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La Fionda

False accuse, copioni sempre uguali: in Italia la vera vittima è l’uomo

Quando si tratta di false accuse in salsa italiana i copioni tendono a ripetersi. Dalla raffinata sceneggiata veneziana – moglie gelosa, marito esasperato, clienti ignari – che si conclude con ruoli ribaltati nonostante audio e video che dicono tutt’altro, fino a Bergamo dove pure i testimoni confermano al giudice la montatura nata da una ex animata solo da acrimonia e voglia di soldi, la storia cambia città ma la trama resta identica. A Genova la recita dell’ex moglie regala al marito braccialetto elettronico e misure cautelari – omaggio del PM che si beve la narrazione tossica – solo per poi dover passare all’incasso della totale assoluzione e della possibilità di querela per calunnia contro la “vittima”. L’Italia del Codice Rosso, ormai, sforna più copioni che sentenze. Dicono che la parola della donna basti per condannare. A tratti, basta pure che “si senta” qualcosa e lo reciti con la giusta dose di pathos. Come a Bari, maltrattamenti e lesioni crollano in aula perché la ricostruzione era «confusa e priva di precisi riferimenti cronologici», poggiando tutto sulle dichiarazioni autoproclamate della “vittima”. Referti medici? Zero. Occorre solo che la narrazione sia creduta, non provata. Da Napoli a Catanzaro, il disco è sempre lo stesso: accuse di violenza (sessuale, fisica, psicologica), processi, assoluzioni. Solo che la macchina del sospetto e delle misure cautelari travolge chiunque sia accusato. La logica può andare a farsi benedire – basta sentirsi vittima per avviare la macchina.

Eppure, appena la polvere si posa, nessuno sembra ricordarsi dei fatti. Stalking, botte, abusi – accuse sempre uguali, copioni ripetitivi, sentenze di assoluzione sempre più silenziate. Prendete il caso dell’ex poliziotto: il racconto di cronaca dà spazio al dramma e all’infamia, dettaglio su dettaglio, salvo poi glissare quando arriva l’assoluzione. La memoria collettiva resta ancorata al pregiudizio originario, mai alla verità processuale. Così nello schema ormai scolpito nella pietra: le accuse di violenza sessuale fanno scalpore, ma una volta che vengono demolite da testimoni, prove e perfino PM pentiti, quello che resta è la montatura, non la rettifica. E se le accuse erano addirittura grottesche, come a Ferrara – storie di coltelli, video intimi, bambini, denaro, circo mediatico – ci pensa la Procura stessa a chiedere l’assoluzione quando ormai la vita dell’accusato è a brandelli.

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I copioni tossici: accusato sempre colpevole, se assolto non si dà notizia

Attenzione però: se i copioni si ripetono è anche perché il sistema dell’emergenza permanente premia chi accusa, non chi prova. L’incongruenza delle narrazioni, le “memorie ballerine”, le versioni cambiate a ogni interrogatorio sono fastidi da ignorare; suggerire che ci sia calcolo dietro, opportunismo o sete di vendetta, è oggi un tabù. Accuse pesantissime lanciate a colpi di retorica e Codice Rosso, assoluzioni nascoste, reputazioni eliminate con la leggerezza di chi gioca col fuoco. La nuova normalità giudiziaria, tra affitti non pagati e parcheggi contesi, è la recita delle false accuse su qualunque palcoscenico e sugli stessi copioni. Basta la parola magica – “violenza” – e si attiva la giostra: denunce, braccialetti elettronici, misure cautelari, richieste di risarcimento, e, dulcis in fundo, vite distrutte mentre lo spettacolo va avanti per anni. A Tivoli basta un banale sfratto e il padrone di casa si ritrova alla sbarra per violenza sessuale e infine assolto, mentre ad Ancona si impongono due anni di braccialetto elettronico per accuse poi svanite come fumo – e alla fine l’unica vera condanna resta quella sociale.

In settimana si è avuto anche il caso della “famiglia stalker”. A Ivrea, la commedia dell’assurdo vede interi nuclei familiari accusati per anni di persecuzione condominiale a causa di un parcheggio “troppo conteso”: sette anni di procedimento per la soddisfazione mediatica della narrazione tossica. Visione ormai consolidata nei soliti copioni: l’uomo, la famiglia, il padre, visti sempre come i mostri nell’ombra. Prima l’accusa, poi (forse, dopo anni) l’assoluzione, ma la vita intanto resta spazzata via. Domanda finale: quanto conviene, oggi in Italia, essere solo uomini “normali”? Forse non lo sapremo mai davvero, perché la risposta – ostracizzata e censurata – non fa parte del copione mainstream. In compenso, la parola della donna basta per aprire ogni porta, compresa quella dell’inferno giudiziario del prossimo innocente.



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