La Fionda

L’adunata di Genova e la disfatta del terrorismo femminista

È terminata ieri la 97ma adunata del corpo degli Alpini d’Italia, iniziata venerdì 8 e ospitata dalla città di Genova. Un evento anticipato da diverse polemiche, sia in città che nel dibattito pubblico generale, per l’aperto tentativo dei vari movimenti terroristi femministi, Non Una di Meno in testa, di cercare di replicare quanto accaduto all’adunata tenutasi a Rimini nel 2022. In quell’occasione gli stessi movimenti, sostenuti dai centri antiviolenza locali, segnalarono centinaia di casi di violenze o tentativi di stupro da parte delle penne nere a danno di altrettante fanciulle. Centinaia di casi tutti registrati anonimamente per vie interne alle varie organizzazioni femministe e poi rilanciate sui social. Media e politicanti, sempre voraci di visibilità, click e sensazionalismo, ci marciarono sopra per giorni, se non che in breve tutto si sgonfiò: una solo di quelle segnalazioni si trasformò in denuncia formale, poi archiviata alla velocità della luce da parte dei magistrati perché palesemente infondata (guarda caso). Questo genere di fuffa non è nuovo: sono anni che il terrorismo femminista prova ad agganciarsi all’adunata degli Alpini per ottenere le prime pagine e diffondere il proprio veleno ideologico. Era accaduto anche a Trento, nel 2018: ai tempi l’Associazione Nazionale Alpini aveva sporto querela per diffamazione contro “Non Una di Meno”, ma venne poi convinta a ritirarla dall’allora Ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Dunque si tratta di iniziative che vanno avanti da tempo, interrotte soltanto durante il periodo della pandemia. Solo che stavolta alle terroriste femministe e ai loro fiancheggiatori ha detto molto molto male. Sì perché nel frattempo l’ANA ha promosso campagne e corsi di formazione contro le molestie, mostrandosi sensibile al tema (per quanto frutto di mere fantasie), ma soprattutto si è organizzata con un apparato di comunicazione finalmente all’altezza (a cui nel nostro piccolo speriamo di aver dato un contributo). Fin dall’inizio dell’adunata di Genova, infatti, i social si sono riempiti delle immagini prese direttamente sul campo, non solo dagli Alpini stessi, ma soprattutto dalle persone comuni che nel capoluogo ligure hanno accolto le penne nere. È bastata la bellissima foto di una coppia che si bacia tra la fiumana di gente per mandare ai matti e disinnescare la retorica livorosa delle femministe: lui alpino, virile e muscoloso, lei magra ed elegante, abbracciati e intenti in un bacio. Un’iconografia che per la femminista media è come l’aglio per i vampiri. A ciò si è aggiunto un vero e proprio profluvio di benvenuti calorosi, interazioni pacifiche, spiritose, goliardiche tra gli alpini e varie donne e ragazze, pronte a salire su trattori, carretti e altri mezzi di fortuna per ballare e fare bisboccia con tutti, Alpini e non. Per tre giorni nella città più musona d’Italia si è diffuso il sorriso, il buon umore, il piacere di stare insieme in un clima di festa e libertà controllata. Sì perché, così hanno detto in molti, la folla di Alpini arrivati (circa 500 mila) oltre a portare il sorriso e la voglia di bersi un bicchiere di quello buono, porta con sé anche un senso di sicurezza. Lo può ben dire l’uomo salvato da un infarto da tre Alpini, proprio durante l’adunata a Genova.

adunata Alpini, Genova
Un momento dell’adunata degli Alpini a Genova

L’adunata di massa e il chiacchiericcio femminista

La rete si è riempita di immagini di giovani e meno giovani, uomini e donne, felici a cantare e danzare insieme agli Alpini in ogni angolo della città, con ciò disinnescando l’imboscata e travolgendo il chiacchiericcio malmostoso delle femministe così come gli sfondoni dell’amministrazione comunale locale, incapace di prendere apertamente le distanze dalle autrici di volantini o graffiti vergognosi, ma zelante nello sgomberare accampamenti o ostacolare l’utilizzo dei muli nella sfilata. Travolte nella più misera vergogna anche le femministe locali, promotrici di varie “assemblee” di protesta finite pressoché deserte (qualcuno ha detto “non una di meno, ma meno di così è impossibile”). Per le strade si respirava un’aria di saturazione per i tentativi di avvelenamento del terrorismo femminista mentre si è arrivati al paradosso che appartenenti a un corpo tra i primi ad arrivare dopo le alluvioni o dopo il crollo del ponte Morandi si si sono ritrovati a dover rassicurare la gente con cui parlavano dicendo “noi non siamo molestatori” e facendo il 4 con le dita della mano per dire: “sono solo quattro invasate”. Già, quattro invasate, che però hanno dalla loro parte un apparato consolidato da anni di lavoro sottotraccia, un sistema ramificato di interessi economici e politici, corteggiatissime da tutto il corrotto sistema mediatico italiano. Un vero e proprio sistema che però stavolta non le ha salvate da un flop clamoroso.

Ben intesi, ci proveranno comunque a spargere le loro statistiche farlocche, con millemila segnalazioni anonime, perché la prima delle due dimensioni di quel terrorismo rimane imprescindibile, ossia la dimensione della visibilità necessaria a veicolare propaganda. Non importa se nei fatti non è accaduto nulla e centinaia di testimonianze sono lì a provarlo: a “Non Una di Meno” e dintorni è essenziale diffondere le proprie falsità per confermare e rafforzare il dogma degli uomini sempre oppressori e violenti e le donne sempre vittime, che così tanti vantaggi e tanto denaro smuove in questo occidente dominato dalle narrazioni invece che dai fatti. Ci saranno molti imbrattacarte (e qualche politico, di sicuro) che gli andranno dietro, ma sarà soltanto rumore mediatico. Tutta Genova lo sa bene e sarà pronta a testimoniarlo. La seconda dimensione però è quella più preoccupante, perché non è ancorata ai soldi, al potere politico o altro, bensì a un vero e proprio sistema di appartenenza identitario. Come le Brigate Rosse credevano davvero di svolgere un ruolo rivoluzionario nell’ambito della lotta di classe, così “Non Una di Meno” e dintorni credono davvero di lottare contro un regime patriarcale, sono profondamente convinte che la segnalazione anonima di una tipa infastidita da uno sguardo durante l’adunata sia una molestia. È in questo fattore identitario che sta il vero pericolo e che ci induce senza timori ad accostare questi movimenti femministi al terrorismo di un tempo. Con la differenza che le loro idee hanno già permeato leggi, istituzioni ad ogni livello e tutte le prassi che regolamentano il vivere civile.



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