Si parte da un classico: la lite, la bottiglia, il collo. Ma il copione del racconto salta subito di fronte ai fatti: come nel caso di Pescara, dove l’aggressione improvvisa e brutale vede protagonista una donna. Per “futili motivi”, la soluzione migliore le sembra sgozzare il proprio interlocutore. Non serve neppure inventare l’ennesima storia sulla legittima difesa: abituata ad una narrazione che criminalizza solo l’uomo, sembra quasi inconsapevole della necessità di una scusa. Risultato: lui barcolla in un supermercato, il sangue scorre, e i dipendenti tentano di salvarlo. Nessun racconto salvifico che attenui la sua responsabilità, almeno questa volta la cronaca non può eludere l’evidenza. Ma la vera domanda è: quanto impiegheranno i media e la difesa a tirare fuori, di fronte al giudice, i soliti traumi d’infanzia o magari qualche storia di violenza subita, giusto per forzare il racconto dentro la cornice consueta?
Uscendo dallo scenario del sangue e passando a quello, sempre attuale, del ricatto digitale, il pattern classico si ripete con la stessa prevedibile sceneggiatura: una 32enne calabrese pretende denaro dall’ex per smettere di distruggergli la reputazione. “Paga per farmi smettere, o continuerò”, dichiara secondo questa cronaca. Se si fosse trattato di un uomo, sarebbe già partita la campagna inquisitoria e la richiesta di carcere esemplare; invece, qui la tentata estorsione viene derubricata a semplice “esercizio arbitrario delle proprie ragioni”. Il verdetto? Due anni, nessun giorno di cella, e un percorso psicologico da weekend rilassante. Il codice rosso tutela solo un genere, lasciando l’uomo – ancora una volta – fuori dal recinto della giustizia. Il doppio binario è evidente: stessi reati, trattamenti opposti. Quando la colpevole è donna tutto diventa una leggerezza, una semplice défaillance curabile con un po’ di comprensione istituzionale.

Un atteggiamento classico: la narrazione occulta la realtà degli uomini vittime
Non è certo solo la cronaca di Pescara o della Calabria a mostrare lo squilibrio. Esploriamo altri casi emblematici, come quello di Ravenna. Qui una donna di 38 anni finisce accusata di tentato omicidio per aver colpito il convivente al fegato. Uomo in prognosi riservata, all’inizio tenta persino di coprire la compagna dichiarando di essersi ferito da solo – un classico, un dettaglio che racconta tutta la vergogna e l’imbarazzo vissuti dagli uomini oggetto di violenza. Solo dopo ore saltano fuori le vere responsabilità, e quanti episodi simili restano invece sommersi dal silenzio complice della cultura dominante? Arriviamo in Sardegna, dove la signora Marzeddu sale agli onori della cronaca per un pacchetto completo: omicidio pianificato, false accuse orchestrate e 13.000 euro versati a un testimone per mentire in tribunale (qui). Al contrario, basta una dichiarazione raffazzonata in un’aula giudiziaria, se l’imputato è uomo, per vedere partire titoloni e sentenze preventive. In queste circostanze, il doppio standard supera ogni limite di decenza.
E infine, la cronaca quotidiana – quella fatta di minacce, stalking e violenza psicologica – si consuma tra l’indifferenza generale. Vedi il caso di Grosseto, dove una donna molesta e minaccia l’ex e i vicini: “Non devi aver paura dei cani, ma di me”. La notizia meriterebbe titoloni e dibattiti televisivi. Invece niente: silenzio, quasi fastidio ad ammettere l’esistenza della violenza al femminile. Non cambia il pattern classico: quando la carnefice è donna, tutto viene derubricato a caso isolato. Se la vittima è uomo, si cerca pure di colpevolizzarla. Eppure la realtà continua imperterrita a smentire la narrazione imposta dal mainstream, ma i riflettori restano spenti. A chi serve davvero questa complicità silenziosa? Fino a quando ancora si potrà tacere? L’ingiustizia subita dagli uomini ha un volto preciso: quello di una società che preferisce voltare la testa dall’altra parte ogni volta che la violenza lascia i tacchi a casa.