Nel copione imposto dal mainstream tutto fila liscio: l’uomo è sempre carnefice, la donna, per definizione, vittima inerme. Ma chi trova il coraggio di affacciarsi oltre il muro della narrazione dominante, scopre una realtà abilmente occultata, dove episodi di violenza al femminile si moltiplicano senza però attrarre l’attenzione che meritano. Prendiamo qualche titolo, quasi sempre messo in fondo alle pagine, come se la realtà dovesse restare una presenza scomoda e sussurrata. In piena Roma, una donna completamente nuda e con un coltello semina il panico tra i passanti e costringe la polizia a intervenire con il taser (qui il caso). Dove sono ora opinionisti e psichiatri, sempre in prima linea a psicanalizzare la violenza maschile? Semplicemente, non pervenuti. Stesso copione in provincia di Monza: Maria Luisa Chinnici convince il marito, già mentalmente fragile, a eliminare sua sorella. La stampa sussurra, gli esperti glissano: le domande inquietanti sono solo per altri casi, non per quelli in cui chi tira le fila è una donna.
Se guardiamo alla cronaca locale, la situazione è ancora più spudorata nella sua invisibilità. In Lazio, quella che viene chiamata semplicemente “lite familiare” è in realtà una furente aggressione a senso unico: una madre lancia piatti, bottiglie e brandisce un coltello in presenza dei figli. L’uomo non può far altro che barricarsi dal suocero per salvarsi insieme ai bambini (il caso). Ma si derubrica tutto sotto “scenata”, come se una donna non potesse mai essere considerata una vera e propria “aggressora”. Altro giro, altra perla: la stalker in rosa, ex-compagna divenuta incubo sia per l’uomo che per la sua nuova compagna, che ignora divieti di avvicinamento e accumula arresti domiciliari senza che la notizia guadagni le prime pagine (qui la storia). Il pattern del mainstream è sempre lo stesso: se la violenza parte da una donna, si cercano sempre attenuanti, si parla di disagio e di “lite”, mai di reato vero e proprio.

Mainstream in malafede: quando la vittima è uomo, la narrazione si ferma
E i fatti incontestabili continuano ad affiorare. Si pensi al caso del giovane salentino di 19 anni: conosce una donna su TikTok, cade ingenuamente nella sua trappola e si ritrova estorto, ricattato psicologicamente e minacciato di diffusione di foto intime. L’intera escalation — soldi richiesti, minacce, polizia coinvolta — si trova nero su bianco in Procura ma, come sempre, la stampa mainstream si ferma un attimo prima di definire la carnefice per quello che è (qui tutti i dettagli). Non diversamente va nel mondo scolastico: insegnanti donne indagate per maltrattamenti e angherie contro una studentessa disabile in classe, ma la narrazione preferisce archiviare il tutto come eccezione irrilevante, pur di non incrinare l’immagine sacra della donna vittima (qui il caso). Troppo facile, troppo comodo: meglio nascondere, meglio negare che la violenza possa mai avere sembianze femminili.
La lista si allunga fino a toccare le istituzioni. Una donna che manda al pronto soccorso tre carabinieri con lesioni e prognosi da cinque a dieci giorni viene arrestata, sì, ma subito rimessa in libertà, come se la gravità della violenza dipendesse esclusivamente dal sesso dell’aggressore (qui la notizia). Mentre si parla ossessivamente di “rieducare gli uomini violenti”, nessuno accenna a strutture per tutelare uomini vittime o a colmare il vuoto in cui si trovano ogni giorno. La morale è sempre la stessa: se l’aggressione ha il tacco 12, la cronaca mainstream sussurra, la giustizia esita, la società dimentica. Quando la vittima è uomo, il sistema si affanna a cambiare narrazione, a minimizzare, a trovare ogni scusa pur di non riconoscere la realtà dei fatti. E allora la domanda finale resta: fino a quando si potrà continuare a occultare l’evidenza, a rendere invisibile metà delle vittime, colpevoli solo di non rientrare nei binari dell’ideologia dominante?