Settimana scorsa il quotidiano “Il Manifesto” dava conto del pantano in cui è finita l’orrida proposta di legge della Bongiorno sul “consenso libero e attuale” come elemento chiave per la definizione del reato di violenza sessuale. Quale sia la natura della proposta e soprattutto chi sia la proponente l’abbiamo detto in un articolo recente, a cui rimandiamo. Qui è interessante capire quali sono le argomentazioni usate dai sostenitori del “consenso libero e attuale”. Pare che il punto di partenza sia quella che è un po’ l’origine del male in quasi tutto l’Occidente: la Convenzione di Istanbul. Già in precedenza abbiamo inquadrato quell’accordo multilaterale, il suo valore, la sua reale portata, a partire dal fatto che non è una fonte di legge superiore alla Costituzione. La quale, spiace ma è così, stabilisce diversi parametri incompatibili con l’introduzione del “consenso libero e attuale”. Vero è che questa gente ha già dimostrato di infischiarsene della Costituzione (vedasi il reato di “femminicidio”), però forse c’è un limite oltre il quale la corda si spezza, e loro lo sanno. Specie se per farlo ci si appiglia a una Convenzione da cui si è già ritirata la Turchia, che ne ospitò la firma, con la Lettonia in fase di ritiro così come la Polonia, mentre Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, pur avendola firmata, si guardano bene dal ratificarla. Insomma una Convenzione che, sul piano della cogenza e autorevolezza internazionale, vale meno della carta su cui sta scritta.
Leggendo l’articolo poi scopriamo una cosa che non sapevamo: l’argomentazione usata dalla maggioranza per bloccare il disegno di legge Bongiorno. Pare che in molti si siano appellati all’esistenza di «false denunce allo scopo di infangare un uomo». Pofferbacco! Sta a vedere che c’è qualche parlamentare che legge LaFionda.com o, molto più probabilmente, le statistiche del Ministero della Giustizia senza farsele filtrare dal femministissimo ISTAT. Fatto sta che, dice sempre l’articolo, questa cosa «ha scatenato le ire delle opposizioni, delle reti femministe e dei centri antiviolenza, che ogni giorno lavorano sul campo». Trattandosi di braccia rubate all’agricoltura per regalarle a un business tanto tossico quanto basato sul nulla, l’espressione è quanto mai felice. Ma non è tutto, Il Manifesto fa riferimento anche a «forti perplessità di magistrati e giudici» su questa cosa dell’eliminazione del consenso. Ah sì? E quali? Alla fine ne cita uno solo, il ben (a noi) noto Francesco Menditto, ex Procuratore Capo a Tivoli, andato in pensione di recente accompagnato, qualcuno lo ricorderà, da critiche feroci espresse da una folla (quella sì era una folla) di esperti di giurisprudenza per le sue “Linee Guida“, buone solo per mandare fuori dai binari diversi pilastri del diritto. Alla fine quella folla di magistrati e giudici “perplessi” citati dal Manifesto si riduce a lui e, visti gli argomenti usati, probabilmente anche al buon vecchio Fabio Roia, pure lui, vivaddio, pensionato.
Consenso, argomenti fallaci e malafede
E qual è l’argomento usato? «I numeri sono prossimi allo zero», dice Menditto, riferendosi alle false denunce (intendendo in realtà le denunce basate su false accuse). Gli fa eco una nostra vecchia amicizia, sfortunatamente ancora non in età da pensione, la Senatrice Valeria Valente: «noi del PD lo diciamo da sempre», esordisce, come se ci fosse da vantarsene, «le false denunce non esistono. Quante sono le donne condannate per falsa testimonianza? O parliamo piuttosto di persone che non sono riuscite a provare una violenza?». In questa dichiarazione c’è condensata tutta la tossicità del femminismo, con un carico formidabile di malafede. L’argomento di Menditto e Valente venne già sostenuto da Roia in un’altra audizione al Senato, famosa per aver ospitato anche Davide Stasi e Fabio Nestola, contro i quali la Valente stessa fece poi un’interrogazione parlamentare di sindacato ispettivo chiedendo al Ministro dell’Interno di chiudere ai due tutti i loro canali di comunicazione, compresi quelli privati… ovviamente il Ministro non la degnò nemmeno di una risposta. Perché parliamo di malafede? Perché questi eminenti giuristi sanno perfettamente che i reati di falsa testimonianza o calunnia portano a condanna solo se si riesce a provare che una persona ha mosso le sue accuse sapendo che erano false. Come si fa? Di solito non si fa, perché è difficilissimo, quasi impossibile riuscirci. Per questo le incriminazioni per calunnia sono pochissime e finiscono in genere nel nulla. Roia, Menditto e Valente lo sanno perfettamente che quella è un’unità di misura fallace a smentire l’esistenza e il dilagare delle false accuse.
Ma c’è un altro aspetto: anni fa, prima che il femminismo bullizzasse mezzo mondo e si impossessasse dei più importanti gangli del potere, erano numerosi i colleghi e le colleghe di Menditto e Roia che ammettevano apertamente l’esistenza di accuse false o strumentali utilizzate da donne, specie in fase di separazione coniugale, talora quantificandole addirittura tra l’80 e il 90%. Nel corso degli anni quelle ammissioni hanno perso valore? Le false accuse si sono estinte naturalmente? Non è così ovviamente, l’allegra compagnia Roia-Menditto-Valente lo sa benissimo e il nostro Osservatorio Statistico sta lì a dimostrarlo, in tutta la sua strabordante scomodità, per questo ignorato dai più. Ma attenzione: noi ci siamo concentrati sulla malafede di costoro, ma c’è qualcosa che va oltre, qualcosa che ai più attenti non sarà sfuggito leggendo le dichiarazioni della Senatrice Valente. «O parliamo piuttosto di persone che non sono riuscite a provare una violenza?», ha detto. È una frase intrinsecamente e scandalosamente eversiva. E lo è perché il nostro ordinamento prevede esplicitamente che un reato venga provato. È una disposizione di garanzia superando la quale c’è la caccia alle streghe e le esecuzioni sommarie in piazza. Qual è dunque il messaggio che Valente fa passare in modo sottile? Il solito: se è una donna ad accusare un uomo, non servono prove, va creduta sulla parola, magari evitando anche quella cosa noiosa chiamata processo. Cosa accadrebbe all’intero sistema di giustizia, che già non gode di splendida salute, se venisse applicata una mostruosità del genere non pensiamo sia necessario spiegarlo. Tuttavia va chiarito che questa della Valente non è malafede, è qualcosa che si aggiunge alla malafede e va oltre. Qualcosa a cui non vogliamo qui dare un nome. Lasciamo che siate voi lettori a darglielo.