A proposito di giustizia e “violenza di genere”, ecco servito l’ennesimo spettacolo del diritto italiano, ormai non più scudo ma clava contro chi ha il torto di nascere uomo. Il copione, tanto per cambiare, non delude mai: ex moglie o compagna che, bufere di “ansia e terrore” alla mano, spara la bomba della denuncia per maltrattamenti, stalking o fantasiose violenze. Da lì in poi è tutto in discesa: il carnefice designato, cioè l’uomo, viene stritolato nel perfetto ingranaggio del “Codice Rosso” che, guarda caso, tutela la presunta vittima sulla sola base della sua narrazione, senza fastidi come dati o prove. Prendiamo qualche esempio concreto per capire come la realtà abbia decisamente superato la satira.
Basta scorrere la cronaca e scoprire casi che paiono scritti dal peggior autore di soap. Come quello di Brindisi: cinque anni di incubo giudiziario per un uomo, assolto solo grazie alle figlie che smentiscono la versione materna («c’erano litigi verbali, ma lei era la parte più aggressiva»). Qui il “miracolo” del mitologico automatismo cautelare si rivela per quello che è: un’arma premeditata per schiacciare chi non ha i “giusti cromosomi”. E non si tratta di casi isolati. Da Sassari arriva il perfetto vademecum: amministratore comunale assolto dalla giustizia con formula piena perché “il fatto non sussiste” e la presunta vittima che finisce indagata per calunnia; recidiva del sistema, che al massimo si aggiorna nella fantasia delle accuse, ma mai nella voglia di buttare l’uomo nel tritacarne giudiziario.

La giustizia sotto pressione: la giostra delle false accuse funziona a ciclo continuo
Passiamo all’ennesima rappresentazione della commedia nera che va in scena nei tribunali: in questo caso c’è un divieto di avvicinamento imposto per “persecuzioni insostenibili”, ma la donna viene sorpresa in auto proprio insieme al “carnefice” a cui dava tranquillamente appuntamenti. Ovviamente a pagare è lui, arrestato perché la macchina del sospetto vive solo di narrazione iniziale: i fatti, quelli veri, son dettagli trascurabili. E poi i veri capolavori dell’ingegneria della menzogna usati nel sistema di giustizia: in quest’altro caso, la signora che si inventa lividi provocati al figlio e accuse di violenza per eliminare il padre dalla vita del bambino e magari guadagnarci pure un risarcimento. Risultato: si scopre che i lividi li aveva fatti lei per sostenere le proprie accuse, dunque condanna a 3 anni e 8 mesi per lei, ma il danno resta (e le denunce infondate contano comunque nelle sacre statistiche).
E come se non bastasse, il copione ripete all’infinito la stessa farsa giudiziaria: evocare la parola magica “percezione” accende la macchina infernale della prevenzione e fa partire il Codice Rosso a colpo sicuro. Prendete il caso dell’ex calciatore trascinato per dieci anni in tribunale su accuse della ex compagna: assolto solo quando ormai la macchina del fango ha fatto macerie. O il “classico” di Casal Velino: ammonimento, inchiesta, archiviazione perché “il fatto non sussiste”, ma la denuncia resta usata strategicamente in sede civile. E per chi volesse la doppietta, ecco l’uomo accusato prima di stalking, poi di aver violato il divieto di avvicinamento, arrestato, spedito ai domiciliari e infine assolto “perché il fatto non sussiste”. Numeri? Da paura: false accuse che evaporano al giudizio, ma restano marchio a fuoco sulla pelle degli uomini (e nei registri della narrativa tossica). Il flagello vero, qui, è un meccanismo che ha trovato la sua arma perfetta: la falsa accusa, serializzata e normalizzata, che distrugge famiglie e reputazioni senza nemmeno la fatica di una prova. E la domanda finale resta: chi si occuperà – un giorno – delle vere vittime, quelle dimenticate dalla cronaca, condannate dal sistema e private della giustizia?