Parola di Marx: «La storia di tutte le società esistite fino ad oggi non è stata altro che la storia delle lotte tra le classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola, oppressori ed oppressi, in costante contrapposizione, hanno combattuto una guerra ininterrotta, a volte aperta a volte latente; una guerra che finiva sempre, o con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta. […] La moderna società borghese, elevatasi sulle rovine della società feudale, non ha abolito gli antagonismi tra le classi. Essa non ha fatto altro che sostituire, a quelle vecchie, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. […] Tratteggiando a grandi linee le fasi dello sviluppo del proletariato, abbiamo descritto la storia di una guerra civile, più o meno latente, che travaglia la società fino al momento in cui essa esplode in aperta rivoluzione ed il proletariato stabilisce le basi del suo potere attraverso il rovesciamento violento della borghesia. Come abbiamo visto, tutte le società finora esistite si sono fondate sull’antagonismo tra la classe degli oppressori e quella degli oppressi». Questi sono alcuni dei più noti passaggi di Karl Marx, tratti dal Manifesto del Partito Comunista (1848), scritto con F. Engels. Parafrasando il testo, secondo la visione femminista, si legge così: “la storia di tutte le società esistite fino ad oggi non è stata altro che la storia delle lotte tra i due sessi. Uomini e donne, bambini e bambine, mariti e mogli, padroni e serve, in una parola, oppressori ed oppresse, in costante contrapposizione, hanno combattuto una guerra ininterrotta, a volte aperta a volte latente. […] La moderna società non ha abolito gli antagonismi tra i due sessi. Essa non ha fatto altro che sostituire le vecchie ed evidenti condizioni di oppressione per nuove condizioni di oppressione più velate. […] Tratteggiando a grandi linee le fasi della storia del patriarcato, abbiamo descritto la storia di una guerra civile, più o meno latente, fino al momento del rovesciamento. Come abbiamo visto, tutte le società finora esistite si sono fondate sull’antagonismo tra il sesso degli oppressori e quello delle oppresse”.
Penso di non affermare nulla di nuovo sull’influenza che l’ideologia marxista ha esercitato sull’ideologia femminista. In moltissimi hanno rilevato, prima di noi, quanto entrambe si assomiglino. Per molti, l’ideologia femminista non sarebbe altro che marxismo applicato al sesso, una trasposizione del concetto di “lotta tra le classi” a quello di “lotta tra i sessi”. L’idea principale che emerge dall’ideologia marxista è quella di un conflitto insanabile: «…guerra ininterrotta…lotta…oppressori ed oppressi…antagonismo…guerra civile…», fino allo smantellamento del sistema capitalistico e la costruzione di una società comunista senza classi e senza Stato. La stessa idea emerge dall’ideologia femminista, fino alla sostituzione della società “patriarcale” per una nuova società femminista. Nell’intervento precedente è stato fatto notare come l’attribuzione di un significato determina non solo ciò che una cosa è, porta a escludere ciò che quella cosa non è. Il termine femminismo è stato definito come l’ideologia che sostiene l’oppressione e la discriminazione storica e attuale delle donne per mano degli uomini in un sistema denominato patriarcato. Dunque, il femminismo non è l’ideologia che sostiene la cooperazione e la collaborazione storica e attuale di entrambi i sessi. I termini che descrivono i rapporti storici e attuali sono quelli di oppressione e discriminazione. La visione che emerge, in entrambe le ideologie, è quella del conflitto, non ci sono cooperazione o collaborazione. Tutta la storiografia femminista è segnata dal conflitto.

Marx e femminismo ignorano la realtà.
Parlando sullo «sterminio dei maschi», prospettato da Simone de Beauvoir, avevo già scritto in un altro intervento: «…scrive Simone de Beauvoir: “Si capisce che la dualità dei sessi, come ogni dualità, si sia tradotta in un conflitto. Non è altrettanto chiaro perché l’uomo abbia vinto in partenza. Infatti, sembra che la battaglia potesse esser vinta dalle donne o l’esito restare eternamente sospeso. Perché invece il mondo è sempre appartenuto agli uomini e soltanto oggi le cose incominciano a cambiare?”. Simone de Beauvoir, e prima di lei tutte le femministe che l’hanno preceduta, iniziando da Christine de Pizan, non concepiscono più i due sessi complementari, come erano sempre stati concepiti dall’umanità, cioè una relazione basata sulla cooperazione (mutualismo: relazione simbiotica con vantaggio reciproco). Si tratta invece di una relazione conflittuale con un vincitore e un perdente (parassitismo: relazione simbiotica con un netto svantaggio per uno dei due). Da questa visione nasce necessariamente tutta la terminologia femminista guerrafondaia: guerra dei sessi, lotta, conflitto, movimento di liberazione, vincere e perdere, oppresse e oppressori… Scrive Simone de Beauvoir: “poiché è in ogni modo condannata alla dipendenza, piuttosto che obbedire a dei tiranni – genitori, marito, protettore – preferisce servire un dio: vuole così ardentemente la propria schiavitù che questa le appare come l’espressione della sua libertà”. Gli uomini sono i “tiranni”, le donne le “schiave”». La visione conflittuale della vita, tanto nel femminismo come nel marxismo, predomina.
«I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo ma si tratta di trasformarlo», celeberrima tesi di Marx pubblicata nella Tesi su Feuerbach. La teoria conoscitiva e interpretativa della filosofia ha come fine, quindi, la trasformazione della realtà conflittuale in cui è immersa. Scrive Marx, «la questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica». Secondo Marx, il tema della «verità» va considerato all’interno della prassi: l’oggettività di una teoria non consiste nella sua aderenza al reale o nella sua capacità di rispecchiarlo fedelmente, ma nella sua capacità di incidere in esso. In breve, ciò che è reale è il risultato, non il punto di partenza, sono le nostre azioni che fissano la realtà, la trasformazione diventa la realtà, la verità. Scrive Marx, «le circostanze sono modificate dagli uomini e l’educatore stesso deve essere educato». Appunto, per trasformare il mondo, per farlo diventare reale, bisogna educare l’educatore, l’individuo, un modo eufemistico di definire l’indottrinamento. Ogni rivoluzione, per ottenere successo, ha bisogno di numerosi adepti, che devono essere “creati”, educati, formati, indottrinati. Come il marxismo, il femminismo è un’ideologia che pretende trasformare il mondo, che ignora la realtà oggettiva che vuole trasformare, e promuove parimenti il condizionamento, la (de)costruzione e l’educazione dei nuovi individui.

Il conflitto alla base di tutto.
Credo che in questa tesi marxista ci sia un errore di fondo pericoloso: se “la verità è provata dalla prassi”, quindi le premesse teoriche iniziali dalle quali partono le ideologie, quanto queste premesse aderiscano al reale o meno, quanto siano vere o false non ha importanza, perché ciò che conta è la “prassi”, allora non saremo mai in grado di discernere tra le ideologie “vere” e quelle “false”. Tutte le ideologie, anche quelle che si basano su false premesse, vogliono trasformare il mondo ed “educare” gli individui. La trasformazione pratica del mondo, che diventa secondo questa tesi la realtà, non è una garanzia di una trasformazione in un mondo migliore, se questa trasformazione è partita da premesse irreali e false, da un immaginario percepito, dalla soggettività invece che dall’oggettività. A mio avviso, l’errore di Marx consiste nel aver concesso maggior importanza alla trasformazione del mondo che alla comprensione di esso. La comprensione del mondo è fondamentale, è fondamentale che questa comprensione aderisca al reale, altrimenti la fantasia ideologica produce dei mostri, come ben sappiamo dalla esperienza storica. Per questo motivo le premesse della dottrina femminista, mai accertate, devono essere vagliate.
In conclusione, il femminismo, come il marxismo, ha analizzato la storia in termini conflittuali invece che di cooperazione, ha descritto il rapporto uomo-donna come un rapporto tra sfruttatore-sfruttata, ma c’è un aspetto dove entrambe le ideologie differiscono profondamente. Per Marx la categoria del lavoro, intesa come attività creatrice di ricchezza, è la categoria che deve guidare l’indagine storica e la comprensione del mondo. Il materialismo è il risultato di un mondo costruito attraverso il lavoro. Il “materialismo storico” o concezione materialistica della storia è la concezione secondo cui ogni epoca storica e ogni formazione sociale si definiscono sulla base delle condizioni sotto cui ha luogo la produzione della vita materiale, intese come rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione. Sono questi fattori che condizionano le forme giuridiche, politiche e culturali di ogni società. La radice dell’alienazione non sta nella religione o nello stato, ma nell’organizzazione del lavoro e nei rapporti economici. La rivoluzione marxista sarà l’opera «di una classe gravata di catene radicali», il proletariato. Il proletariato è il cuore dell’emancipazione umana.
Marx e femminismo, entrambi inumani.
Nei libri femministi invece, la categoria del lavoro è pressoché inesistente. La Storiografia femminista ignora le condizioni lavorative, gli infortuni sul lavoro, la costruzione del mondo, il proletariato… Il materialismo non trova sede all’interno della sua analisi storica. Nel mondo lavorativo, in ogni epoca storica il lavoratore è stato costretto a conferire al padrone – fosse esso l’aristocratico greco o quello romano, il feudatario europeo o il negriero americano – una quota del tempo di lavoro (ad es. le corvée medievali). In realtà nel lavoro, come nella sopravvivenza, non è mai stato tanto importante il tempo di lavoro quanto la produttività. Possiamo definire come plusvivenza il valore aggiuntivo acquisito nel corso del processo di produzione di sopravvivenza, cioè la differenza tra il tempo di lavoro necessario per sopravvivere e il tempo di lavoro prestato in più per far sopravvivere altri (surplus di sopravvivenza). Marx ha scritto: «da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni». Uomini e donne, hanno le stesse capacità e gli stessi bisogni? Forniscono lo stesso surplus di sopravvivenza? Misteriosamente, la narrazione femminista non si è mai soffermata su questi argomenti, ma se analizziamo in profondità i costi lavorativi, i sacrifici e la produttività (il surplus che viene apportato da ognuno di noi alla sopravvivenza e al benessere degli altri) il rapporto tra i sessi, denunciato dal femminismo, si capovolge: costi, sacrifici e produttività maschili (insomma plusvivenza) sono stati versati generosamente a vantaggio di tutta la comunità, principalmente donne e bambini. Progressivamente, la società capitalista e tecnologica è riuscita a dissolvere i rigidi rapporti di dipendenza personali (storici) e familiari nella produzione (sopravvivenza) e a spezzare i rapporti di dipendenza personali tipici del feudalismo nei gruppi più ampi. La produzione (sopravvivenza) di ogni singolo dipende oggi dalla produzione impersonale del resto della società e i legami personali storici di dipendenza (per la sopravvivenza) degli individui sono stati sostituiti da rapporti di dipendenza impersonali, cioè da individui reciprocamente indifferenti. Da questa società impersonale e indifferente alla sopravvivenza e al lavoro nasce l’attuale analisi storico-femminista inesistente sul lavoro e sulla sopravvivenza.