È sempre molto triste e deludente quando uno scienziato tira i remi in barca e si allontana dalla propria disciplina per compiacere la narrazione dominante. Ci pare sia questo il caso di Telmo Pievani, filosofo della scienza che pur definendosi evoluzionista scrive per il Corriere della Sera un articolo come questo, a tema “patriarcato”. Tesi dichiarata fin da subito: le differenze uomo-donna non hanno nulla a che fare con l’evoluzione, che semmai giustifica stereotipi che a loro volta sono pure banalità a causa delle quali il “patriarcato” viene fatto passare come cosa “naturale”. Ci si attenderebbe che il prosieguo dell’articolo argomenti questa presa di posizione, ma in realtà si avvita tra contraddizioni e un’omissione imperdonabile per un evoluzionista. Pievani infatti tira fuori la classica eccezione registrabile in natura: vero, tra i primati ci sono comunità dove i maschi sono dei bruti in costante conflitto tra loro e le femmine accudiscono la prole, ma ci sono anche altri primati dove sono i maschi ad occuparsi dei ruoli di cura. Un’argomentazione dello stesso spessore scientifico del sostenere che l’omosessualità sia “naturale” perché le scimmie bonobo maschi hanno rapporti tra di loro. In conclusione, secondo Pievani la biologia e l’evoluzione non c’entrano nulla con le differenze uomo-donna, ma è tutta una questione culturale e sociale (le “sovrastrutture” marxiste), il che, detto da un evoluzionista, fa già rizzare i capelli in capo.
Se non che Pievani per dimostrare il suo assunto si rifà alle ricerche scientifiche di Sarah Blaffer Hrdy, che ha notato come negli uomini impegnati in ruoli di cura avvengano cambiamenti importanti anche a livello fisiologico e biologico, ad esempio con significative modifiche ormonali. Ah, ecco, allora la biologia c’entra… Sì, ma Pievani, probabilmente desideroso di timbrare il cartellino della narrazione diffusa (altrimenti col cavolo che il Corriere lo pubblica), ne trae una conclusione strampalata: «il cambiamento di attitudine dei padri accudenti non è affatto contro-natura, ma al contrario ha riattivato competenze biologiche profonde che erano state silenziate da millenni di patriarcato». In altre parole: uomini e donne sono sempre stati uguali nella spinta all’accudimento, ma il patriarcato, non essendo “naturale” ma un prodotto socio-culturale, ha sempre represso l’istinto maschile obbligandolo a essere il macho della situazione. Pievani lo dice chiaramente: «il patriarcato è un’invenzione recente, resa possibile certo dalla nostra storia evolutiva, ma sostanzialmente culturale e politica: l’espediente di maschi barbuti e violenti che vogliono detenere il potere». Come a dire: sì, l’evoluzione c’entra un pochino, ma in realtà si è trattato di millenni di complotto maschile concordato e tramandato di maschio tossico in maschio tossico per mantenere il potere.

Pievani: l’evoluzionista che ignora l’effetto dell’ambiente
Il peggio viene al termine dell’articolo, dove Pievani si chiede se l’uomo violento sia naturale e quello gentile contro-natura. Ovviamente risponde di no «perché la natura non è un’autorità morale», al massimo spiega le origini degli stereotipi culturali e ci ricorda «che il Paleolitico è finito da un pezzo». Il messaggio sottinteso è piuttosto chiaro: cari uomini, smettetela di fare i violenti ed evolvetevi fino ad imparare a essere buoni e accudenti, perché solo così diventerete umani. E mentre Charles Darwin fa le capriole nella tomba e Richard Dawkins ride a crepapelle, è bene ricordare a Pievani quello che ha dimenticato o ha fatto finta di dimenticare. Anzitutto che l’evoluzione ha esiti diversi a seconda dell’ambiente in cui dispiega i suoi effetti, con uno scopo unico ormai accertato: far sì che non venga interrotta la linea di trasmissione genetica. Già: i geni sono egoisti, vogliono a tutti i costi passare alle generazioni successive e per riuscirci adattano i corpi in cui si trovano all’ambiente circostante. E si dà il caso che dal Paleolitico fino all’incirca a metà del secolo scorso l’ambiente un po’ ovunque era quanto di più ostile ci fosse, tanto da richiedere per la sopravvivenza diversi gradi di forza fisica, resistenza e, in molti casi, anche capacità di dispiegare violenza.
Quello che Pievani chiama “patriarcato” è in realtà un lunghissimo corso storico-ambientale che ha valorizzato più le caratteristiche bio-fisiologiche maschili di quelle femminili, con l’evoluzione che si adattava di conseguenza. Può essere, per carità, che le donne abbiano dato una mano a cacciare, a uccidere l’orso che era entrato nella caverna, a opporsi agli invasori, a trascinare i blocchi delle piramidi o a combattere nelle varie guerre, così come può essere che gli uomini abbiano dato una mano nelle attività di accudimento, ma ciò caso mai è accaduto non perché «i ruoli in realtà sono sempre stati molto più fluidi», come dice Pievani ansioso di usare le paroline giuste, ma perché la cooperazione è presto emersa tra gli umani come un’arma in più per garantire la sopravvivenza e la trasmissione dei geni, fermo restando però che le condizioni ambientali circostanti, fino a un certo punto della storia umana, hanno demarcato in modo abbastanza netto il maschile e il femminile. Ed è da quando il mondo è diventato un posto più sicuro (sotto svariati profili) che le cose hanno cominciato a cambiare. Se non che parliamo di una manciata di lustri, non di millenni. Si moriva per una semplice infezione nel Paleolitico come nel 1930, per dirne una. È solo da quando l’umanità ha mostrato a se stessa di essere in grado di auto-annientarsi (Hiroshima e Nagasaki) che le peculiarità maschili hanno via via perso d’importanza, mettendo invece al centro quelle femminili.

Colmare la dissonanza evolutiva
Il problema, caro Pievani, è la dissonanza evolutiva, concetto che da evoluzionista dovresti conoscere molto bene. L’istrice che attraversa la strada e vede dei fari in lontananza, d’istinto fa la palla e mostra gli aculei, perché così è impostato a fare dall’evoluzione di fronte a un pericolo. Solo che quell’evoluzione non è ancora riuscita a tener conto che gli aculei non possono niente contro i pneumatici di un’auto. Gli uomini e le donne di oggi vivono in una situazione simile, con un ambiente circostante in rapidissimo e continuo cambiamento, mentre i geni hanno bisogno di diverse centinaia di anni per adattarsi. Da qui la profonda crisi del maschile e quella delle relazioni tra uomini e donne. Le spinte socio-culturali, che sono sempre esistite per mitigare gli aspetti più aspri della biologia plasmata dall’evoluzione, ci sono e hanno un peso sicuramente, che però costituisce soltanto una porzione degli elementi che determinano il comportamento umano. Se non che i messaggi culturali di oggi sono sempre più distanti da una biologia che a livello di geni è ancora ad anni luce di distanza. Se poi quei messaggi culturali si impregnano di ideologia, come pare essere, seppur solo per allusioni, l’articolo di Pievani sul Corriere della Sera, la composizione di un nuovo equilibrio diventa ancora più difficile, se non impossibile.
Si deve prendere atto che lo “zoccolo duro” degli umani, maschi o femmine che siano, è ancora oggi costituito dagli adattamenti progressivi di un ambiente che ha cessato di essere totalmente ostile soltanto da una manciata di decenni. Su quello zoccolo duro poggiano le elaborazioni culturali (i meme) che, molto più flessibili e plasmabili, sanno tenere il passo di una realtà che cambia con una velocità da capogiro. Sono due dimensioni che occorre ricomporre con iniziative mirate, ovvero che tengano conto del sostrato coriaceo a cui vanno ad applicarsi, e con pazienza. Quei mutamenti ormonali degli uomini che si dedicano a ruoli di cura dicono chiaramente che cambiare si può, anzi si deve, essendo cambiato l’ambiente circostante, a meno di non volere l’estinzione dell’umanità. Da anni diciamo che il maschile è cambiato da almeno cinquant’anni e oggi gli uomini sono più portati ad essere padri che non capitani d’industria o super-mega manager. Nessuna politica o iniziativa però ha accompagnato o sta accompagnando questo impulso e le modificazioni fisiologiche che comporta. Di contro ogni politica pubblica, ogni comunicazione generale, compreso l’articolo di Pievani, è impegnato ad affermare la doppia equazione uomo = violenza e donna = vittima, richiamando tempi passati dove gli equilibri tra i generi erano pressoché ineluttabili (e visto che siamo arrivati al 2026 con progressi straordinari si può ben dire che sono stati anche equilibri produttivi), applicando ad essi schemi culturali contemporanei. Questo ci pare che faccia l’articolo di Pievani, che in linea generica è una violenza alle verità ormai conclamate dell’evoluzionismo. Ma così si deve fare per apparire sul Corriere della Sera.