Da buon cinefilo e da buon amante della musica “esatta” (cit. Leonard Bernstein), in particolare di Vivaldi, ho guardato il film “Primavera”, diretto da Damiano Michieletto. Il film ha una trama su due livelli. Il primo, quello di base, riguarda appunto la vita del geniale compositore Antonio Vivaldi e della sua permanenza di quarant’anni presso il Pio Ospedale della Pietà, un orfanotrofio femminile veneziano, dove compose tutti i suoi capolavori. Il secondo, innestato a forza sopra il primo, è quel catechismo femminista immancabile nei film odierni, che trasforma ogni opera creativa in una lezioncina ideologica, necessaria per ottenere i denari per la produzione. In breve, il film tratta della storia del compositore che viene chiamato come maestro di musica e compositore in un orfanotrofio dove le ragazze più talentuose vengono introdotte alla musica, oltre che alla scrittura e alla lettura. Dietro c’è un business, ovviamente: le fanciulle vengono “vendute” in moglie a chi può pagare l’istituto caritatevole, in genere nobili o ricchi. Vivaldi viene chiamato perché l’ensemble strumentale dell’orfanotrofio attira pochi ascoltatori e poche donazioni: grazie al suo estro e al suo genio, Vivaldi ne risolleverà le sorti, anche per effetto del sodalizio che stringe con una giovane orfana, Cecilia, particolarmente portata per il violino. Non c’è, tra di loro, una storia d’amore: Vivaldi è un sacerdote, per di più malato. C’è un’intesa artistica di livello divino, che crea un’alchimia unica, parte integrante del successo delle musiche scritte dal compositore veneziano, che raggiungono i più alti livelli istituzionali del tempo.
Tuttavia il fuoco non è sull’incredibile talento di Vivaldi: esso fa soltanto da sfondo alla vicenda di Cecilia e delle sue compagne di sventura, le orfane ospitate dall’Ospedale della Pietà. Cecilia è promessa sposa di un ufficiale dell’esercito che non ama. Lei ama suonare, vede se stessa come una virtuosa del violino e ne ha tutto il talento. Sposandosi dovrebbe abbandonare tutto. Nel gruppo delle orfane c’è un personaggio che incarna la cattiva coscienza femminista: è lei a dire che l’unico valore delle ragazze nella loro condizione è la verginità. Persa quella, non valgono più nulla. Il tutto detto con un tono di denuncia, non come un dato di fatto legato ai tempi (1600/1700), ma come una sorta di legge non scritta a danno delle donne. Proprio a questo aspetto si appiglierà Cecilia per poter continuare ad alimentare la sua passione per la musica: accetterà un rapporto sessuale con un popolano qualunque per perdere la verginità e rendersi indegna del matrimonio con l’ufficiale. Il quale, però, ritiene la cosa un affronto e, da vero maschio patriarcale, per punirla, le spezza polso e dita, in modo che non possa più suonare il violino. Cecilia ascolterà l’ultimo concerto di Vivaldi, senza potervi partecipare come esecutrice, dopo di che fuggirà dall’orfanotrofio piena di speranze e di un senso di libertà ed emancipazione che la renderà donna vera, al di là di ogni convenzione socio-culturale del tempo. Sullo sfondo, un accenno al fatto che Vivaldi fa carriera sul suo dramma, prende applausi mentre lei fugge, sverginata e disonorata, verso un futuro incerto, raccogliendo successo rubacchiandole qualche idea per le sue famose “Le quattro stagioni”.

E gli orfani di sesso maschile?
Il film è una produzione italiana, stranamente molto ben curata e storicamente affidabile, salvo gli inserti femministi che non hanno alcun senso (ovviamente). L’unico uomo davvero malvagio qui è l’ufficiale che spezza le ossa alla ragazza. Per il resto il direttore dell’orfanotrofio e Vivaldi stesso fanno di tutto per permetterle di nutrire la sua passione musicale, compatibilmente con gli interessi e i costumi del tempo. Si arriva alla contraddizione del personaggio portavoce del femminismo che sollecita Cecilia a sposare l’ufficiale rinunciando alle proprie aspirazioni musicali. Ma come? Una valente esecutrice applaudita dai re, dovrebbe rinunciare alla sua ambizione? Contraddizioni del femminismo, che passano come se nulla fosse, appigliandosi ad allusioni e riferimenti trasversali tanto subdoli quanto efficaci come può essere efficace un’azione di propaganda. Che però si schianta inevitabilmente contro la realtà dei fatti. Quand’anche Cecilia sia esistita, l’esito è che Vivaldi morì in povertà assoluta, venne sepolto in una fossa comune e dimenticato per 200 anni finché i suoi spartiti non vennero recuperati a Venezia e poi diffusi, con lo stupore planetario di ciò che quella mente era riuscita a concepire. Resta vero che ai tempi le donne, come oggi, potevano “esporre” le loro figlie agli ospedali della pietà, e che costoro non facevano una vita facile. Cresciute in un ambiente puritano e religioso, ricevevano però istruzione (lettura, scrittura, arte), e venivano date in moglie a uomini che nella maggior parte dei casi non amavano, ma che garantivano loro vitto, alloggio e protezione in cambio di prole.
Tutto vero, tutto molto patriarcale, ma una domanda sovrasta su tutto il film: e gli orfani maschi che fine facevano? Non serve molto per scoprirlo, basta chiedere a Google o a una AI qualunque. Il loro destino era racchiuso in una formula molto semplice: lavoro, lavoro, lavoro. Istruzione zero, tanto meno di tipo artistico. Erano braccia (forti) da sfruttare, anche nei lavori più pesanti, nelle corvée o, frequentemente, nell’esercito, dove il licenziamento corrispondeva con una pallottola in corpo o una palla di cannone a smembrare il corpo. Questo per gli orfani più fortunati, ovviamente. I più sfortunati morivano di stenti e fame in mezzo alle strade delle città del 1600/1700, oppure si davano alla malavita, a furti, rapine omicidi, pagando spesso con la vita il loro essere di sesso maschile. Tutto questo il film “Primavera” lo ignora volutamente e punta tutto sulla sofferenza interiore delle orfane, Cecilia in primis, nel non conoscere la propria madre, nel turbamento profondo di non avere possibilità di potersi riunire con la propria consanguineità e nel destino cinico e baro che riserva ogni possibile valore nella verginità e nella purezza della fanciulla destinata a un matrimonio forzato sì, ma sicuramente protettivo, al sicuro dalla fame e dalle incertezze che invece colpivano duramente gli orfani di sesso maschile.

L’universalità di Vivaldi
“Primavera” è un buon film, se si toglie tutta l’incrostazione ideologica femminista a cui ogni regista e produttore oggi si deve genuflettere per poter mettere in scena qualcosa. Il genio assoluto di Vivaldi, l’unico forse in grado di sfidare in qualche misura l’immenso (e precedente) Mozart, emerge a sufficienza dalla pellicola, tanto da renderla accettabile a un pubblico consapevole e avvisato di come il femminismo abbia inquinato tutto, anche la storia, anche la musica, anche il cinema e ogni altra cosa che riguardi la vita umana, come ogni totalitarismo richiede. A chiunque venga il desiderio di guardare il film, ma soprattutto a chiunque venga la curiosità di ascoltare Vivaldi, io dico, con la fermezza di chi certe cose le ha studiate a fondo: la vita, a quei tempi, era durissima per tutti, donne e uomini, ancor più se orfani, e a meno che non si appartenesse a qualche classe privilegiata. Non ha senso tentare di fare delle graduatorie della sofferenza, ne uscirebbe una gara dell’orrore. Ciò che resta e resterà per sempre è la potenza divina della creazione umana, in questo caso della musica di Vivaldi che solo incidentalmente era di sesso maschile. Ciò che conta era che fosse un essere umano dotato della rarissima capacità di avvicinarsi a Dio attraverso quel linguaggio misterioso e assoluto che è la musica. Ogni nota scritta da lui, come da ogni altro compositore di cui ancora abbiamo memoria, parla all’umanità, uomini e donne assieme. E chiunque voglia dividere quel messaggio è in malafede o, molto più probabilmente, un criminale. Ovvero una o un femminista.