Qualcuno sostiene ancora che le donne siano sante e che la violenza sia un affare esclusivamente maschile? Sarebbe interessante mostrare la rassegna delle “eroine” della cronaca più recente, quelle che, grazie a una narrazione accomodante, riescono quasi sempre a scivolare tra le maglie strette del giudizio pubblico. Tanto, si sa, una madre non può fare male – al massimo, qualche “errore” di percorso. Basta però spostare lo sguardo dai soliti titoli scandalistici per scoprire una realtà mai raccontata: quella della donna che picchia, offende, abbandona. Quando il carnefice sbaglia sesso sul documento d’identità, la notizia è subito normalizzata, edulcorata e sommersa da attenuanti che nessun uomo vedrà mai.
Prendiamo il caso riminese, storia esemplare di come la violenza domestica non abbia mai un solo colore. Lì la “dolce metà” di casa — armata di calci, pugni e minacce (“ti ammazzo, ti rovino la vita!”) — ha pensato bene di sfogare il suo disagio su marito e figlia, emulando un moderno Bud Spencer in versione femminile. Il tutto certificato dalla sentenza: due anni per maltrattamenti in famiglia, pena sospesa perché – diciamocelo – in fondo “capitano a tutti” un paio di schiaffi e qualche minaccia. Siamo alle solite: se a menare è una donna, allora la scusa dell’esaurimento nervoso e il bicchiere di troppo valgono come attenuanti universali. Nessuna crociata mediatica all’orizzonte, nessuna processione di opinionisti indignati. Saltando a Cremona, un altro copione ricorrente: la madre sparisce, lascia il compagno e il figlio di otto anni in balia della vita quotidiana, senza uno straccio di interesse né un euro per il mantenimento. Il padre – da solo, tra lavoro e notti insonni – si arrangia come può, mentre la giustizia batte il tempo dei suoi riti: condanna a un anno per la donna assente, che però, realisticamente, non sconterà mai. Del resto, l’abbandono del tetto coniugale non è più reato – “a meno che”, citando il codice, non lasci i figli in stato di bisogno. Qui il bisogno c’è eccome, ma vuoi vedere che “biologicamente” le sante madri sono automaticamente programmate per prendersi cura della prole? Narrazione smontata ancora una volta.

Le sante non fanno violenza, specie se madri
A quanto pare, “madre” continua a essere sinonimo di creatura e inarrivabile. E guai a infrangere il mito: parlare apertamente di violenza materna resta tabù nazionale, una bestemmia laica che nessuno – giornalisti, opinionisti, studiosi – osa davvero pronunciare. Ma basta grattare appena sotto la vernice della narrazione corrente per trovare storie di una brutalità quotidiana da parte di sante diaboliche che hanno ben poco di esemplare e tanto, invece, del mostruoso. Prendiamo il caso raccontato dal Corriere Salentino: una madre di cui nessuno dovrebbe parlare male (per carità, è donna!), eppure è riuscita a trasformare la vita delle sue figlie in un piccolo girone infernale. La storia è la solita: figlia quattordicenne costretta a farsi madre della sorellina di sei, perché l’adulta di casa è sempre assente o, peggio, presente solo per maltrattare, lanciare oggetti, pestare, minacciare. Lividi, ferite, e persino una sutura in testa dopo l’ennesimo scatto d’ira, rigorosamente taciuta in ospedale su dettatura materna. Perché la madre, lo sappiamo, non può che essere vittima o, al massimo, “sofferente” – carnefice mai.
Il vero filo rosso di tutti questi casi? La normalizzazione della violenza e dell’inadeguatezza femminile quando ad agire sono madri e mogli. In assenza di clamore mediatico, ogni episodio scivola docilmente nel dimenticatoio, oppure – ancora meglio – viene ripulito con rapide giustificazioni sociali, psicologiche e, ovviamente, giudiziarie. Tanto che, come sempre accade quando la genitrice si rivela “inadeguata”, le figlie finiscono dritte in comunità, punto e basta. Niente alternative, nessun padre, nonni, zii: tutto sparito, inghiottito dalla narrazione selettiva che pone sempre e solo le donne sante al centro di ogni riflettore compassionevole. Il pattern ricorrente? L’oblio sistematico di qualsiasi altra figura familiare, come se le madri fossero le uniche attrici sulla scena domestica, e ogni tragedia fosse solo colpa di un destino inevitabile. E il padre? I nonni? Muti. Invisibili. Assumiamo siano morti, fuggiti, forse teletrasportati su Marte durante la notte. Col risultato che, mentre la cronaca giudiziaria registra accuratamente i lividi sui figli, il dibattito pubblico archivia il caso come una sfortunata eccezione in uno scenario altrimenti roseo. Invece i dati accumulati dalle procure lasciano pochi dubbi: violenza, coercizione, soprusi psicologici o fisici esercitati dalle madri non sono certo l’eccezione angelicata che la vulgata ci impone di credere. In tutto ciò, l’ultimo bastione resta la retorica della “madre sempre e comunque”, pronta ad assolvere ogni male o, al più, a relegare tutto nell’ambito della fragilità femminile. Intanto, però, i minori vittime di madri abusive spariscono, così come le famiglie allargate e i padri inesistenti. “Solo” dettagli, si dirà – purché la favola non sia mai sfiorata da un’ombra di realtà concreta.