La Fionda

Due dimensioni morali

Scrive Rino Della Vecchia nell’opera Questa metà della Terra (a p. 368): «In una riunione di famiglia associai quelli di mia madre a certi cattivi comportamenti di mio padre e li accomunai nel criticare certe falle, certe  loro pecche educative nei confronti dei figli. Mia madre, scossa dalle mie parole, così disse con voce alterata: “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto con infinito amore!”. Chi le può imputare qualcosa se la sua intenzione era eccellente, cosa può imputare a se stessa se ogni suo fare proviene da amore infinito? Mia madre è innocente. Mio padre, invece, quando viene attaccato, tace come se sentisse che le sue buone intenzioni non bastano ad escludere le sue responsabilità e infatti non bastano né davanti ai nostri occhi né davanti ai suoi. Accade come se i due vivessero in dimensioni morali separate…». Una sensazione asimmetrica che sembra comune e diffusa. Senza disturbare l’imperatrice e madre Agrippina e suo figlio Nerone, il mondo è pieno di figli adulti rovinati, castrati durante la loro infanzia da madri possessive e “amorevoli”, incapaci di fare qualsiasi autocritica. «“Perché mi avete picchiato così duramente?”, chiese Iosif Stalin a sua madre ormai vecchia e gravemente malata. “Questo è il motivo per cui sei venuto così bene”, fu la sua risposta». (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, p. 101). La madre di Stalin lo avevo picchiato con amore materno, cosa mai poteva essere rinfacciato a questa povera madre?

«Madri protettive» è il concetto coniato dalla ex ministro delle Pari Opportunità spagnola, Irene Montero, per definire le donne che sottraggono e ritengono i figli lontano dai loro padri. Queste donne, che non mandavano i bambini a scuola e li facevano vivere da fuggitivi e reclusi (come nel noto caso di Maria Sevilla e un altro caso piuttosto noto in Italia), non vedono nel loro comportamento nulla di biasimevole. Juana Rivas, madre diventata celebre in Spagna a causa del sequestro internazionale dei figli – a danno di un padre italiano –, dopo aver ignorato impunemente, una dietro l’altra, le sentenze dei giudici, ha allestito scene tragiche davanti ai figli e ai giornalisti e versato fiume di lacrime – e lo fa ancora –, incurante del danno recato ai figli dall’esposizione mediatica o dalla distruzione della figura paterna, incapace di fare una minima autocritica. Come lei, migliaia di altri casi anonimi di madri, in Italia e all’estero, che sottraggono i figli e abbandonano la dimora coniugale con i figli (cosa che, secondo la legge, non si potrebbe fare) impunemente, ignorati inspiegabilmente dai Tribunali e dai media. Peccati veniali. Come non è strano sentire di madri che, approfittando dell’intimità della dimora familiare e delle cure materne, condizionano in negativo e pesantemente la sana sessualità dei figli. Madri che portano i figli grandicelli a letto con loro, con la scusa del freddo o dell’amore materno; madri che si fanno i bagni assieme a loro; madri che si fanno vedere nude o non rispettano la nudità dei figli grandi o gli toccano il “pisello”, sul motto “te l’ho visto o te l’ho toccato tante volte quando eri piccolo”… Comportamenti mai (o quasi mai) giudicati negativamente (né penalmente rilevanti) che hanno però tutta un’altra valenza se a metterli in atto sono i padri nei confronti delle figlie. Comportamenti tossici che influiscono negativamente sulla sana vita sessuale del figlio adulto.

Juana Rivas
Juana Rivas

Nessuna autocritica

Ma ciò che a noi interessa in questo intervento non è l’impunità nella quale vivono queste madri, ignorate dalla società e dai Tribunali, ma la loro incapacità di fare una minima autocritica sul proprio agire. Loro non fanno nulla di male perché lo fanno con infinito amore. Queste madri, queste donne, non sono in grado di giudicarsi; ogni rimprovero, ogni critica sollevata nei loro confronti, diventa per loro un attacco personale e ingiustificato, persino davanti all’evidenza di un figlio già adulto con un sacco di problemi per colpa loro. Durante le mie ricerche sull’argomento violenza femminile per il libro, La grande menzogna del femminismo, mi ha colpito profondamente la costante volontà delle donne violente di cercare una giustificazione o un colpevole al di fuori di loro (preferibilmente un uomo), anche nei casi completamenti irragionevoli, dove le vittime erano bambini, o uomini che dormivano, o accoltellati decine di volte. Come le madri sopraccitate, queste donne rifiutavano di accettare la responsabilità dei propri atti. Stessa rinuncia che avviene anche nei ripensamenti di molte donne dopo aver pubblicato video hard o essersi esibite in Internet, che proclamano di essere state usate da qualcuno. Dall’altra parte, l’irresponsabilità femminile è una costante anche nel messaggio femminista. Quando le donne femministe si lamentano, per esempio, del fatto che il patriarcato imponga loro l’uso del reggiseno, dei tacchi o della chirurgia estetica, allora il concetto che hanno di se stesse come agenti responsabili e attivi è inesistente: nessuna donna è obbligata a portare tacchi alti, reggiseno o a sottoporsi a chirurgia; o almeno non più di quanto qualsiasi uomo lo sia a indossare cravatta, abito e scarpe in certe situazioni sociali. O a presentarsi pulito a una festa, a un colloquio di lavoro o a qualsiasi altra situazione del genere. La cosa più sorprendente è il fatto che queste donne, che così alzano la voce per esprimere tali lamentele, lo fanno seriamente e sinceramente, ne sono convinte.

C’è un errore comune tra gli uomini, ed è quello di credere che la ragione e l’obiettività sono delle facoltà che permettono agli esseri umani di sopravvivere meglio in questo mondo difficile ed ostile. Non è sempre così. In alcune situazioni e per alcune persone l’obiettività e la ragione possono diventare i loro peggiori nemici. Tra queste persone si trovano, a mio parere, le donne. Alle donne non è mai convenuto possedere una visione equanime delle loro relazioni con gli uomini. Ci hanno guadagnato di più (e lo continuano a fare) percependosi come vittime, la parte trascurata della relazione, quella che soffre di più e che ha bisogno di più attenzione e cure. È normale che uno dei principali lamenti delle donne nei confronti dei loro compagni è che i loro uomini non le ascoltano. La loro mentalità lamentosa e vittimista è stata molto utile allo scopo di sopravvivere, e le ha rese insensibili e inadatte a valutare con obiettività la sofferenza del compagno. Non importa quanto sia obiettivo il lamento dell’uomo, i motivi del lamento della donna saranno per lei sempre più rilevanti e giustificati. Ai fini della sopravvivenza la donna non può lasciarsi sopraffare nella corsa al vittimismo, men che meno dall’individuo tutelato a sostenerla e proteggerla, che dovrebbe mantenersi integro di fronte all’avversità e al pericolo. L’obiettività per la donna diventa quindi, in questo caso, uno spiacevole e inutile strumento. Per questo motivo la donna quando denuncia vuole essere creduta, a prescindere, argomento che è stato approfondito qui.

soffitto di cristallo

La scusa del soffitto di cristallo

Le donne (non soltanto le femministe) sentono come naturale il fatto che gli uomini siano tenuti ad assisterle e ad aiutarle. Ai loro occhi la parità è raggiunta solo quando gli uomini contribuiscono di più. In altre parole, uomini e donne non percepiscono la parità allo stesso modo, nel modello mentale femminile la parità consiste nella diseguaglianza obiettiva tra i sessi a loro vantaggio. Questo spiega perché le donne promuovono prove meno esigenti alle candidate a vigile del fuoco, poliziotto o soldato o nelle quote in politica e nei CdA. Non vedono perché non premiare il merito, il risultato o la prestazione dovrebbe essere ingiusto, come succede nell’ambito lavorativo o nello sport (ad es. nelle prove olimpioniche migliaia di individui con prestazioni sportive migliori delle donne guadagnano molto meno per l’unica ragione che sono uomini). Non vedono nulla di sbagliato se ad essere penalizzate in maniera ingiusta sono uomini. E, peggio, non vedono nulla di sbagliato se da queste politiche asimmetriche possono scaturire danni irreparabili, come ad esempio la morte di un individuo, di un anziano o di un bambino in un incendio, dovuto alle peggiori prestazioni dei vigili del fuoco. Infondo tutto questo discorso nasce dall’inaccettabile ammissione che uomini e donne non possono competere a pari condizioni. Per poter accedere allo stesso posto di lavoro o poter vincere lo stesso premio le donne devono modificare le condizioni. Naturalmente il femminismo non può ammettere l’ovvietà e si limita ad accusare il patriarcato di discriminazione, barriere e soffitti di cristallo.

Come non vedono nulla di sbagliato nei conteggi e nelle politiche per arginare il fenomeno dei femminicidi che escludono completamente gli uomini vittime di omicidio, o nelle leggi asimmetriche nei più svariati ambiti (basta pensare ai diritti riproduttivi, ad esempio al diritto che ha una madre sia di imporre una paternità e il mantenimento a vita a un padre, sia di fare l’esatto contrario e di dare lo stesso figlio in adozione). Come non vedono nulla di sbagliato nel cinismo con cui la donna sfrutta la propria bellezza (femminilità) a suo vantaggio e a danno degli uomini. Racconto qui una storia, molto verosimile, così come mi è stata raccontata: una donna avvenente conosce un uomo vedovo di circa ottant’anni. Si dedica a sedurlo, lui si invaghisce di lei, le paga un viaggio in Colombia e, di sua iniziativa, le regala preziosi gioielli di famiglia. L’uomo, entusiasta della sua nuova compagna, vuole addirittura trasferirsi dove abita lei. Dopo questi primi giorni, lui la chiama al telefono ma lei non risponde più. Lui, inquieto, insiste, ma non ottiene risposta. Lei, o non gli risponde al telefono, o gli chiude la chiamata. Lui, temendo il peggio, le scrive un messaggio e rimprovera il suo silenzio. Le chiede se per caso stia con un altro uomo, se sia una puttana. Come finisce la storia? Lui è denunciato per stalking, riceve un ordine restrittivo e una multa. Lei avvia azioni legali per essere risarcita a causa del danno arrecato al suo onore, negli atti del procedimento risulta che l’ottantenne l’ha chiamata puttana. Quando capita che qualcun altro la rimprovera per il suo comportamento, lungi dal pentirsi, lei si sente offesa e incompresa.

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Due dimensioni morali, due sberle diverse

Due dimensioni morali. Due modi di sentire e di giudicare. In maniera brutale possiamo affermare che il mondo è pieno di uomini stronzi. Uomini cattivi. Padri ubriachi e violenti che hanno rovinato i figli. Uomini stronzi che, in generale, sanno di essere stronzi. D’altra parte, il mondo è pieno anche di donne stronze. Donne cattive. Madri possessive e subdole che hanno rovinato i figli. Donne ciniche che seducono, impoveriscono e devastano uomini. Donne che mentono e fanno false denunce. Donne stronze che, in generale, sono onestamente convinte di non essere stronze. Può sembrare incredibile, ma è così. Esattamente come le femministe mentono di continuo (sul racconto storico, sui dati sulla violenza, sul pay gap…), perché non interessa loro l’obiettività, così fanno anche le donne. Volete avere un esempio pratico: vi fate dare una sberla da una donna e date una sberla di risposta. Obiettivamente si tratta di due sberle, identiche, stesso gesto. Come vengono giudicate? Il cinema è pieno di sberle femminili a danno di uomini, nessuna donna si è mai pentita di averla data, anzi ne andava fiera del gesto. Nessuna responsabilità. Provate ora a dare una sberla di risposta, se siete un uomo, e osservate come viene recepita e giudicata. Non si giudica più il gesto, ma chi lo fa e contro chi viene fatto. Le stesse donne che danno sberle lo giudicano un gesto intollerabile e profondamente ingiusto (anche quando si tratta di una reazione a quella precedente). Giudizio asimmetrico, il mondo spiegato in una sberla.



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