La violenza ha tacco 12, coltello, morso e, perché no, anche il bastone. Basta affacciarsi alla finestra dell’attualità per essere investiti dalla raffica incessante di casi in cui le donne sono protagoniste di aggressioni fisiche e psicologiche. Ma guai a suggerire che la cronaca sia letteralmente piena di donne aguzzine: il rischio è quello di essere accusati di lesa maestà al dogma della “violenza di genere” a senso unico. Invertendo il sesso dei protagonisti di questi episodi, ci ritroveremmo titoloni, speciali televisivi, marce e indignazione a comando. Se è un uomo la vittima, invece, il silenzio è garantito.
E poi ci sono ancora quelli che, con la convinzione granitica del catechismo femminista, recitano il mantra secondo cui la violenza ha un solo volto, quello maschile, e le donne al massimo possono infliggere qualche sofferenza psicologica. Ma i fatti raccontano tutt’altro. Violenza da tacco 12 è la vicenda di Sora, in provincia di Frosinone, dove un uomo ha perso un occhio dopo essere stato aggredito in strada dalla propria compagna, passando per L’Aquila, dove una madre ha trasformato la quotidianità domestica in un ring di schiaffi, botte e minacce rivolti non solo al marito ma anche alle figlie.

Non si occulta l’ovvio: la violenza ha anche il tacco 12
Basta scorrere le notizie rimaste in sordina, quelle che non fanno mai rumore, per trovare un copione ripetitivo della violenza a tacco 12. A Genova, un vigilante viene morso al braccio da una donna sorpresa a rubare e finisce in pronto soccorso, mentre il classico riflesso invoca la solita raccolta fondi per i CAV, ignorando che i centri per uomini aggrediti non esistono neppure nella fantasia. A Pozzo Faceto, un marito viene accoltellato dalla moglie nel sonno davanti ai figli, ma la notizia passa sotto silenzio. A Parma, gelosia furiosa si trasforma in bastonate: donna condannata, reazione pubblica assente come da copione. E ancora Verona, con una donna finita a un anno e sei mesi di reclusione per maltrattamenti su marito e figli minori – episodi relegati alle pagine oscure della cronaca: se fosse stato un uomo, sarebbe stata emergenza nazionale.
Il paradosso è che, pur davanti all’evidenza, la narrazione dominante si ostina a voler vedere l’uomo sempre e solo come carnefice e la donna come eterna vittima. Lo dimostrano la sistematica sottostima delle forme di violenza femminile – fisiche, psicologiche, economiche – e il continuo tentativo di minimizzare o addirittura ridicolizzare queste realtà scomode. Ammettere che la violenza può avere mille volti (e il tacco 12) significherebbe rompere l’incantesimo ideologico che ancora oggi lascia gli uomini privi di tutela e di visibilità, vittime di una doppia morale mediatica e giudiziaria. Una società che si rifiuta di guardare la realtà per paura di “tradire il dogma” rinuncia di fatto alla giustizia e lascia metà della popolazione – quella maschile – in balia dell’arbitrio e della solitudine. E viene da chiedersi: fino a quando sarà ancora permesso fingere che questa giostra di stereotipi sia benefica per qualcuno?