Nel regno del cosiddetto “gentilsesso” tutte le donne sono perfette, almeno nella narrazione patinata che ci viene propinata ogni giorno. E guai a mettere in discussione il mito della madre impeccabile e donna vittima per definizione: il rischio è quello di scoperchiare un vaso di Pandora fatto di fatti giudiziari e cronaca nera che non trova mai spazio nelle prime pagine. La realtà che si cerca sistematicamente di oscurare, invece, racconta tutt’altro: un mosaico scomodo, dove la violenza femminile s’insinua – e nemmeno di rado – nelle pieghe delle famiglie, delle scuole, delle relazioni quotidiane, spazzando via la narrazione della donna eternamente buona e innocua.
Basta seguire la cronaca, se solo la si volesse raccontare davvero. Prendiamo L’Aquila: la Procura mette la parola “genere” nel fascicolo, e sorpresa – questa volta dalla parte della carnefice c’è una donna. L’indagine parla chiaro: pugni in volto al marito, schiaffi e graffi mentre tiene in braccio la figlia minore, esplosioni d’ira talmente continue da congelare l’intero nucleo familiare nella paura. E pure dopo la separazione, il copione continua identico: ostruzione sistematica dei rapporti padre-figlie, insulti e intimidazioni per impedire alle bambine il legame con il padre. La famosa “mamma chioccia” che recide il filo col padre non è solo una leggenda o teoria di nicchia: è cronaca, ma guai a dirlo. Perché? La risposta ormai la conosciamo: “non succede mai”, le donne sono perfette.

Perfette? No, le donne sono anche carnefici: analisi di un doppio standard
E così il copione della narrazione tossica si ripete implacabile anche dove mai ci si aspetterebbe di trovare violenza: sui banchi di scuola. Una maestra torinese viene condannata in Appello per maltrattamenti su almeno quattro alunni. Ma qui, nulla di eccezionale: la protagonista non è un “mostro” isolato, è una figura di riferimento. L’insegnante sferra violenze a ripetizione, viene condannata, eppure non una manifestazione, nessun hashtag nazionale, nessun dibattito fuori dai pochi centimetri di una notizia relegata in fondo ai quotidiani. Anche qui la narrazione delle donne perfette si spacca, ma l’ordine resta quello di sempre: silenzio assoluto per ricucire l’ennesima smagliatura nel racconto del “gentilsesso”.
E se qualcuno pensa che il fenomeno sia marginale o persino eccezionale, basta spostarsi a Viterbo per rendersi conto di quanto siano poco raccontati e affrontati questi abusi reali. Qui una madre, immersa nel degrado più assoluto, non si limita a calci e pugni: candeggina lanciata in faccia alle figlie, abbandoni, obbligo alle sorelle maggiori di gestire tutto in casa e perfino di lavorare nel bar di famiglia per sostituire la madre assente. Eppure la soluzione prescritta dal sistema resta sempre la stessa: essendo le donne perfette, occorre “rieducare gli uomini” e riversare milioni di euro nei centri antiviolenza. Perché il focus, in Italia, va sempre e solo su un lato della barricata. La domanda che resta, dunque, è scomoda ma inevitabile: quanto ancora dovrà essere taciuta l’altra metà della verità?