Sì sì, lo sappiamo: la “sindrome da alienazione parentale” non esiste. Questa è una roba ormai comprovata da decenni. Chi la osteggia continua però ad attaccarsi alla definizione medicale per sollevare un gran fumo che, alla prova dei fatti, mostra non avere alcun arrosto alla base. L’alienazione parentale è infatti l’esito di una serie di condotte riconoscibili che un genitore mette in atto per allontanare l’altro genitore dal rapporto affettivo con la prole. Che lo faccia per vendetta, per interesse economico o anche solo per un problema, quello sì, di tipo psichiatrico, poco importa. L’effetto finale è che l’alienazione priva il minore del suo diritto ad avere rapporti affettivi consolidati e continuativi con entrambi i genitori. Alleato numero uno del genitore che intende alienare l’altro è sicuramente lo strumento delle false accuse. I due fenomeni sono strettamente interconnessi e statisticamente colpiscono nella stragrande maggioranza dei casi i padri: le leggi oggi implicano che basti la parola di una donna, basti la sua mera percezione di aver subito un torto da “Codice Rosso”, e l’altro genitore viene immediatamente allontanato, messo a processo per anni, durante i quali la sua figura viene debitamente sradicata dal cuore del figlio o della figlia. Di fatto, combattere l’alienazione parentale significa in prima istanza reprimere il fenomeno delle false accuse contro gli uomini. Ma non solo.
Serve anche rafforzare l’applicazione delle sentenze e la più rigorosa separazione dei poteri tra magistratura e politica. Altrimenti si verificano casi come quello che per anni ha visto coinvolti Giuseppe Apadula, la sua ex compagna Laura Massaro e il loro figlio. Non stiamo a raccontare nuovamente tutta la vicenda: chi vuole può fare una ricerca sul nostro sito con quei due nomi e avrà la possibilità di ricostruirla nella sua interezza. Ci limitiamo ad alcuni dati di fatto: dopo anni di battaglie giudiziarie per l’affido del minore, corredate da denunce penali reciproche tutte finite in nulla, i maggiori gradi della magistratura intimano alla madre di far frequentare il figlio a Giuseppe. A quel punto non ci sono vie d’uscita. A meno di non optare per il non rispetto di sentenze e decreti. Massaro si rende quindi irreperibile insieme al figlio, debitamente protetta da una schiera di politiche e associazioni che avevano eletto il suo caso a simbolo. Le stesse politiche (con giornaliste al seguito) che per anni l’hanno sostenuta pubblicamente, fino a spingersi a definire Giuseppe “padre abusante e violento”, nonostante la sua fedina penale immacolata, e ad eleggere Massaro stessa “donna dell’anno” nel 2021. L’epilogo arriva con la Cassazione che, di fatto, prende atto della lunga scia di illegalità (tale è il non rispetto di decreti e sentenze), dichiara Massaro madre inadeguata e alienante (non usa questo termine, ma il concetto è quello) e nonostante questo, alla fine si arrende, affidando il figlio a lei.

L’alienazione va risarcita
Dopo anni di calvario (tale è per un padre essere privato del figlio), Apadula si prende qualche piccola soddisfazione: diverse sentenze sanciscono che è stato diffamato da alcune testate giornalistiche. Le politiche che l’avevano calunniato restano impunite grazie all’immunità. Alcune coraggiose addirittura vanno all’attacco di Apadula (e del nostro fondatore), finendo per schiantarsi contro il vuoto delle loro accuse. Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dà ragione ad Apadula, condannando l’Italia per aver negato a suo figlio il diritto ad avere un padre. Ma sono tutti contentini che, oltre a non restituire un figlio a un padre, lasciano l’inaccettabile squilibrio inalterato: in Italia, se hai gli appoggi giusti e le coperture che servono, puoi irridere sentenze e decreti ai vari livelli della magistratura, puoi renderti latitante portando con te un minore, senza che ti venga torto un capello. Il tutto perché, strillano le varie associazioni femministe sullo sfondo, “l’alienazione parentale non esiste”, è soltanto un altro modo che il patriarcato usa per opprimere le donne. Ma poi, dopo un po’, arriva il plot twist: qualche giorno fa la Corte d’Appello di Roma ha condannato Massaro a pagare ad Apadula i danni per averlo escluso dalla vita del figlio. Il conto è salato: 170 mila euro, spese legali incluse. Caso più unico che raro, dunque: si stabilisce un risarcimento significativo per una cosa, l’alienazione parentale, che “non esiste”.
Le reazioni alla notizia sono state molte. Anzitutto quella di Apadula: «felice per questa sentenza, ma nessuna cifra mi restituirà anni di calvario e l’amore di mio figlio». Nessuno sui media riprende questo concetto, ovviamente. E mentre sul web le pasionarie, improvvisamente divenute pochissime ora che si tratta di aprire il portafogli, provano a organizzare una colletta per Massaro, ci si attenderebbe un po’ di autocritica per lo meno da quell’area istituzionale che ha invaso impunemente il campo di una vicenda personale ma anche quello della magistratura. Figuriamoci. Il meglio che si riesce a fare, a partire dall’area di Governo, è di chiamare a raccolta il fronte trasversale animaschile e antipaterno per cercare di buttar giù la legge 54/2006 su separazioni e affidi. Proprio quella che impone il diritto dei minori alla bigenitorialità. Niente capo cosparso di cenere, nessun tavolo di discussione che, a partire dalla vicenda Apadula-Massaro, dalla sentenza CEDU e da una rimozione di ogni inquinamento ideologico, riporti le cose a uno stato di normalità e civiltà. Marina Terragni, nota e autodichiarata femminista radicale, nominata Garante per l’Infanzia dal Governo Meloni, suona l’adunata e chiama alla carica contro la 54/2006 tutta l’armata accecata dall’odio di genere (e golosa degli interessi che vi ruotano attorno).

Tenere alta la guardia e farsi antidoto
Tutti rispondono, da tutto l’arco parlamentare: «non può esistere un meccanismo automatico per cui se un bambino rifiuta il rapporto con un genitore deve essere stato per forza manipolato dall’altro», conciona Stefania Ascari, tra le tante. «La 54/2006 serviva per affermare culturalmente lo schema della parità: ad oggi si è perso il senso dell’esaltazione delle “differenze”», è il carico da undici messo dalla verde Luana Zanella, che così fa saltare in aria in una frasetta tutta la retorica femminista relativa alla “parità”. E poi dice che uno si butta su Vannacci… È ovvio a chiunque sappia guardare le cose in modo oggettivo che la sentenza della Corte d’Appello di Roma è un macigno non rimuovibile. Ogni tentativo istituzionale di minare la 54/2006, invece che rafforzarla, può essere considerato come un tentativo di disarticolare un ordinamento equo di giustizia previsto ovunque in occidente. Ci si deve far trovare preparati di fronte a questi tentativi irresponsabili, portati avanti senza alcuna considerazione del benessere dei minori, ma solo per puro interesse e impulso ideologici. Un veleno noto ormai da decenni, di cui tutte le persone per bene devono farsi irredimibile antidoto.