La sicurezza degli uomini sul lavoro è un’emergenza totalmente oscurata nel dibattito moderno sulle disparità di genere. I dati internazionali sono schiaccianti e, al contrario della narrazione dominante, rivelano un’inquietante ineguaglianza: gli uomini rappresentano la stragrande maggioranza delle vittime di incidenti mortali e malattie professionali. Secondo le analisi più aggiornate, su quasi 3 milioni di morti annuali sul posto di lavoro a livello globale, la quota maschile è preponderante, con una mortalità tripla rispetto alle lavoratrici. In paesi come il Regno Unito, la percentuale di vittime maschili sfiora il 95%. Negli Stati Uniti, per esempio, il 92% delle morti sul lavoro riguarda gli uomini. L’Italia è ben allineata a queste percentuali.
Questa realtà non è il frutto del caso. Oltre a svolgere la maggior parte delle professioni ad alta esposizione a rischi—come edilizia, industria pesante, logistica, trasporti, agricoltura—gli uomini soffrono conseguenze gravissime anche rispetto alle malattie professionali, cardiovascolari e respiratorie causate dalle condizioni di lavoro. Tuttavia, nonostante questa evidenza, nessuna delle iniziative globali oggi in campo—neppure quelle dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro—prevede strumenti mirati per tutelare i lavoratori di sesso maschile che affrontano i pericoli maggiori.

Il lavoro maschile è fuori dalle politiche di genere
Le agende internazionali, spesso influenzate da un’unica prospettiva ideologica, pongono l’accento solamente su determinate questioni, lasciando in secondo piano o del tutto ignorate le problematiche maschili. Ne sono esempio i numerosi progetti che riguardano l’uguaglianza salariale o la prevenzione delle molestie, temi affrontati sì in maniera sistematica, ma con un orientamento che schiaccia lo sguardo sul solo universo femminile. Queste iniziative, come la Convenzione ILO 190 o le coalizioni per la parità salariale, mirano sempre e solo ad affrontare alcune tematiche sotto l’egida della discriminazione femminile senza riconoscere nemmeno la sproporzione nei rischi subiti dagli uomini sul lavoro. La strategia globale sulla sicurezza e salute adotta un quadro universale, in cui le differenze concrete vengono appiattite, ignorando l’emergenza maschile.
È evidente come l’approccio egualitario, predicato a parole dalle istituzioni internazionali, non si trasformi in reali iniziative a tutela della componente che paga il prezzo più alto in termini di vite umane e malattie. Questo occultamento sistemico delle problematiche degli uomini trova le sue radici in decenni nei quali l’ideologia femminista ha monopolizzato l’attenzione pubblica e legislativa, oscurando la necessità di affrontare le disproporzioni che colpiscono la popolazione maschile, specie nell’ambito del lavoro. Serve ora un cambiamento culturale che rimetta al centro il valore del lavoro maschile, la dignità e la sicurezza di chi si assume i rischi più grandi senza ricevere protezione specifica. Solo attraverso la costruzione di una reale cooperazione e solidarietà tra i sessi, fondata sull’analisi oggettiva delle problematiche e sull’ascolto delle istanze maschili, sarà possibile avviare una stagione di giustizia che coinvolga davvero tutti e riequilibri le tante anomalie di un sistema plasmato su una sola prospettiva. La tutela degli uomini non può più essere un tabù: solo così potremo parlare davvero di uguaglianza.