Ogni settimana la cronaca italiana ci regala una sequenza di episodi che, nella loro tragicità, contribuiscono a smentire decisamente un mito. Eppure, il copione mediatico resta sempre lo stesso: la donna è vittima per definizione, l’uomo carnefice per dogma. Ma basta leggere le notizie degli ultimi giorni per vedere crollare questa narrazione. Prendiamo il caso di Campobasso: Irma Forte, ultrasettantenne, condannata per omicidio volontario del marito, resta libera da ogni misura cautelare. I suoi legali annunciano ricorso, ma la sensazione è che, tra appelli e Cassazione, la signora non vedrà mai una cella. Se i ruoli fossero stati invertiti, avremmo visto titoloni, braccialetti elettronici e arresti immediati. Ma qui, la violenza femminile si trasforma in un dettaglio di colore locale, da dimenticare in fretta.
Non è un caso isolato e nemmeno un mito. A Viareggio, Cinzia Dal Pino è accusata di aver investito più volte un uomo che le aveva rubato la borsa: il PM chiede l’ergastolo, ma la perizia psichiatrica la scagiona dal vizio di mente. A Mantova, una donna di 71 anni chiede al fratello di affilare il coltello e poi lo colpisce nel sonno. L’uomo, consapevole della malattia della sorella, l’aveva accolta in casa per aiutarla: in cambio, riceve una coltellata. E ancora, a Torino, una ragazza accoltella il fidanzato e lui, per proteggerla, inventa una storia di aggressione da parte di sconosciuti. Solo la perizia medica smaschera la bugia. Ma la morale resta sempre la stessa: servono centri di rieducazione per uomini violenti, più fondi per i centri antiviolenza, mentre la violenza femminile viene derubricata a incidente di percorso, follia passeggera o, peggio, a folklore.
Il doppio standard che sbriciola il mito
La lista continua con casi che sfiorano il grottesco. A Follonica, una donna pretende di tornare in carcere e, per convincere i carabinieri, distrugge la caserma, morde un militare e dà fuoco ai documenti. A Grosseto, una ex amante perseguita l’uomo sposato con cui aveva una relazione, minaccia la moglie e i figli, e arriva persino a minacciare false accuse di violenza sessuale. La calunnia come arma di ricatto, la persecuzione come strumento di potere: eppure, nessuno invoca centri di ascolto per uomini vittime di stalking o di false denunce. Nel frattempo, a Lecce, madre e figlia aggrediscono il personale del pronto soccorso perché non accettano l’attesa per un codice verde. La violenza del “gentil sesso” si manifesta in ogni contesto, ma la narrazione dominante si ostina a ignorarla per confermare il mito.
Non mancano i casi di truffe e raggiri come quello della finta chef che narcotizza un pensionato e fugge con la refurtiva. E ancora, il magistrato romano minacciato dalla moglie con una mannaia: qui, le indagini partono solo dopo la denuncia dell’uomo, mentre in migliaia di casi a ruoli invertiti scattano subito misure cautelari senza contraddittorio. Il doppio standard giudiziario è lampante: la violenza femminile viene minimizzata, giustificata o ignorata. E questo è ancora più vero se si guarda al versante mediatico, al modo con cui vengono date le notizie, spiegate le circostanze, gestite le attenuanti o le aggravanti. Tutto cambia, nel racconto pubblico, se chi commette violenza è uomo o donna. Ma la realtà, questa sconosciuta, si ostina a bussare alla porta in un modo o nell’altro, ed è per questo, per contribuire a sfatare il mito del “gentil sesso” che da anni raccogliamo i dati e i fatti raccontati in cronaca. Invitiamo i lettori, quindi, a consultare altri articoli su LaFionda.com e a esplorare dati e grafici presenti nell’Osservatorio Statistico: solo così si può rompere il muro di silenzio e ipocrisia che circonda la violenza sulle vittime più scomode, gli uomini.