile, il gioco è fatto.

La morale dei signori e degli schiavi
Ora, dopo questa lunga digressione, ritorniamo a Nietzsche e a Rousseau. Se applichiamo la prospettiva di genere allo scritto di Bobbio, così come abbiamo fatto per il concetto dello Stato nell’intervento precedente, un’altra lettura è possibile. In Natura uomini e donne sono inoppugnabilmente disuguali. In questo punto Nietzsche ha ragione. Le donne sono fisicamente meno dotate, più in difficoltà nella corsa alla sopravvivenza, sottoposte al rischio continuo di essere prese da un uomo e rimanere incinte. All’essere debole nietzschiano, bloccato dalla paura e dalla incapacità di affermarsi sopra le difficoltà del mondo, corrisponderebbe quindi in Natura la donna. Allo scopo di sopravvivere la donna promuoverebbe una moralità utilitaristica (morale degli schiavi), fondata su valori – la pietà, l’umiltà, la pazienza, la gentilezza, ecc. – che servono a difendere i deboli (cioè, le donne) dai forti (cioè, gli uomini), il “gregge” dagli “spiriti liberi”. Forte di questa morale e delle continue richieste di norme, leggi, tutele, protezione e sicurezza, la donna vorrebbe imbrigliare l’uomo, lo spirito forte e libero, l’avventuriero, l’eroe animato da una disposizione dionisiaca verso la vita. Penelope vuole Ulisse a casa, esige il suo ritorno. Dove in Natura l’uomo vivrebbe all’insegna della libertà assoluta, della sua propria coscienza (morale dei signori), nella Cultura soccomberebbe alla morale femminile, diventerebbe un minus-uomo, arrendevole e servizievole, sottomesso al servizio della donna, a tutelarla e proteggerla.
La distanza tra il pensiero di Nietzsche e quello di Rousseau non è in realtà così inconciliabile come ci vorrebbe far credere Bobbio. Secondo Rousseau, con l’introduzione della proprietà, il patto sociale non è più un patto stretto fra uguali, ma fra disuguali, diventa quindi un patto iniquo, sanzione giuridica e formale di una società ingiusta. Esso dà valore di istituzione all’usurpazione, trasforma il dominio economico in potere politico. In altre parole, sotto una prospettiva di genere, l’introduzione dell’obbligo al consenso femminile nell’approccio sessuale, origine della repressione sessuale maschile, sancisce nel patto la prevalenza della donna sull’uomo. Esso istituisce il capovolgimento dell’ordine naturale, trasforma il dominio sessuale femminile in potere politico. Dunque anche per Rousseau, seppur in un secondo stadio, a seguito dell’introduzione della proprietà, esiste già una diseguaglianza prima del patto. All’inizio, l’uomo immaginato da Rousseau vive in una relazione immediata con la Natura. Si ciba dei frutti che la terra spontaneamente produce. I suoi bisogni sono modesti, le sue passioni elementari: il cibo, la femmina, il riposo. Il dolore e la fame sono i suoi timori. Perché Rousseau (che è un uomo) pensa alla femmina come a un bisogno dell’uomo? Perché per la donna il maschio non è un bisogno? Rousseau si rende conto del bisogno di appagamento dell’istinto sessuale maschile senza però riuscire a capire le implicazioni. In Natura quell’istinto veniva appagato liberamente, nella civiltà no. Ciò che l’uomo perde nel contratto sociale è la sua libertà naturale e un diritto illimitato su tutto ciò che tenta e che può conseguire, compreso quindi il sesso.
Il ribaltamento della disuguaglianza
Mi servo del testo di Rousseau in Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, modificato con prospettiva di genere (le parentesi sono naturalmente mie): «I ricchi (le donne) dovettero presto sentire quanto fosse svantaggiosa per loro una guerra incessante (la loro subalterna posizione sessuale), di cui facevano da soli tutte le spese (gravidanze, sesso indesiderato…). Il ricco (la donna), premuto dalla necessità concepì in fine il disegno più meditato che sia mai entrato nello spirito umano: ossia d’usare a favor proprio le forze stesse che l’attaccavano (gli uomini), di fare dei suoi avversari i suoi difensori, di inspirar loro altre massime (morale), dare altre istituzioni, che gli fossero favorevoli, quanto il diritto naturale gli era contrario. In tale intento… egli (la donna) inventò facilmente ragioni speciose per menarli al suo scopo: “Uniamoci, disse loro, per garantire i deboli dall’oppressione…: istituiamo ordinamenti di giustizia e di pace, cui tutti siamo obbligati a conformarsi, che non facciano distinzione di persona, e che riparino in qualche modo i capricci della fortuna, sottomettendo ugualmente il potente e il debole (l’uomo e la donna) ad obblighi reciproci…”. Tutti (gli uomini) corsero incontro alle loro catene, credendo assicurarsi la libertà…
Tale fu e dovette essere l’origine della società e delle leggi, che diedero nuove pastoie al debole (all’uomo) e nuove forze al ricco (alla donna), distrussero senza scampo la libertà naturale, fissarono per sempre la legge della proprietà (legge sessuale), e assoggettarono ormai tutto il genere umano (maschile) al lavoro, alla servitù e alla miseria (alla repressione sessuale e al volere femminile)». In breve, prese forma la diseguaglianza tra ricchi (donne) e poveri (uomini) nella società. In questo punto Rousseau ha ragione. In conclusione, sottoposta la Storia a una lettura di genere, non è mai avvenuto un passaggio da uguaglianza a disuguaglianza o viceversa, come ipotizzano Nietzsche e Rousseau. Quello che è avvenuto, invece, è stato un capovolgimento da una disuguaglianza obiettiva in Natura, a vantaggio dell’uomo e a svantaggio della donna, a una disuguaglianza evidente nell’attuale società, a vantaggio della donna e a danno dell’uomo. «L’uomo è nato libero e dappertutto è in catene»: con questa affermazione ha aperto Rousseau il suo capolavoro, il Contratto sociale, di 1762. Chissà se intendesse uomo come essere umano o come maschio.