Quanto tempo ci mette un team di donne con la loro psiche a scegliere il colore o la lunghezza della divisa di lavoro? E quanto tempo ci mette un team di uomini? Possono sembrare domande irrilevanti, ma la somma di questi comportamenti diversi e irrilevanti rivelano l’enorme distanza esistente tra il cervello maschile e quello femminile. Ad un minimo sforzo di osservazione quotidiana, constatiamo il grande divario nel modo di agire tra uomini e donne, nell’approccio al rischio, nelle opere creative, nel lavoro, nelle aspettative e desideri o nel modo di giudicare. È evidente che il cervello umano contiene strutture che elaborano le informazioni ambientali in maniera diversa a seconda se si è uomo o donna, in modo da guidare i sentimenti e verso fini differenti. In uno degli episodi della nota serie The Simpsons – “Girls Just Want to Have Sums” (Le ragazze vogliono solo sommare) –, i bambini e le bambine vengono istruiti separatamente a scuola. Lisa, la bambina, è molto scontenta perché, nella sezione riservata alle bambine (pulita, ordinata e arredata con lussuose poltrone), l’insegnante chiede alle alunne di «sentire» i numeri, e fa svolgere esercizi di meditazione durante le lezioni di matematica. Lisa, insoddisfatta, osserva la sezione dei bambini (sporca, trascurata e con uno scuolabus in fiamme) e vede che lì, invece, si studia davvero la matematica e si risolvono problemi matematici. Quindi, si traveste da maschio e si infiltra nella classe dei bambini, convinta che essere una bambina sia più difficile che essere un bambino. Il primo giorno di scuola un bambino, Nelson, la picchia. Quando torna a casa, il fratello Bart la vede piangere e Lisa confessa di essersi sbagliata quando sosteneva che essere un bambino fosse più facile che essere una bambina. Bart e Lisa, due mondi che viaggiano paralleli, a volte si intersecano, a volte no.
Il femminismo dell’uguaglianza ha sempre sostenuto che le differenze biologiche tra i due cervelli e la psiche maschile e femminile sono un’invenzione patriarcale. George Best fu un celebre calciatore che spese la sua fortuna in alcol e donne. Tanti altri personaggi maschili pubblici, e meno pubblici, hanno sperperato la propria fortuna in donne. Mai saputo né letto alcuna notizia di una donna che ha sperperato la propria fortuna in uomini. Questa, o qualsiasi altra differenza similare, secondo il femminismo dell’uguaglianza, sono frutto della costruzione culturale (del patriarcato). D’altra parte il femminismo non si è mai disturbato di spiegare per quale motivo il cervello non si sarebbe evoluto in contemporanea con il resto del corpo, cioè, in altre parole, l’evoluzione avrebbe agito su tutto il corpo umano (in maniera diversa nell’uomo e nella donna) tranne che sul cervello e la psiche (che fa parte del corpo umano), un’ipotesi assurda. Oggi è noto come “paradosso dell’uguaglianza” (salito alla ribalta dopo la produzione del documentario “paradosso norvegese”) l’osservazione secondo cui le società con un più alto livello di uguaglianza di genere mostrano differenze di genere più marcate in una varietà di fenomeni, ossia con il raggiungimento di una maggiore uguaglianza di genere, le differenze innate di natura biologica tendono a manifestarsi con maggiore evidenza. La dicitura “paradosso”, naturalmente, è il risultato della semina femminista che vuole due cervelli identici, è evidente che se i due cervelli sono diversi, emergono differenze, il paradosso sarebbe se non emergessero.
Il paradosso norvegese
Il femminismo si impiccia della psiche maschile
Malgrado una parte significativa del femminismo abbia sempre negato l’esistenza di due cervelli diversi, le femministe non si sono mai stancate di descrivere il cervello e la psiche maschile: come sono, pensano e cosa fanno gli uomini. L’immagine che ne è venuta fuori non è per nulla entusiasmante (violenti, prepotenti, guerrafondai, sporchi, infedeli, puttanieri, ecc.). Anche agli uomini dovrebbe interessare capire come è fatta la psiche femminile, ma per fare un primo schizzo di quel complesso e intricato universo non faremo lo stesso errore delle femministe: mi aiuterò delle conclusioni di una donna, la psicologa Pilar Sordo, per delineare la psiche delle donne. Uno dei concetti più noti di Pilar Sordo, presentato nel suo libro Viva la differenza!, è quello del «pensiero magico». Secondo la psicologa, il «pensiero magico» femminile non consiste nel credere nella magia o nel soprannaturale, ma nella tendenza a costruire interiormente una versione ideale o perfetta di come dovrebbero essere le cose, confrontando poi costantemente la realtà con quell’ideale. Molte donne si lascerebbero quindi guidare da un ideale di perfezione che impedirebbe loro di accettare la realtà così com’è e di evitare di lamentarsi, oltre alla tendenza soggettiva di credere che ciò che sentono o pensano sia evidente e debba esserlo anche per gli altri, oppure che gli altri possano indovinare ciò che provano o pensano.
La vita quotidiana offrirebbe numerosi esempi di questo pensiero. Le donne tenderebbero ad esempio ad avere un’immagine della coppia ideale che spesso si tradurrebbe in delusione perché il partner reale non “indovina” bisogni o desideri, oppure il desiderio di una famiglia, di un corpo o di una vita perfetti che provoca in loro frustrazione quando la realtà non corrisponde a quell’immagine da loro desiderata, o l’aspettativa che gli altri comprendano ciò che si prova senza che sia necessario esprimerlo. Le donne avrebbero nella mente una sorta di “fotografia” di come dovrebbero essere e dovrebbe essere il loro mondo: perfette nel corpo e nel peso, perfette come madri, mogli o professioniste, una “fotografia” che spesso non combacerebbe con il mondo né la donna reale. Da questo divario nascerebbero un senso di insoddisfazione e una lamentela costante, per tutto e per nulla. Uno degli esempi più celebri che Pilar Sordo riporta nelle sue conferenze è quello del negozio di scarpe: la psicologa descrive come una donna possa immaginare che il commesso, il marito o il partner “dovrebbero” capire ciò che desidera senza che lei lo dica esplicitamente. Questo sarebbe un esempio di pensiero magico applicato alle relazioni.

Il realismo nella psiche maschile
Da questo pensiero deriverebbero altre conseguenze: molte donne avrebbero difficoltà a fissarsi obiettivi chiari e raggiungerli; la stragrande maggioranza delle donne si percepirebbe come un essere passivo e ricettivo (se sono tristi, ad esempio, è perché qualcuno o qualcosa le ha rese tristi) e, quindi, non si sentirebbe responsabile delle proprie azioni né delle conseguenze che esse comportano (la responsabilità e la colpa ricadrebbero sempre sugli altri, terreno vergine per il vittimismo). Pilar Sordo riporta l’esempio delle donne in sovrappeso che si rivolgono all’endocrinologo, la stragrande maggioranza di loro non riconosce la cosa più ovvia, che mangiano più di quanto dovrebbero, ma adducono qualsiasi tipo di giustificazione per spiegare il proprio aumento di peso. Un atteggiamento simile lo esibiscono le donne che hanno agito violenza o le madri durante le separazioni conflittuali – non importa quanto le loro decisioni abbiano potuto rovinare i figli –, tutte tendono ad addurre qualsiasi tipo di giustificazione per spiegare il loro comportamento inadatto. D’altra parte la mentalità creditrice femminile – la mentalità di chi ritiene di dover essere servito dagli altri – si concilia molto poco con l’assunzione di responsabilità. Se credo che gli altri sono al mio servizio, difficilmente imparerò a maturare e ad assumermi la responsabilità della mia vita, attribuirò tutto ciò che accade, nel bene e nel male, a quelle persone o alle circostanze del momento. Tutte le principesse del mondo tenderanno a dare la colpa al servitore che lo ha servito male.
A questo punto è inevitabile non pensare alla ragione e alla logica (maschile?). In filosofia si definiscono “razionalistiche” quelle correnti di pensiero secondo le quali la realtà è fondamentalmente organizzata in modo logico e coerente. La ragione umana risulta perciò lo strumento di conoscenza (e di giudizio!) più idoneo. Noi abbiamo ereditato quest’uso diffuso della ragione, come strumento di analisi, di conoscenza e di giudizio della realtà, già da Machiavelli nel Cinquecento in politica, da Galileo e da Cartesio sul principio metodologico e la realtà matematico-fisica e sul diritto da Hugo Grotius nel Seicento, fino alla sua massima espressione nel Settecento mediante la critica alle religioni e ai dogmi religiosi, fino a considerare la ragione fondamento del tutto sufficiente del bene morale, della giustizia e della felicità. Il pensiero moderno e attuale si contraddistingue quindi per l’applicazione del criterio razionale in ogni campo della realtà. In che modo questo pensiero entra in conflitto con il «pensiero magico» descritto dalla Sordo?

Il vittimismo automatico
L’impianto teorico del femminismo non sarebbe altro che una conferma di come le donne tendono a sentirsi vittime di qualsiasi situazione che non sia di loro gradimento o non le favorisca. In fondo, il femminismo consiste nel rivendicare per le donne che non sono responsabili dei propri problemi, perché sono le vittime; la deresponsabilizzazione femminile è l’essenza della sua dottrina. La teoria (di Simone de Beauvoir) secondo la quale l’uomo avrebbe costruito il “genere” femminile, confermerebbe il ruolo passivo delle donne (e di converso il ruolo attivo degli uomini, che avrebbero costruito anche il “genere” maschile). O quella che considera l’uomo responsabile del fatto che le donne non abbiano avuto un ruolo più rilevante nella scienza, nelle arti, nella filosofia o nella letteratura o del fatto che le donne guadagnino meno o occupino un numero inferiore di posizioni dirigenziali, sono teorie che negano in ogni modo qualsiasi responsabilità delle donne. E qui sorge il dubbio se femminismo e femminile possano essere svincolati nettamente l’uno dall’altro, se il movimento femminista non sia stato altro che la più pura espressione del volere femminile, svelato senza alcun pudore quando la donna si è sentita finalmente libera dall’uomo e dai bisogni primari e dalle necessità quotidiane che l’opprimevano e l’imprigionavano nell’antichità. Evidentemente, se la psiche della donna e la psiche dell’uomo sono diverse, questo si riflette anche sul giudizio morale delle cose, come cercherò di approfondire nel prossimo intervento.