Durante le vacanze estive mi è capitato sott’occhio il titolo di un articolo, a difesa della mascolinità, che ha stuzzicato la mia curiosità: There’s nothing wrong with traditional masculinity (Non c’è nulla di sbagliato nella mascolinità tradizionale). Mi era sembrata un’affermazione troppo categorica, che non corrispondeva alla realtà. A dirla tutta, ci sono un sacco di cose che non vanno nella mascolinità tradizionale. L’articolo nasceva in risposta ad un altro intitolato How to be a man (Come essere un uomo), che propugnava la solita necessità di ridefinire la mascolinità prima di poter essere considerata socialmente accettabile. Secondo quest’ultimo, per troppo tempo la mascolinità sarebbe stata definita basandosi su idee superate e stereotipi ormai logori (ad es. i ragazzi non piangono, gli uomini devono essere forti…). Una nuova generazione di uomini si starebbe impegnando per cambiare questa visione e per educare i ragazzi in una mascolinità più aperta e inclusiva, con l’obiettivo di rendere i ragazzi «più maturi dal punto di vista emotivo e più capaci di esprimere i propri sentimenti», affinché non rimangano «intrappolati negli stereotipi rigidi, dominanti e aggressivi di un’epoca ormai passata, che finiscono per danneggiare tutti». Così l’articolo spiega: «il personale della scuola dell’infanzia non interviene quando i bambini giocano con le bambole, dicono che questo potrebbe aiutarli a diventare, un giorno, padri affettuosi, premurosi e capaci di prendersi cura degli altri». In sintesi, How to be a man proclamerebbe il solito mantra femminista: la mascolinità sarebbe in crisi perché concezioni tradizionali della mascolinità starebbero danneggiando ragazzi e uomini.
Pur condividendo in gran parte l’intenzione e il contenuto del primo articolo (There’s nothing wrong with traditional masculinity), c’era qualcosa nel titolo e nell’impostazione del pezzo che mi indisponevano. Qualcosa mi disturbava. In qualche modo, mi sembrava di giocare in difesa. Perché noi uomini ci dobbiamo difendere? Perché devo difendere la mia mascolinità? Il movimento femminista è riuscito a mettere gli uomini e la mascolinità sul banco degli imputati e, di conseguenza, noi uomini trascorriamo molto del nostro tempo a cercare di difenderci: “no, noi non siamo così, noi non siamo così come voi ci dipingete” e così via continuamente. Ma con quale diritto queste donne si sono arrogate l’autorità di giudicare gli uomini e nel contempo di auto-assolversi? Chi ha concesso alle femministe la potestà di escludersi dai difetti che imputano agli altri? Chi ha attribuito loro il potere di “scagliare la prima pietra”? Attribuire certi valori o comportamenti (quali sono il patriottismo, il coraggio, l’onore, la menzogna, la violenza, l’empatia, la tradizione, il progressismo, ecc.) in esclusiva ad un solo sesso è profondamente sbagliato. Questi valori o comportamenti possono forse essere più o meno marcati a seconda del sesso, ma non appartengono in esclusiva a uno di loro. Per secoli, per la Chiesa tutti eravamo santi e peccatori. Il peccato, come la santità, riguardavano tutti. Tutti gli esseri umani hanno partecipato e partecipano alla costruzione della Storia, di valori e comportamenti. Possiamo riflettere sulla tradizione e sui valori tradizionali, in maniera critica o elogiarli, ma riguarda tutta l’umanità, non solo una parte, non solo gli uomini.

Le accuse alla mascolinità
Il pezzo si accompagnava di una fotografia, la nota statua manierista di Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini, che si trova in Piazza della Signoria a Firenze, a dimostrazione della mascolinità tossica e distruttiva. Ma Perseo, che così fiero mostra il frutto della sua impresa, chi ha salvato con quella testa? La sua impresa non ha forse celebrato parimenti Andromeda, grazie alla quale ha avuto salva la vita? A proposito di teste mozzate, così descrive la Bibbia (1 Sam 18, 6-7) il rientro di Davide dopo aver ucciso Golia: «Al loro rientrare, mentre Davide tornava dall’uccisione del Filisteo , uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i timpani, con grida di gioia e con sistri. Le donne cantavano e danzavano alternandosi: “Saul ha ucciso i suoi mille, / Davide i suoi diecimila”». Chi festeggiava per le strade d’Israele il rientro di Davide e la testa mozzata di Golia? Queste centinaia, migliaia di donne, di madri, sorelle, mogli e compagne, che lungo tutta la Storia hanno osannato il guerriero maschile che uccide altri uomini, “diecimila meglio di mille”, non hanno forse svolto un ruolo nella costruzione della mascolinità tradizionale? Sul serio le donne possono essere scagionate da una simile accusa? Non rimane forse nulla di quella femminilità guerrafondaia tradizionale storica nella femminilità attuale?
È assurdo escludere la metà dell’umanità da qualsiasi responsabilità nella costruzione della tradizione e nella trasmissione dei valori tradizionali. Sarebbe come, ad esempio, imputare in esclusiva ai bianchi l’istituzione storica della schiavitù. Quando gli europei (i portoghesi) arrivarono in Africa, l’istituzione della schiavitù, così come l’intendiamo noi oggi, era stata praticamente svelata nell’occidente europeo. Mentre lo schiavo era considerato una proprietà (una “cosa”), nella servitù della gleba il servo era una persona libera, seppure con diritti limitati e legata alla terra. Il concetto di schiavitù rinasce negli europei con la riscoperta della pratica diffusa tra gli africani. Nella tratta atlantica, per secoli gli africani forniranno la merce (sulla pelle di altri africani) e gli europei faranno il trasporto fino all’America. Oggi possiamo riflettere sull’istituzione della schiavitù e criticarla, ma ridurre la schiavitù a una pratica attuata unicamente dai bianchi, ed escludere quindi l’altra metà dell’umanità, sarebbe storicamente falso e profondamente sbagliato. La schiavitù è stata una istituzione che ha riguardato tutti, bianchi, neri e asiatici. La riflessione sulla schiavitù deve essere dunque fatta in maniera globale sul soggetto umanità. Stessa logica vale sulla riflessione a proposito della maschilità, della tradizione e dei valori tradizionali.

E un po’ di sana autocritica?
Il femminismo, come qualsiasi altra ideologia escludente (tutte le ideologie razziste, il nazismo, il fascismo…) spezza il concetto di umanità e assegna in esclusiva tare a uno specifico gruppo sociale (gli uomini) e pregi a un altro (le donne). Questa è la premessa iniziale dalla quale sviluppa in successivo tutta la sua dottrina e il suo discorso. Se il punto di partenza è sbagliato, per forza tutto il resto è sbagliato. Io, in quanto uomo, non devo difendere la mia mascolinità più di quanto le donne non debbano difendere la loro femminilità. Ammesso e non concesso che esistano un sacco di cose che non vanno nella mascolinità tradizionale, così come ci sarebbero un sacco di cose che andrebbero benissimo, il discorso dovrebbe essere allargato alla femminilità tradizionale e a tutte le cose che parimenti non vanno anche in quella. Trovo quindi la difesa ad oltranza, ogni volta e in ogni sede, dalle continue accuse femministe, a sostegno della mascolinità, un atteggiamento inappropriato, inadeguato, disturbante, sulla difensiva. Anzi, il fatto che queste donne non riescano a concepire nella femminilità alcuna tossicità, il fatto che si arroghino il diritto di auto-assolversi e di giudicare impietosamente la mascolinità, sarebbe un inoppugnabile segno di superbia e arroganza, la dimostrazione paradossale di quanto la natura femminile sia più tossica, incapace di autocritica, di quella maschile che, attonita, si vede ogni giorno ingiustamente accusare da queste donne delle peggiori nefandezze possibili. Non c’è bisogno di difendere ogni santa volta la mascolinità, semmai è ora che la femminilità incominci a fare un po’ di autocritica. Al punto in cui siamo arrivati, la miglior difesa è un buon attacco.