Nel meraviglioso mondo del garantismo selettivo e delle false accuse, basta una parola per gettare alle ortiche una vita. Saranno anche altri tempi, ma il principio di innocenza è ormai una nota a piè di pagina nel racconto mediatico della giustizia. Una serata di divertimento può diventare un incubo, certo, ma non sempre per la “vittima” designata. Lo racconta la cronaca recente a chiare lettere, basta tornare alle aule del tribunale di Reggio Emilia, dove un giovane di 23 anni si è visto trascinato davanti al giudice per una pesantissima accusa. Solo una provvidenziale registrazione delle telecamere interne ha dimostrato quanto il racconto della presunta vittima non reggesse il confronto con la realtà. Ora, benedetti strumenti tecnologici, ma davvero dobbiamo pensare che ormai agli uomini serva andare in discoteca con una dashcam accesa h24, per difendersi dalle accuse che piovono come grandine in primavera? Il rischio, dicono persino avvocati esperti come D’Amuri e Minari, è che la facilità con cui girano certe accuse finisca per screditare tutto il sistema, lasciando solo macerie di credibilità e giustizia.
Nel circo delle false accuse, però, la parte più grottesca spesso si svolge nei centri antiviolenza, dove ormai una certa retorica vittimistica sembra aver contaminato tutto. Lo racconta bene il sequestro preventivo per la responsabile di un centro antiviolenza, passata da “paladina delle vittime” a indagata per simulazione di reato, calunnia e persino esercizio abusivo della professione. Raccontava di essere stata rapita, ma dalle indagini emerge invece uno scenario opposto: incongruenze, bugie, e una strategia male orchestrata per rafforzare lo status di “vittima” – moneta pesantissima nel mercato dell’attenzione pubblica. E nel frattempo? Persone fragili affidate a chi esercitava abusivamente la professione di psicologa, consigliando trattamenti e farmaci senza titoli. Il tutto, nemmeno a dirlo, nel silenzio assordante di certi ambienti dove guai al maschio anche solo se respira. Forse sarebbe ora di andare a scavare nei casi pregressi trattati da certi centri finto-solidali, perché la tendenza a giocare sulla pelle degli uomini sembra più che una spiacevole eccezione.

False accuse: quando il sospetto diventa condanna, la fine è già scritta
Non si tratta di casi isolati, ma di una deriva che ha radici profonde nell’ideologia dominante. Guardiamo ai numeri, alle storie che si ripetono: nomi, volti, esistenze sgretolate da accuse mai provate, da racconti che fanno acqua da tutte le parti, ritrattati più volte come fossero versioni beta di una stessa app. Il caso di Riano grida vendetta: accusato di aver violentato una ragazzina, un uomo passa quasi un anno sotto misura cautelare, viene letteralmente sbranato dall’eco giudiziaria e solo dopo due anni la verità viene a galla. «La ragazza ha cambiato versione quattro, forse cinque volte; persino in tribunale le sue parole non coincidevano, mentre testimoni e tabulati telefonici hanno smentito qualsiasi fatto» – così parla la difesa, raccontando di un processo che si sarebbe potuto evitare, se solo la parola di chi accusa non bastasse a scatenare processi mediatici e restrizioni di libertà. Non serve neppure la medicina legale: zero riscontri, nessun segno di violenza, niente, eppure la macchina spietata delle accuse non aveva esitato a schiacciare l’imputato e chiedere otto anni di carcere. Alla fine è stato assolto, certo, e ora gli toccherà passare a reclamare risarcimento per ingiusta detenzione. Troppo tardi: chi restituisce anni e reputazione?
La deriva delle false accuse è ormai una piaga: si gioca con la vita altrui, si trasforma la parola in una condanna preventiva, e sempre con un unico bersaglio facile e socialmente spendibile: l’uomo. Mentre l’ideologia dominante predica tutela solo per una categoria, nessuno si preoccupa della devastazione inflitta a chi viene accusato ingiustamente. Le telecamere possono salvare, certo, ma il vero problema è dover vivere costantemente sotto sospetto, con la pressione di dover dimostrare la propria innocenza davanti a uno stuolo di specialisti, centri e personaggi che lucra sulla fragilità, arrivando persino – come dimostrano i fatti recenti – a inventare reati e scenari inesistenti pur di strappare attenzione e fondi pubblici. Serve un cambio di rotta netto: occorre esigere riscontri, responsabilità, e soprattutto garantire che nessuno venga più massacrato dalla macchina del sospetto solo perché nasce maschio. Per chi vuole approfondire la realtà che raramente passa sotto i riflettori, l’invito è quello di esplorare gli altri articoli su LaFionda.com e i dati dell’Osservatorio Statistico. Scoprirete che dietro ogni caso di falsa accusa ci sono storie che nessuno ha mai voluto ascoltare.