Nella nenia ripetuta in ogni dove dai megafoni del pensiero dominante, la donna è la vittima per antonomasia—sempre, comunque, a prescindere. Un assunto che si sgretola appena si inciampa nei fatti nudi e crudi, quelli che nessuno vuole raccontare troppo forte. Prendiamo la storia, talmente cristallina da sembrare un manuale, della signora condannata a Pistoia a 3 anni e 8 mesi. Il reato non è una marachella, ma la punta dell’iceberg di un meccanismo ben oliato: calunnia e violenze ai danni del proprio figlio e dell’ex marito. Nella narrazione progressista, la storia dovrebbe già profumare di “povera madre lasciata sola”, di ingiustizie subite in silenzio. Ma stavolta il copione si ribalta: è la madre ad aver architettato accuse di violenza sessuale e maltrattamenti, a falsificare referti, a provocare lividi ai figli pur di eliminare il padre e, magari, fare una puntata anche alle casse del risarcimento. Il bambino? Usato come trofeo e biglietto da visita della menzogna programmata. Poco importa se il piccolo cresce tra ecchimosi fisiche e psicologiche: nell’Italia equa e solidale solo in apparenza, ogni denuncia va dritta in compilazione statistica come “violenza di genere”—pure se, incredibile a dirsi, la violenza stavolta arriva dalla madre.
Il copione non cambia nemmeno fuori dalle mura di casa. Perché interrompere la lista delle eccellenze del cosiddetto “gentil sesso” proprio quando la cronaca ci offre perle così luminose? Gli asili sono miniere di storie che smentiscono ogni fiabesca narrazione sull’educatrice-mamma-modello. Quello che succede tra le mura di queste strutture, dove l’innocenza dovrebbe essere un valore sacro, è da voltastomaco: strattoni, schiaffi, umiliazioni e punizioni quasi sadiche. Genitori indignati, che vanno spesso ad infrangersi contro il muro delle aule giudiziarie, dove patteggiamenti grotteschi diventano la normalità come nel caso delle due maestre di Schio: 22 mesi come saldo per aver tormentato neonati e piccoli, almeno finché una telecamera non ha smascherato tutto. Ma provate a mettere in discussione la “patente” di educatrice egregia: il problema, magicamente, diventa chi protesta—mai la donna carnefice.

Educatrici, madri, tribunali: il grande bluff della vittima per antonomasia cede davanti ai fatti
Il pattern non vacilla mai: il ruolo materno-educativo è garantito per diritto divino e la presunzione di innocenza si declina esclusivamente al femminile (in quanto vittima per antonomasia). In ogni caso, la gestione dei figli viene consegnata alle novelle Medea senza che nessuno alzi un sopracciglio. Eppure, proprio la cronaca più recalcitrante rispetto al canone ideologico ci mostra madri che, senza alcuno scrupolo, abbandonano i figli piccoli soli in casa per andarsi a godere la movida notturna con le amiche. Di fronte all’evidenza, i tribunali nemmeno esaminano le alternative: figli affidati automaticamente a mamma, perché “la mamma è sempre la mamma”. Il padre? Colpevole per default, sospettato a vita, e comunque mai davvero creduto, anche se l’unico ad aver subito le storture e le bugie della metà considerata perennemente innocente.
Le cronache rivelano una sceneggiatura talmente abusata che ormai stride con qualunque reale osservazione: la donna-madre-educatrice non viene mai messa seriamente in discussione, qualunque siano le prove a suo carico. Su un palcoscenico dove l’accusa preventiva contro gli uomini si è fatta prassi consolidata, il dramma vero—che riguarda bambini lasciati soli, piccoli maltrattati e padri assassinati dalla bugia sistematica—continua nell’indifferenza generale. Non solo la narrazione mainstream si ostina a ignorare queste storture, ma addirittura si premura, con ogni mezzo e ogni appiglio “di genere”, di neutralizzare ogni voce critica, di insabbiare chiunque osi sollevare dubbi sull’infallibilità del modello femminile. In questo Paese, l’unico peccato resta quello di nascere uomo: tutto il resto viene perdonato, liquidato, prescritto. E così la giustizia si trasforma ogni giorno di più in un teatrino grottesco dove la vera vittima non ha mai il volto che tutti si aspettano.