Inquisizione è ciò che succede quando il garantismo si prende una lunga vacanza e il principio di presunzione d’innocenza viene relegato nella soffitta polverosa delle “anticaglie patriarcali”. L’ennesima tornata di assoluzioni lo conferma senza pietà: basta una parola – spesso assai generica, a volte addirittura inventata di sana pianta – per far scattare le manette, allontanare padri di famiglia e mettere in moto la macchina infernale della giustizia a senso unico. Casi clamorosi? Troppi per contarli, servirebbe una rubrica fissa. Prendiamo il dispositivo giudiziario che ha colpito Giacomo Di Carlo, detto “o’ turnatore”, pluripregiudicato con un’accusa da manuale: cyberstalking ai danni dell’ex moglie. Anni di indagini, tribunali e narrazione mediatica a senso unico, poi assolto con formula piena, perché “il fatto non costituisce reato”. Dettaglio trascurabile? Le accuse evaporano, e la domanda resta: quante assoluzioni servono perché qualcuno si svegli?
Altro giro, altra crociata d’inquisizione contro l’uomo comune: l’operaio di Ferentino, arrestato perché la moglie “si percepiva” vittima di maltrattamenti. Tradotto: litigi con corna immaginarie corrisponde a violenza di genere automatica. Due mesi di domiciliari, figlia traumatizzata. In aula emerge la realtà: era la consorte ad avere una gelosia ossessiva. Risultato? Assolto, ma l’arresto non lo risarcisce nessuno. E l’ottuagenario di Latina, spedito fuori casa dal Codice Rosso perché la moglie – capelli grigi ma fantasia vivace – lo ha accusato di ogni nefandezza possibile: maltrattamenti, violenza sessuale e scenari da incubo, demoliti da una perizia. Pattern sempre uguale: l’accusa, se parte da una donna, è verità evangelica; l’uomo condannato subito, poi forse (molto poi) ascolteranno la sostanza. E intanto una vita è già distrutta.

Inquisizione: dove la parola dell’accusatrice pesa più di ogni prova
Magnifico esempio arriva da Agrigento: un uomo, accusato dall’ex compagna e processato, prima condannato, poi assolto in Appello “perché il fatto non sussiste”. Risarcimento annullato: la narrazione della ex era priva di riscontri, ma per mesi la presunzione d’innocenza era carta straccia sul tavolo dell’inquisizione. Con il Codice Rosso, l’onere della prova è un trucco di prestigio: il racconto della “vittima” basta e avanza, chi si difende deve dimostrare la sua innocenza. Da tragedia a tragicommedia quando la falsa accusa diventa moneta di scambio: il caso dello spacciatore diventato “mostro” all’improvviso: prima il fumo “aggratisss“, poi la denuncia di violenza sessuale per evitare di pagare i debiti. Risultato? Assoluzione piena per la presunta violenza, condanna per lo spaccio. Chi inventa, resta impunito: il vero scandalo è che l’accusa, tanto, basta.
E chi lo racconta, poi, ai giornalisti, sempre pronti a scaldare i motori dell’inquisizione sulle ultime “orribili vicende di violenza”, che spesso le accuse evaporano al primo scroscio di sentenze? L’ultimo esempio su Ravennatoday: titoloni, dettagli raccapriccianti, Regione parte civile e – alla fine – assoluzione piena. Silenzio stampa. Lo stesso vale per l’infermiere di Castelvetrano: anni di processo, braccialetto modello Alcatraz, e poi “il fatto non sussiste”. Ma chi tutelerà questi uomini, se non fanno statistica utile al clima d’emergenza? A proposito di statistiche: le false denunce diventano numeri buoni solo per una narrazione tossica. Archiviazioni e assoluzioni spariscono dai radar, mentre il danno resta. Altra perla: la cronaca di Viterbo e Pistoia. Dramma, dettagli raccapriccianti, misure preventive (braccialetti elettronici inclusi), poi assoluzione e archiviazione. Ma la “macchia” resta, utile solo alle statistiche. E il Codice Rosso, ormai, trasforma tutti in colpevoli al primo soffio d’accusa. Titoli come “Picchia la moglie, cadono le accuse” fanno il giro del web: anche qui, valanga di accuse a ridosso di separazioni. Divieti, processi, reputazioni devastate. Poi l’assoluzione – e nessuno aggiorna il bollettino mediatico. Il sospetto, però, resta, insieme al danno. Alla fine, la vera domanda resta inevasa: chi risarcirà vite, reputazioni e famiglie distrutte dalla giustizia cieca quando il boomerang delle false accuse torna indietro? Nessuno si domanda più chi controlla, verifica o corregge. E intanto, settimana dopo settimana, la macchina produce altri calvari all’inferno solo per uomini, mentre la recita del sospetto va in scena senza mai pagare il conto.