«La materia di Filosofia affronterà la storia del femminismo e porrà l’accento sulla discriminazione storica…». Sono ormai diversi anni che le idee femministe circolano liberamente nei libri scolastici e negli ultimi tempi la dottrina femminista è inclusa esplicitamente nel programma scolastico, anche se si tratta di una ideologia divisiva e non condivisa da tutta la società. Nemmeno all’interno del movimento femminista c’è consenso, che oggi sprofonda in una guerra tra le TERF (Femminista Radical Trans-escludente) e le femministe intersezionali o transfemministe: «In questo clima di violenza a cui la sinistra si ispira, le studiose Concia e Scaraffia scrivono un libro ostile al pensiero dominante. Nel paradosso woke, il movimento, nato per difendere i diritti delle donne finisce per teorizzare la scomparsa delle medesime». A dir la verità, all’interno del movimento femminista, malgrado le continue invocazioni e auspici alla sorellanza, non è mai esistita pace: per lungo tempo la guerra principale si svolta tra le femministe della differenza e le femministe dell’uguaglianza, ma non è stata l’unica. Da qui nasce spontaneo il pensiero che esistano “diversi femminismi” e, naturalmente, un femminismo radicale e uno moderato, un femminismo tossico e uno buono, dal quale oggi molte femministe avrebbero smarrito la retta via. Resta comunque il fatto che tutte le femministe, di qualsiasi ramo ideologico o posizione politica, condividono la stessa idea di base e cuore dell’ideologia, e si autodenominano, giustamente, “femministe”.
Possono esistere diversi modi di concepire e vivere il femminismo, come esistono diversi modi di concepire e vivere il cristianesimo, il comunismo, l’islam o il fascismo, ma l’ideologia femminista resta una, come resta uno il cristianesimo, il comunismo, l’islam o il fascismo, fondati su un’idea di base condivisa, cuore dell’ideologia o della religione stessa, che tutti in modo simile concepiamo e abbiamo in testa, e ci permette di conversare e di capirci quando ne parliamo. Per questo motivo è sbagliato parlare di un femminismo buono e di uno tossico, o di un fascismo buono e di uno tossico, o di un comunismo buono e di uno tossico, perché il femminismo, il fascismo o il comunismo, in toto, l’idea di base, il cuore dell’ideologia, o è corretto e “buono” o è sbagliato e tossico, al di là di possibili ramificazioni o comportamenti individuali dei seguaci. Si rende perciò necessario stabilire con precisione qual è questa idea di base da tutti condivisa, il cuore dell’ideologia, definire la parola “femminismo”, attribuirle un significato. Per poter discutere bisogna innanzitutto definire con precisione il senso delle parole (questione già teorizzata tanto da Socrate come da Platone). Definire un termine equivale a ricercare l’elemento comune a una molteplicità di casi singoli e particolari e sottrarlo dall’ambiguità e dalle oscillazioni di significato che più convengono a seconda del momento, in modo da evitare ragionamenti capziosi (sofismi).

I miti del del femminismo.
Soltanto se esiste un consenso sul significato delle parole può aver luogo un confronto dialettico tra due contendenti, sulla cui base si svolgerà la discussione, altrimenti non ha senso mettersi a discutere, ciascuno va per la sua strada e contesta il discorso dell’interlocutore in base a premesse e significati che questi non accetta. È questo ahimè succede troppo spesso, anzi direi sempre, quando si affronta una discussione sul femminismo: chi ha in mente “parità” e chi piuttosto “misandria”, chi ha in mente “diritti delle donne” e chi invece “privilegi delle donne”, e così via. Inoltre, quando si chiede “che cos’è?” un determinato concetto e si cerca di definirlo, non si compie solo un’operazione linguistica ma, muovendo da una riflessione sulle parole, ci si interroga sulle cose, ed è quello che noi vogliamo fare sul termine “femminismo”: che cos’è il femminismo? La questione è stata già affrontata in altri interventi precedenti (ad esempio qui) ed è stata fornita questa definizione: ideologia che sostiene l’oppressione e la discriminazione storica e attuale delle donne per mano degli uomini in un sistema denominato patriarcato. Il femminismo, come tutte le ideologie e tutte le religioni, è una cosmovisione, un’ideologia onnicomprensiva che giudica il mondo in ogni suo aspetto: istituzioni, valori, consuetudini, comportamenti…
Non solo l’attribuzione di un significato determina ciò che una cosa è, porta a escludere ciò che quella cosa non è: nel caso del femminismo, la cosmovisione che ipotizza l’oppressione e la discriminazione a danno delle donne porta a escludere necessariamente, anche se non menzionato esplicitamente, qualsiasi altro scenario opposto, come sarebbe l’esistenza, paritaria o addirittura superiore, di oppressione e discriminazione a danno degli uomini. È evidente che dalla definizione sopra esposta ne sorgono di conseguenza altre idee femministe ampiamente condivise da tutto il movimento: l’istituzione della famiglia è concepita per opprimere le donne; tutto ciò che appartiene alla tradizione opprime le donne; gli uomini sono privilegiati; i privilegi maschili sono il prodotto di un retaggio millenario; la sessualità maschile è abbietta e predatoria per natura; le donne sono dei soggetti innocenti, vittime sempre e comunque, ecc. Per comodità, la descrizione del femminismo può essere semplificata nella contrapposizione binaria: donna vittima / uomo colpevole. Come sono arrivate le femministe a quest’idea? Ci sono, a mio avviso, tre passi mentali da percorrere: 1) convenzionalismo vs naturalismo; 2) onerosità; 3) responsabilità.
Il femminismo che ignora la sofferenza maschile.
Convenzionalismo vs naturalismo. Bisogna stabilire se il comportamento asimmetrico (i ruoli sessuali) di uomini e donne sono e sono stati il frutto predominante di natura o di convenzione. Secondo il punto di vista tradizionale. Uomini e donne mettevano in atto comportamenti asimmetrici innati (causati da interessi innati diversi e quindi con effetti diversi nella costruzione del mondo, nella ricerca scientifica, nella redazione di normative e leggi…). Il sesso e i ruoli sessuali sarebbero il frutto dell’ordine naturale delle cose, la Natura predomina. Secondo il punto di vista femminista invece il comportamento asimmetrico (e, di conseguenza, gli interessi e gli effetti) è appreso culturalmente, artificiale e modificabile. Il sesso e i ruoli sessuali sarebbero il frutto di convenzione e di artificio, la Cultura predomina. L’importanza del ruolo della Cultura nel modo di agire degli individui non è nata con il femminismo – penso, ad esempio, a Montesquieu e la sua opera Lettere persiane – ma il femminismo nasce da quest’idea. Se la Natura predomina, il discorso si chiude qui. Se invece prevale la Cultura, bisogna fare il passo mentale successivo: stabilire quale dei due ruoli sessuali sia stato storicamente più gravoso.
Onerosità. Secondo il punto di vista tradizionale uomini e donne svolgevano due ruoli diversi, naturali, parimenti onorabili, necessari e gravosi secondo le possibilità. Secondo invece il punto di vista femminista i ruoli non erano parimenti onorabili e gravosi, il ruolo delle donne era subordinato, le donne erano soggiogate e subivano compiti più gravosi (tanto è vero che il termine adoperato più spesso per descrivere la condizione storica delle donne è quello di schiavitù). Per poter arrivare a questa conclusione, le femministe hanno dovuto contorcere la logica, esprimere giudizi parziali e ignorare la realtà, i dati storici: la sofferenza maschile, il sesso soggetto in prevalenza a rischi e pericoli, morti violente, torture, incarcerazioni, schiavitù, corvé, infortuni lavorativi, ecc. (valga come semplice esempio l’attuale sofferenza maschile della guerra in Ucraina, paese che secondo la visione femminista continua ad essere patriarcale). La femminista-tipo ignora le difficoltà storiche della vita, preoccupata solo del suo benessere, vive nel presente e considera la civiltà spontanea come la natura: beneficia dei suoi frutti (ma non è disposta a fare dei sacrifici per garantire la civiltà).

Il disagio nel femminismo della De Beauvoir.
Convinta di essere autosufficiente (“se le donne si fermano il mondo si ferma”) e di possedere la stessa capacità di sopravvivenza di un uomo (nella produzione fisica, nella difesa da qualsiasi pericolo, ecc), percepisce il passato come un mondo comunque facile, sovrabbondante, senza tragiche limitazioni, sottratto alla donna dall’uomo. Il passato storico lo rammenta unicamente per colpevolizzare l’uomo. Da qui la pessima concezione che le femministe hanno delle donne dell’antichità e del loro comportamento arrendevole e compiacente verso il “Patriarcato”. Da qui il rapporto problematico con la loro biologia (gravidanza, allattamento, maternità, mestruazione…), con la femminilità così come era concepita e con i valori femminili del passato, che rifiutano. Il loro modello resta sostanzialmente l’uomo (?!), l’aspirazione di voler essere e vivere come un uomo (manifestazione in realtà della non accettazione del proprio corpo e della femminilità). Simone de Beauvoir voleva essere un uomo, vivere come un uomo, comportarsi come un uomo, ecco riassunto il suo disagio.
Responsabilità. Una volta stabilito il danno recato alle donne per via della cultura, bisogna attribuire la responsabilità, cioè la colpa: chi è il responsabile, chi ha voluto e creato la cultura “patriarcale”? Le femministe si erigono giudici ed esprimono, anche qui, un giudizio parziale e molto discutibile. Le donne sono passive e innocenti, gli uomini gli unici responsabili. Questo giudizio perentorio dovrebbe far riflettere gli uomini, mettere loro in guardia e influenzare in negativo il loro rapporto con il mondo femminista. Purtroppo non capita spesso. Da approfondire in un prossimo intervento. Vorrei concludere con due interventi esemplificativi delle preoccupazioni e del modo di approcciare alla vita diversi, dal punto di vista tradizionale e dal punto di vista femminista. Il primo, a nome dell’umanità, si preoccupa per la sopravvivenza di tutti. Il secondo, a nome delle donne, cerca un colpevole, nell’uomo, per giustificare presunte inadeguatezze.
Il femminismo e la “differenza costruita”.
Tratto da Protagora, dialogo di Platone: « …unico tra tutti gli esseri viventi, credette negli dei, e si mise ad erigere altari e sacre statue; poi usando l’arte [techne], articolò ben presto la voce in parole e inventò case, vesti, calzari, giacigli e il nutrimento che ci dà la terra. Così provveduti, da principio gli uomini vivevano sparsi, che non vi erano città. E perciò erano distrutti dalle fiere, perché in tutto e per tutto erano più deboli di quelle, e la loro perizia pratica, pur essendo adeguato aiuto a procurare il nutrimento, era assolutamente insufficiente nella lotta contro le fiere: non possedevano ancora l’arte politica, di cui quella bellica è parte. Cercarono dunque di radunarsi e di salvarsi, fondando città: ma ogni qualvolta si radunavano, si recavano offesa tra loro, proprio perché mancanti dell’arte politica, onde nuovamente si disperdevano e morivano. Allora Zeus, temendo per la nostra specie, minacciata di andar distrutta, inviò Ermes perché portasse agli uomini il pudore e la giustizia affinché servissero da ordinamento della città e da vincoli costituenti unità di amicizia».
E ora, l’approccio femminista. In un’intervista Françoise Héritier sostenne la tesi secondo la quale la differenza di taglia tra uomini e donne era “una differenza costruita” in particolare da “una pressione selettiva” imposta dagli uomini. Dichiarò: «L’alimentazione delle donne è sempre stata soggetta a divieti. Soprattutto nei periodi in cui avrebbero avuto bisogno di un surplus di proteine, perché incinte o in allattamento – penso all’India, alle società africane o dei nativi americani. Assorbono quindi molto dal loro organismo senza che questo venga compensato da alimenti adeguati; prodotti “buoni”, carne, grassi, ecc. essendo riservato principalmente agli uomini. Questa “pressione selettiva”, che dura probabilmente dalla comparsa dell’uomo di Neanderthal, 750.000 anni fa, ha portato a trasformazioni fisiche. Ciò ha portato al fatto di privilegiare gli uomini alti e le donne basse per arrivare a differenze di taglia e corpulenza tra uomini e donne». Avete notato l’approccio diverso?