Che l’educazione sessuo-affettiva fosse indottrinamento ideologico di marca femminista lo diciamo da quando si è iniziato a parlarne. Fulmine a ciel sereno, inaspettato ma benvenuto: due giorni fa, Futuro Nazionale stana il progetto, in questo caso promosso dalla Fondazione Cecchettin, realizzato in combutta con la peggior destra possibile al Governo. Il Ministro dell’Istruzione Valditara, infatti, aveva sì vietato le porcherie genderiste e femministe nella scuola primaria, subordinandole all’accettazione dei genitori per le scuole secondarie, ma ciò che aveva apparentemente fatto uscire dalla porta è stato poi da lui stesso fatto rientrare dalla finestra. I corsi, infatti, ora sono destinati a maestri e insegnanti delle scuole primarie, quelle per bambini dagli 0 ai 12 anni. Se serviva un’ulteriore prova che questa destra di Governo è una semplice truffa, ebbene eccola qua. Fortuna che c’è Futuro Nazionale: ad aprire le danze è il suo consigliere regionale veneto Stefano Valdegamberi, che chiede al Ministro di fermare il “progetto Cecchettin” nelle scuole, definendo il relativo protocollo un «cavallo di troia per introdurre direttamente dalle cattedre un’impostazione ideologica sul maschile». Valdegamberi si limita a questo, ancora non ha il fegato di chiamare le cose con il loro nome, ovvero “impostazione genderista e femminista”, ma siamo certi che ci arriverà.
Anche perché a dargli manforte è poi arrivato il leader del partito: «Non voglio che qualcuno educhi i miei figli», ha rincarato Vannacci, «visto che l’educazione rimane diritto-dovere dei genitori, come stabilito dall’articolo 30 della Costituzione. L’ideologia di genere e la decostruzione maschile la insegnino nelle associazioni ArciGay o nei Gayclub ma non nella scuola pubblica». Anche qui la comunicazione è efficace ma incompleta, perché si limita a ricacciare l’indottrinamento soltanto nel campo omosessuale militante, senza citare però la “casa-madre”, ovvero il femminismo suprematista e misandrico che impera sui mezzi di comunicazione e che da sempre si infiltra all’interno del sistema sociale. Basta infatti leggere il “protocollo Cecchettin” e cosa ambirebbe a insegnare agli insegnanti italiani per rendersi conto che è né più né meno che la piattaforma politica del femminismo tossico degli ultimi trent’anni. La sua premessa è la solita: i maschi sono tutti malvagi, colpevoli di una violenta oppressione nel passato e nel presente, organizzata in una cosa chiamata “patriarcato” che ha come uniche vittime le donne. Queste ultime cadono a grappoli sotto i colpi di questi maschi intrinsecamente violenti, oggi come in passato. Occorre quindi intervenire sulla maschilità in quanto affetta da una tara guaribile soltanto con l’educazione e il senso di colpa, contemporaneamente insegnando alle femminucce a ottenere sempre il massimo dichiarandosi eterne vittime, se possibile a voce alta, altissima.

Indottrinamento alla realtà parallela
Ha ragione Vannacci a richiamarsi al diritto-dovere all’educazione riservato alla famiglia, e anche Valdegamberi quando parla di indottrinamento. Ma sarebbe il caso anche di analizzare più nel profondo i due aspetti chiave della proposta che la Fondazione Cecchettin (così come altre organizzazioni simili) implica necessariamente. La prima è di carattere politico-economica. Se si stabilisce che qualcuno deve insegnare agli insegnanti come fare educazione sessuo-affettiva nelle scuole, quel qualcuno dovrà essere individuato e poi pagato, naturalmente con denaro pubblico. Cioè l’obiettivo è creare nuovi impieghi sussidiati, quello che Boni Castellane chiama “parastato gramsciano“, una sorta di potere che vive su un’asserita emergenza, di cui si propone come soluzione. Non essendoci in realtà il problema, il parastato si incista nei più disparati punti-cardine del sistema, diventando presto irrinunciabile, sia perché la finta emergenza viene affermata a gran voce, sia perché esso si fa raccoglitore e veicolo di consenso elettorale. Prova ne sia che ormai non si contano i mezzi di informazione che, a dispetto dei dati ufficiali del Ministero dell’Interno, continuano ad affermare che i “femminicidi” in Italia sono X e sono in aumento, tanto da dover richiedere interventi fin dalle scuole primarie, proprio come quelli proposti dalla Fondazione Cecchettin e altri. Si impone cioè una realtà parallela, senza alcuna attinenza con la realtà vera, per smania di denaro e potere. Né più, né meno.
Ma, si dirà, con che faccia diciamo che l’emergenza non esiste? Sorvoliamo per un attimo sui dati ufficiali relativi ai “femminicidi” e guardiamo ai dati del Ministero della Giustizia sugli uomini condannati per reati da “Codice Rosso”: da 15 anni si aggirano tra i 3 e i 5 mila. Parliamo dello 0,01% di uomini trovati colpevoli di violenze di vario tipo contro le donne. Non è dato sapere quanti di essi siano italiani e quanti “importati”, ma ciò che conta è che il dato non è emergenziale, nemmeno se lo si decuplicasse per coprire un eventuale “sommerso”. I dati statistici parlano chiaro: in Italia una donna ha più probabilità di ricevere un danno facendo faccende domestiche, andando al lavoro o facendosi ricoverare in ospedale che non per mano del compagno o ex compagno. In tutte le statistiche europee sulla violenza contro le donne l’Italia è in fondo alla classifica. Questo è la realtà vera e la presa di posizione di Futuro Nazionale svela il bisogno di indottrinamento per affermare quella parallela di cui abbiamo parlato. Ma c’è un dato ulteriore, che però non misura nessuno: ogni giorno, in Italia, circa 25 milioni di uomini si alzano e interagiscono con circa 26 milioni di donne. Con alti e bassi, sicuramente, ma nulla di tragico o drammatico accade mai. Anzi capita spesso che qualche uomo salvi la pelle a qualche donna. E c’è un motivo per cui questo dato non viene misurato da nessuno: perché è la normalità. Da sempre, per altro. Esattamente quella normalità che Valditara e la Fondazione Cecchettin (insieme ad altri simili) vorrebbero sovvertire a proprio vantaggio. Va detto: fortuna che Futuro Nazionale c’è e sta capendo che non è soltanto una questione di “femminicidio” o di “patriarcato mediterraneo”.