Nella narrazione dominante, la violenza ha sempre un solo volto: quello maschile. Mai una volta che la cronaca – né tantomeno quella giudiziaria o mediatica – si conceda la briga di raccontare la mappa, assai diffusa e ben tracciata, delle violenze agite da donne. È come se nel regno del cosiddetto “gentilsesso” tutto andasse sempre liscio, le madri fossero solo dolci e protettive e le nonne infallibili fari morali. Basta sfogliare le notizie dell’ultima settimana per scoprire che la realtà va raccontata diversamente: da nord a sud, tra le mura domestiche, la violenza delle donne sui minori è una realtà che la società si ostina a silenziare.
I titoli si susseguono, la trama resta la stessa. Una madre a Lecce condannata per aver percosso, seviziato e manipolato la figlia, addirittura spingendosi fino a forme di violenza sessuale mascherate da improbabili terapie antistress. Alla giustizia non è sfuggito nulla: le botte con il manico della scopa, le torture psicologiche e fisiche, il totale annientamento di una minore incolpevole. Stesso copione a Roma: una madre finisce accusata di aver drogato e seviziato il figlio in barba alla narrazione per cui: “la violenza è sempre maschile!”. E a Bari la cronaca ci restituisce il caso di una maestra, la famosa “Zia Martina”, accusata di adescare e portarsi a letto minorenni (meritandosi così diverse ospitate TV, per altro), la cui assoluzione è stata annullata dalla Cassazione. Si attenderà dunque di ripetere il processo d’appello per capire se dovremo registrare anche questo caso nel nostro Osservatorio.

Il mito materno si sgretola: la violenza di madri e nonne
Le scene sono sempre le stesse: madri che picchiano figli con qualsiasi oggetto capiti sotto mano, dalle corde al manico della scopa, oppure nonne che, in completo abbandono, si trasformano in un pericolo costante per le generazioni più fragili. A Torino, una donna, spesso ubriaca, maltrattava il figlio di 12 anni, costretto a vivere nel degrado senza nessun altro adulto responsabile. Il padre? Sparito, o meglio, messo strategicamente fuori gioco aiutando la narrazione della madre-eroina. Un cliché che si ripete: la violenza delle donne viene silenziata, mentre tutto ciò che fanno gli uomini, anche solo con uno sguardo di traverso, diventa subito caso nazionale e materiale per talk show e campagne di sensibilizzazione.
Non solo madri, ma intere famiglie femminili malate di violenza e incapacità genitoriale. A Firenze, la nonna va in overdose, la madre dimostra totale inadeguatezza e le nipotine finiscono in comunità. Risultato? Si elimina il padre dalla vita della famiglia, seguendo un copione ampiamente rodato. Il messaggio che passa è chiaro: anche di fronte a madri abusanti ed evidentemente incapaci, meglio sempre marginalizzare la figura paterna, come se questo potesse garantire una serenità che, naturalmente, non arriva mai. A completare questo inquietante quadro, il caso di Acireale: la madre, insieme al nuovo compagno, protagonista di maltrattamenti, corruzione di minorenne e violenza sessuale aggravata, mentre il padre rimane, come sempre, una figura evanescente e marginale. E allora chi si prende la briga di difendere i minori dalle donne? Dove finiscono le campagne, la giustizia, i titoli sdegnati? Nei tribunali il copione non cambia e le barriere ideologiche si alzano, rendendo invisibili le vittime che non fanno notizia.