Sigmund Freud non ha bisogno di presentazioni. Purtroppo, come tanti altri – Aristotele, Tommaso d’Aquino, Schopenhauer, Nietzsche, ecc. –, si annovera nella lista nera femminista di scrittori e filosofi maschilisti. Abbiamo già approfondito in altri interventi il pensiero di alcuni di loro. Vorrei in questo riflettere sul pensiero di Freud, limitato solo agli aspetti che, secondo me, interessano il femminismo e la questione maschile. Dice Freud dell’essere umano in Il disagio della civiltà: «Egli (l’essere umano) vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo, a ucciderlo. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? L’esistenza di questa tendenza all’aggressione, che possiamo scoprire in noi stessi e giustamente supporre negli altri, è il fattore che turba i nostri rapporti col prossimo e obbliga la civiltà a un grande dispendio di forze». Nei suoi scritti, Freud parla dell’esistenza di una “nevrosi della civiltà”: la civiltà ha offerto all’uomo, attraverso la scienza e la cultura, un controllo efficace sulla natura e la creazione di forme raffinate e organizzate di convivenza umana: come mai, tuttavia, essa produce anche sofferenza e disagio? La risposta di Freud è che l’uomo ha una carica aggressiva verso l’altro uomo.
Una coppia di forze pulsionali opposte governano l’uomo: Eros e Thanatos, pulsioni di vita e pulsioni di morte. Le pulsioni di vita sono quelle che tendono a salvaguardare la vita e il piacere, sono le pulsioni sessuali e di autoconservazione; le pulsioni di morte sono quelle che tendono a distruggere, sono le tendenze aggressive contro gli altri e contro se stessi. Nell’educazione che avviene in età infantile sia l’aggressività sia il desiderio sessuale risultano tuttavia inibiti, repressi. La civiltà richiede infatti che gli uomini e le donne rinuncino alla soddisfazione totale e immediata di pulsioni e desideri. Una parte della carica sessuale e aggressiva viene così soddisfatta attraverso un meccanismo di sublimazione, che trasforma l’energia libidica e aggressiva in creatività sociale, intellettuale, artistica, lavorativa. La sublimazione si ottiene quando la pulsione, originariamente di natura sessuale, è deviata verso una nuova meta non sessuale e si rivolge verso attività socialmente apprezzate. Il destino dell’uomo si costruisce, in questo modo, sull’inevitabilità del conflitto tra desiderio di amore e inibizione, tra aggressività e repressione, tra la nostra dimensione naturale, priva di regole, e la dimensione culturale e civile, necessaria, ma ottenuta al prezzo di una parziale infelicità. In breve, Freud considera l’istinto del piacere come una delle molle fondamentali della vita psichica, da cui si origina, mediante un processo di sublimazione, la stessa moralità.

Freud declinato per genere
Qui sorgono da parte nostra i primi interrogativi. Fin qui la teoria di Freud interessa parimenti uomini e donne, Freud parla di entrambi in maniera generica e indistinta: è veramente così? Uomini e donne sono uguali, possiedono la stessa aggressività, lo stesso desiderio sessuale e subiscono la stessa repressione? La loro repressione produce, mediante il meccanismo di sublimazione, lo stesso risultato? In altre parole, uomini e donne trasformano questa energia repressa nella stessa creatività sociale, intellettuale, artistica e lavorativa a beneficio di tutta l’umanità? Freud non si pone mai queste domande né offre, naturalmente, alcuna risposta. Resta il fatto incontrovertibile che lungo la Storia dell’umanità il contributo di uomini e di donne alla creazione della civiltà è stato nettamente asimmetrico. L’ideologia femminista ha fornito una spiegazione plausibile: l’oppressione delle donne da parte del Patriarcato. Alle donne non sarebbe mai stata data l’opportunità di sviluppare le loro capacità creative, dunque il loro contributo sarebbe stato nettamente inferiore. Il pensiero di Freud – che, ricordiamo, è un pensiero maschilista e patriarcale – avrebbe potuto offrire un’alternativa, un’altra spiegazione più semplice e logica: il contributo asimmetrico sarebbe il risultato di una repressione, di un’inibizione asimmetrica. Una strada che però né Freud né nessun altro ha percorso.
Se questa strada fosse stata percorsa, sarebbe sorta subito una seconda domanda. Freud parla di una dimensione iniziale e naturale priva di regole, insomma “la legge della giungla”, alla quale la cultura e la civiltà, attraverso la moralità, mettono un freno. Se uomini e donne non sono uguali e l’intensità della repressione non è la stessa, il prezzo da pagare di una parziale infelicità, del quale parla Freud, non è lo stesso. In quale dimensione, naturale o culturale, uomini e donne sono più felici/infelici, in quale si auto-conservano meglio? In quale delle due dimensioni, uomini e donne riescono a salire più agevolmente o con più difficoltà i gradini della scala di Maslow? Nella dimensione naturale, chi sopravvive più facilmente e più a lungo, chi s’ammala di meno, chi pratica sesso senza inibizioni né complicazioni? Nella civiltà, chi s’ammala di più, chi muore prima, chi si suicida prima, chi è più represso sessualmente, chi rischia la nevrosi prigioniero di norme e regole morali imposte socialmente e auto-imposte? In altre parole, nella dimensione naturale e iniziale, chi era vincente e chi perdente, chi aveva più possibilità di auto-conservarsi e a chi conveniva di più invece limitare la natura e creare un quadro normativo di civiltà, di regole, leggi e valori morali con il quale sopravvivere meglio e più a lungo?

La fallacia femminista
Riportare la discussione sulla Natura è un’operazione molto problematica è politicamente scorrettissima. Le femministe non hanno mai difeso la correttezza delle loro tesi in base a ragioni esistenti in Natura. Quando l’hanno fatto, hanno clamorosamente sbagliato, frutto piuttosto dal loro desiderio ideologico che dalla realtà. Ad esempio, la femminista Susan Brownmiller, autrice del best-seller Contro la nostra volontà, si sbagliava quando sosteneva che lo stupro è una cosa che esiste solo tra gli esseri umani. Non è così. La violenza sessuale è un pattern comune della maggior parte degli animali, compresi i primati. La Natura è irriverente, amorale e, in base a parametri morali umani, super maschilista. Stupri di gruppo, stalking e abusi sono di casa… Spesso il maschio attratto da una femminina la stupra – denominato eufemisticamente dagli etologi “coito coercitivo” – e basta. Negli harem, il cervo alpha se ne infischia del resto dei maschi e si accoppia con la femmina che vuole. Dove si trova in Natura la cerva femminista, che sostiene che il corpo è suo o denuncia l’oggettivazione sessuale maschile del suo corpo? Avete mai incontrato in Natura una scimmia femminista o un maschio costretto a mantenere la compagna e i cuccioli dopo che è stato cacciato via dalla grotta? La Natura è sempre stata il peggior incubo femminista e ogni volta che le femministe si lamentano di vivere in un “Patriarcato” dovrebbero ringraziare di non vivere in Natura.
Se uomini e donne non sono uguali, se l’entità della repressione non è la stessa, vuol dire che uomini e donne si affermano in maniera diversa a seconda della dimensione, naturale o culturale. Lo spirito maschile troverebbe una realizzazione piena, o comunque più agevole, nella natura selvaggia, negli ampi spazi, nelle praterie o sull’oceano, là dove c’è un margine di rischio assieme a una bellezza mozzafiato. Per l’uomo, la civiltà sarebbe portatrice in maggior misura di miseria e infelicità. Lo spirito femminile tenderebbe invece a ridimensionare la Natura attraverso la civiltà, ad alzare muri normativi e fisici che offrano protezione, in cerca di una agognata sicurezza che faticano a trovare in Natura, e rendano più agevole alle donne la possibilità di elevarsi sulla scala di Maslow. In altre parole, la morale, le religioni, le norme sarebbero in parte strumentali e funzionali a reprimere e a imbrigliare la natura selvaggia e pericolosa (per le donne) maschile, precetti e valori mirerebbero a ridimensionare la più spiccata natura aggressiva (creativa e distruttiva) e vitale maschile. Non sarebbe più, come denunciava Nietzsche, la repressione dei potenti da parte dei deboli attraverso la morale, le religioni e i falsi valori, ma piuttosto la repressione degli uomini da parte delle donne con quelli stessi strumenti. Oggigiorno è inoppugnabile il trionfo della civiltà sulla Natura (e nelle legislazioni e nelle tutele istituzionali asimmetriche il trionfo della donna sull’uomo). E qui sorgerebbe la terza domanda: come siamo arrivati a questo punto? Com’è possibile che l’uomo, fornito dalla Natura della forza fisica che gli permette di imporre la sua volontà, abbia ceduto a vantaggio della donna e preferito pagare un “prezzo” più alto?

Freud e il senso di colpa
Secondo Freud, durante l’infanzia il bambino introietta i divieti e le regole, comincia a sviluppare una coscienza morale, inizia, in altre parole, a formarsi una funzione della personalità (il Super-Io). Lungo la crescita, il Super-Io si arricchisce di ulteriori elementi culturali e sociali appresi in base all’educazione ricevuta. Freud concepisce il Super-Io come il frutto dell’introiezione di divieti e norme, al fine di controllare e impedire la soddisfazione immediata del desiderio da parte del bambino. Inoltre, secondo il filosofo, contiene un’aggressività repressa, che viene rivolta da ciascuno contro di sé. Il Super-Io si presenta tanto più forte e più rigido quanto più l’aggressività repressa è grande. Ciò produce un diffuso senso di colpa nei soggetti. Ogni sistema morale si fonda sull’esistenza sia di un senso di colpa sia di un Super-Io che controlla le istanze primarie della psiche. Freud pensa che esista a livello sociale un analogo del Super-Io individuale. L’etica, la legge, le regole sociali, le istituzioni sono forme di una sorta di Super-Io sociale, che è tanto controllore delle pulsioni aggressive, quanto inibitore di opportunità di felicità per l’uomo. La somma del Super-Io individuale e del Super-Io sociale domina l’Io, lo controlla, lo giudica, più o meno severamente. Esso rappresenta la coscienza morale, la legge interiore la cui trasgressione produce un senso di colpa. Il Super-Io è il depositario di un modello ideale dell’Io e svolge la funzione di indicare quello che l’Io dovrebbe essere sulla base di principi che ciascuno di noi apprende interiorizzando i divieti e i comandi genitoriali e le norme e gli ideali che provengono dalla società.
Dunque, in che modo viene costruito il Super-Io? Freud sottolinea l’importanza dell’infanzia durante la costruzione del Super-Io. Infatti, constatiamo molto spesso come i comportamenti degli adulti rispecchino i valori introiettati durante l’infanzia. Chi svolge un ruolo primario nella costruzione della coscienza morale del bambino, l’uomo o la donna? Balie, bambinaie, tate, precettrici, nutrici, governanti, nonne, e soprattutto madri nutrono la psiche e l’animo del bambino, e dubito a questo punto, che sia necessario dibattere sul ruolo decisivo svolto dalle donne. E nella dimensione adulta, chi influenza e alimenta socialmente in maggior misura il Super-io? Se nel mondo fisico l’uomo può comandare grazie alla prerogativa della sua forza fisica, chi comanda nel mondo psicologico? Nel mondo psicologico, chi possiede gli strumenti (la bellezza, l’amore, la lacrima…) per imporre la propria volontà e sottomettere l’altro? Anche nel mondo degli adulti è difficile negare l’influenza prevalente dell’universo femminile sul maschile, spesso impegnato ad accontentare i desideri del primo. A livello psichico, la moglie, la compagna, la madre ormai adulta, riescono ad influenzare gli uomini molto di più di quanto gli uomini riescano ad influenzare le donne. Freud sottolinea diverse volte l’importanza del senso di colpa come meccanismo per muovere i nostri comportamenti. Curiosamente la dottrina femminista è un immenso atto d’accusa contro l”universo maschile che mira a generare un universale senso di colpa tra gli uomini per promuovere dei cambiamenti nel mondo. Da approfondire nel prossimo intervento, assieme ad altri concetti del pensiero freudiano.