La Fionda

I centri antiviolenza, le false accuse e il piagnisteo

I centri antiviolenza vengono ormai quasi regolarmente ammessi come “parte civile” nei processi penali da Codice Rosso e dintorni, e questa per noi è un’anomalia. In un paese normale non ne dovrebbero avere la titolarità, eppure accade. Tribunali e procure, dominate da correnti politiche contigue ai centri antiviolenza, continuano a favorire una pratica incomprensibile che sembra non avere altro scopo se non quello, in caso di condanna, di permettere alle associazioni femministe di grattare un po’ di soldi dal risarcimento. La pratica secondo molti in uso fino a poco tempo fa, quella di prendere mazzette dalla parte lesa risarcita, era forse un po’ troppo rischiosa, così dopo anni di infiltrazioni i centri antiviolenza sembrano riusciti a legalizzare in qualche modo il pizzo a favore loro e della loro insaziabile voracità. Anche per questo, a nostro avviso, i centri antiviolenza sono i maggiori promotori di procedimenti penali  farlocchi e attenti architetti di false accuse che le procure, ben indottrinate e politicamente vicine, non hanno problemi a mandare in procedimento. Tanto starà poi al magistrato giudicante dipanare la matassa della falsa accusa e, alla fine, decidere se il centro antiviolenza prenderà la sua parte di malloppo o no. Come si sa, nella stragrande maggioranza dei casi (tra l’85 e il 90%) tutto finisce in assoluzione piena: per fortuna dal lato giudicante l’agonizzante Stato di Diritto italiano ancora un minimo regge. Tuttavia i tentativi di truffare ad un tempo l’accusato e il sistema si ripetono, la costruzione delle false accuse da parte dei centri antiviolenza si fa sempre più sofisticata, tanto da renderli sicuri ogni volta di aver incastrato il pollo da spennare. E da restarci molto male quando non accade.

Sembra molto vicina a questa nostra ipotesi la vicenda accaduta a Rodi Garganico, conclusasi qualche giorno fa con l’assoluzione piena di tre giovani dall’accusa di violenza sessuale di gruppo. Ad accusarli era una donna del luogo che sosteneva di essere stata costretta a bere e ad assumere cocaina, per poi ritrovarsi, priva della capacità di autodeterminarsi, in una camera da letto con i bruti. Tutto il procedimento era imperniato, come sempre accade in questi casi, solo sulla sua parola, cui si sono aggiunte poi alcune testimonianze di suoi conoscenti. Se non che, da quanto riportano i media locali, alla fanciulla ha detto male: la difesa ha recuperato i filmati delle telecamere del locale dove sarebbe avvenuto l’abboccamento. Dai filmati appare perfettamente in sé, non barcollante, e all’uscita del locale viene ripresa mano nella mano con uno di loro. I tre giovani, poi, quando chiamati dai Carabinieri, in un’intercettazione ambientale vengono colti a dirsi tranquilli avendo agito “alla luce del sole”. Insomma sembra il classico caso in cui una giovane donna vuol portare al parossismo il proprio potere, quello della seduzione, concedendosi un momento “plus” da ricordare, salvo poi ripensarci (ah il consenso “libero e attuale”…), magari consapevole di essere figlia di un pezzo grosso locale (così ci viene riportato da fonti locali che ci limitiamo a riportare), e allora far scattare la denuncia. Ovviamente sostenuta da un centro antiviolenza locale e indirettamente dalla PM che, nonostante le evidenze, aveva chiesto una pena dai 6 agli 8 anni per i tre malcapitati, richiesta a cui la parte civile, centro antiviolenza incluso, si era convintamente associata. La giudice, però, ha visto bene: “il fatto non sussiste”. La fanciulla era consenziente. Peccato che intanto, dal 2023, anno in cui è avvenuto il fatto, ad oggi i tre ragazzi si sono fatti un bel po’ di domiciliari.

tribunale, foggia, centri antiviolenza
Il Tribunale di Foggia

Per i centri antiviolenza “basta la parola”

A livello locale la vicenda pare che abbia fatto parecchio rumore. Poteva essere per il centro antiviolenza coinvolto solo l’ennesima sconfitta, se non che capitano due cose contemporaneamente che portano tutto al parossismo. Da un lato, pare che i legali della difesa abbiano chiesto al giudice di attribuire alle parti civili, quindi anche al centro antiviolenza, il pagamento delle spese processuali. Apriti cielo! Se si tratta di arraffare, i CAV sono sempre pronti, ma se si tratta di pagare, guai! Parte subito il picchetto, “sorella io ti credo” e tutto l’armamentario ben noto. Dall’altro, pare che localmente non siano mancate critiche molto aspre proprio all’indirizzo del centro antiviolenza, apertamente accusato di aver architettato il trappolone per i tre uomini. Le due cose hanno indotto il centro antiviolenza a uscire allo scoperto, con tanto di comunicato stampa, subito rilanciato dai media locali. Uno sproloquio tutto da leggere. «La verità processuale che oggi viene affermata, non coincide con la verità dei fatti che la donna ha avuto il coraggio di raccontare, né con la realtà del suo vissuto», tuonano, ignare che già una frase del genere è un insulto al giudice che ha emesso la sentenza. «Ogni donna che denuncia», proseguono poi, «espone la propria intimità e la propria credibilità, e quando la sua parola non trova riconoscimento, alla sofferenza si aggiunge la ferita del sentirsi messa in discussione e isolata». Il problema è che esiste un sistema codificato secondo cui non basta la parola. Bastava in passato soltanto per un lassativo, per il complesso sistema della giustizia no: prima di mandare delle persone al gabbio per 6-8 anni si pretende che ci siano evidenze ben più significative di una parola o di un “vissuto”.

Dopo di che il comunicato del centro antiviolenza parte con il piagnisteo, sostenendo che sui social qualcuno abbia tentato di rendere riconoscibile la non-vittima e soprattutto di metterla alla gogna. Il comunicato non cita casi concreti. Abbiamo fatto qualche ricerca e non abbiamo trovato nulla del genere. Di contro abbiamo trovato critiche feroci proprio al centro antiviolenza, considerato responsabile primario della costruzione della falsa accusa. Il piagnisteo poi si trasforma in un tentativo di far leva sulla pena per la giovane: «Ci addolora che la narrazione processuale e quella pubblica abbiano finito per rappresentare la giovane donna non come possibile vittima, ma come soggetto consenziente o manipolatore. È una dinamica che conosciamo: lo sguardo si sposta dalla condotta degli imputati alla vita e alla personalità della donna, e in questo spostamento il suo dolore scompare». Il fatto è che probabilmente (e ovviamente) la narrazione pubblica si fida della disamina del giudice e sa come vanno le cose nella maggior parte dei casi, dunque è più che legittimo dubitare fortemente che ci sia stato dolore e non ci sia stata manipolazione. Quanto alla condotta degli imputati, la sentenza ne parla chiaramente e la descrive “oltre ogni ragionevole dubbio”. Infine c’è l’immancabile chiamata alla “sorellanza”: «Ogni volta che una donna viene delegittimata, la ferita non è mai individuale: attraversa l’intera comunità femminile, raggiunge chi ha denunciato e chi teme di non essere creduta». La comunità femminile in realtà è fatta di donne responsabili, che sanno il fatto proprio, prendono decisioni ponderate di cui non si pentono o, se si pentono, non tirano in mezzo altri, ma soprattutto che sanno che se si vuole dichiarare di aver ricevuto un danno, bisogna essere in condizioni di provarlo (nel caso della violenza sessuale almeno un pochino, non c’è bisogno di chissà che). Se non si accetta questo, si è favorevoli all’anarchia e alla giustizia sommaria e viene da chiedersi il centro antiviolenza da che parte stia. In ogni caso il loro richiamo sa di forzatura, viene da pensare che sia semplicemente un grido di dolore dovuto al dispetto di non aver raccattato denari a questo giro e alla paura di doverne anzi sborsare, il tutto coperto da un impegno social-ideologico che però, se così fosse, sarebbe solo una foglia di fico. Di tutto questo, una cosa resta però vera e ci si permetta di parafrasare le attiviste del centro antiviolenza: ogni volta che un uomo viene falsamente accusato, lì sì davvero la ferita non è mai solo individuale, ma attraversa tutta la comunità di uomini e donne e tutto il sistema che dovrebbe garantirne la convivenza. Colpevoli di questa ferita, ne siamo convinti, in attesa di essere smentiti, sono sì le tante false accusatrici, sì le leggi che favoriscono le false accuse, ma in molti casi sono soprattutto i centri antiviolenza, i loro interessi economici e il fiancheggiamento che trovano nelle procure e nei tribunali.



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