La donna è ispirazione o distrazione? «Date retta a me: non sposatevi! Lasciate che sia la scienza la vostra amante e consorte: starete mille volte meglio. Il nostro matrimonio occidentale è quanto di più assurdo si possa pensare! Quanti carichi e obblighi sproporzionatamente grandi impone all’uomo in cambio di gioie effimere!», ammonisce il filosofo Arthur Schopenhauer nella sua opera L’arte di trattare le donne. Abbiamo già visto in un intervento precedente la scarsa considerazione che ha il filosofo dell’istituzione del matrimonio: «Il matrimonio è una trappola che la natura ci tende. Il sesso femminile da quello maschile pretende e si aspetta tutto – ossia tutto ciò che desidera e di cui ha bisogno –, mentre da quello femminile il sesso maschile esige in primo luogo ed esplicitamente una sola cosa. Per questo si dovette stabilire la convenzione che il sesso maschile può ottenere da quello femminile quell’unica cosa solo se in cambio si prende cura di tutte le altre, quindi anche dei figli nati dall’unione: su tale convenzione si fonda il benessere dell’intero sesso femminile». E ancora: «Sposarsi significa fare il possibile per venirsi a nausea l’uno all’altro»; «…ammogliarsi significa dimezzare i propri diritti e raddoppiare i doveri». Senza entrare nel merito su quanta felicità o infelicità si possa trovare nell’istituzione del matrimonio, resta il fatto che secondo il pensiero di Schopenhauer tutti quei doveri in più, tutti quei carichi e obblighi in più, l’impegno nel curare il tutto che la donna si aspetta, restringono inevitabilmente il tempo libero dell’uomo e condizionano in negativo la sua produzione e creatività.
Scrive il filosofo: «La meta abituale della cosiddetta carriera dei giovani di sesso maschile è solo quella di diventare bestie da soma di una donna. Per i migliori di loro, di solito, la moglie passa soltanto per un peccato di gioventù. Il tempo libero che essi conquistano per le loro donne faticando tutto il giorno, è un bene di cui il filosofo ha bisogno per sé. L’uomo sposato porta sulle sue spalle tutto il peso della vita, quello non sposato solo la metà: chi si dedica alle muse deve far parte dell’ultima classe. Perciò si troverà che quasi tutti i veri filosofi sono rimasti scapoli, come Cartesio, Leibniz, Malebranche, Spinoza e Kant». Effettivamente molti pensatori illustri della Storia non hanno avuto bisogno dell’ispirazione femminile e sono rimasti scapoli, oltre a quelli già citati, ad esempio, Epitteto, Plotino, Tommaso d’Aquino, Pascal, Locke, Voltaire, David Hume, Schopenhauer, Kierkegaard, Spencer, Nietzsche, Wittgenstein, Michel Foucault… Nessuno dei più antichi filosofi, i presocratici (Pitagora, Gorgia…), prese moglie. Il primo a compiere tale passo fu Socrate, che sposò Santippe: sappiamo tutti, però, con quali conseguenze. Giustamente Platone, che per ogni altra questione lo additava a modello, su questo punto si guardò bene dal seguirne l’esempio e non prese mai moglie. Al fine di evitare ogni guaio, Diogene di Sinope consigliava la pratica dell’autoerotismo.

Uno scapolo alla base della maggiore religione del mondo
Non solo tra i pensatori, ci sono illustri scapoli in ogni ambito che hanno fatto a meno dell’ispirazione femminile, tra gli scrittori (Calderón de la Barca, Lewis Carroll, Andersen, Kafka…), gli artisti (Leonardo da Vinci, Michelangelo, El Greco, Van Gogh…), gli scienziati (John Dalton, Alexander von Humboldt, Isaac Newton, Nikola Tesla, Alan Turing…), gli esploratori (Robert Knox…), i soldati (Thomas Edward Lawrence, noto per il film Lawrence d’Arabia…), i politici (Cecil Rhodes…), ecc. Anche tra i personaggi di finzione ci sono famosi scapoli, come Sherlock Holmes o Phileas Fogg, che farà il giro del mondo. Comunque, senza dubbio il più famoso scapolo è Gesù Cristo. Sono sempre rimasto perplesso del fatto che la dottrina cristiana elevi la figura di Cristo come modello da seguire per l’umanità in ogni suo aspetto, e sorvoli sulla scelta del Figlio di Dio fatto uomo di non prendere per sé una compagna e di rimanere rigorosamente scapolo. A mio avviso, manca nella teologia cristiana una profonda riflessione su questo punto. In ogni caso, ritornando al pensiero di Schopenhauer e alla sua opera L’arte di trattare le donne, è già stato svelato nell’intervento precedente come sia stato impresso su di loro l’infamante marchio della misoginia e del maschilismo patriarcale da parte della critica femminista e della polizia del buon costume morale, un invito a ignorarlo e ripudiarlo completamente senza entrare nel merito di quanto affermato. Ma noi, che abbiamo il difetto di fare il Bastian contrario, crediamo che le sue parole possano contenere un germe di verità e meritino un approfondimento, al di là della presunta misoginia dell’autore o meno. Ciò che viene affermato da Schopenhauer corrisponde parzialmente o totalmente alla realtà?
Leonardo da Vinci è ritenuto uno dei maggiori geni dell’umanità: migliaia di disegni e di pagine piene di ispirazione e redatte con idee nuove (bicicletta, paracadute, elicottero…), centinaia di migliaia di ore dedicate allo studio dei più svariati argomenti… Sarebbe stata la produzione di Leonardo così prolifica se avesse dovuto condividere il tempo dedicato allo studio con i pranzi settimanali con i suoceri? Sarebbe riuscito a realizzare i suoi capolavori se avesse impegnato parte del suo tempo a rincorrere i sogni da soddisfare della sua compagna sentimentale? Avrebbe scritto Edward Gibbon il suo capolavoro Declino e caduta dell’Impero romano se si fosse mai sposato? Avrebbe potuto Newton concentrarsi sui ragionamenti scientifici se la sua compagna l’avesse rinfacciato di continuo il poco tempo che passava a casa con lei? Sarebbe stato Platone il grande filosofo che tutti ritengono se di notte la sua compagna non l’avesse fatto riposare adeguatamente? Sarebbe stato Ludwig Van Beethoven il grande compositore che conosciamo se non avesse potuto comprare un pianoforte, costretto a pagare la casa con tre stanze per la moglie e i figli? Nel mondo dell’ipotesi, possiamo continuare all’infinito.

Ispirazione ma anche palla al piede.
Non è un segreto che una delle maggiori fonti di conflitti nei matrimoni sono i litigi per motivi economici. Gli uomini sposati sono costretti a cercare lavori meglio retribuiti per sostenere economicamente moglie e figli mentre gli uomini single prediligono la realizzazione personale nel lavoro, senza preoccuparsi tanto dei soldi. In altre parole, gli scapoli tendono a fare quello che a loro più piace mentre gli uomini sposati sono costretti a fare di più i conti con i soldi. Gli scapoli hanno una maggiore indipendenza economica, non perché abbiano più soldi (spesso anche questo) ma perché sono più liberi di impegni economici. Van Gogh non avrebbe mai dipinto i suoi quadri se avesse dovuto pagare un mutuo della casa familiare a Amsterdam. Ma non è soltanto una questione economica di preoccupazioni maschili connesse al sostentamento della famiglia, riguarda anche il tempo dedito all’amore e a perseguire i sogni femminili, che bisogna sottrarre dallo studio e dalla produzione. Dietro le donne, gli ideali romantici, le fantasie amorose e i sogni a occhi aperti che deviano l’uomo dalla concentrazione, quanta produzione e creatività maschile è stata persa?
Sentiamo sovente dell’inestimabile contributo nella coppia apportato dalla donna all’attività creativa dell’uomo, come ad esempio il presunto contributo di Harriet Taylor sul pensiero del marito John Stuart Mill o quello presunto di Mileva Maric nelle scoperte del marito Albert Einstein. Dunque, se è vero il popolare detto che vuole che “dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna”, allora dovrebbe essere anche vero il fatto che dietro ogni fallimento di un uomo si cela l’influenza della sua donna. Se la compagna è spesso corresponsabile della produzione di successo del compagno sentimentale, come proclama il femminismo, allora bisognerebbe concludere parimenti che è pure corresponsabile della mancanza di produzione e dei suoi fallimenti. Resta il fatto che non è possibile attribuire alcun contributo femminile positivo alle opere degli scapoli accaniti. Immanuel Kant, ad esempio, non ebbe né moglie né amante, né mai si accese in lui l’amore. La monotona vita sentimentale del filosofo di Königsberg, il suo ininterrotto celibato è forse consustanziale alla filosofia kantiana e alla creazione filosofica in genere? Si tratta di un fatto contingente o necessario, come sostiene Schopenhauer? In verità, al momento della creazione delle loro opere principali, la stragrande maggioranza dei filosofi non era sposato. Discorso che probabilmente potrebbe essere esteso a qualsiasi altro ambito, dalle scoperte scientifiche alle scoperte geografiche. Marco Polo si sposò nel 1300 a quarantasei anni (46!), dopo il suo famoso viaggio, la battaglia di Curzola e la sua prigionia. Il più famoso degli esploratori, sarebbe mai andato in Catai e rimasto 24 anni (!) se avesse avuto una moglie ad aspettarlo a casa?

E se Beatrice non fosse morta?
Tutti abbiamo sentito parlare delle muse come fonte di ispirazione degli uomini, ma siamo sicuri che le donne siano soltanto una fonte di ispirazione e non piuttosto una fonte di distrazione? Misteriosamente, nella lingua corrente, l’antonimo della parola musa, che sarebbe l’anti-musa, colei che inibisce la creatività, blocca l’ispirazione o provoca sentimenti negativi che ostacolano l’arte, non esiste. La mitologia mette spesso in guardia gli uomini dal potere che possiedono le belle donne di bloccare, frenare, ostacolare, dissuadere, rallentare o frenare la forza vitale maschile, il suo processo vitale generativo o creativo. In parole di Schopenhauer, i giovani uomini «diventano le bestie da soma di una donna», burattini che muovono a loro piacere, Ercole da Onfale o Ulisse da Calipso, per citare solo i più noti esempi. Possiamo forse concedere che le donne siano una fonte di ispirazione per gli uomini quando si tratta di creare opere che riempiono il cuore (versi sublimi a loro dedicati, dipinti meravigliosi che risaltano la loro bellezza, opere di oreficeria che ornano i loro corpi…) ma dubito che la leggiadria femminile riesca a ispirare negli scienziati una formula fisica o una scoperta chimica. Semmai, per loro, può solo essere una fonte di distrazione.
Concludo con il seguente paragrafo a proposito del più grande poeta e padre della lingua italiana (tratto dal libro scolastico Storia della letteratura italiana, G. Getto, Sansoni Editori, Firenze, 1988, p. 46): «La morte della “gentilissima” (Beatrice), avvenuta nel 1290, segna per Dante un periodo di smarrimento, ma anche l’uscita dal mondo troppo chiuso, esclusivo e rarefatto dello stilnovismo, e di conseguenza determina l’ampliamento dei suoi orizzonti culturali e un impegno più concreto con la realtà politica. Innanzitutto, per trovare conforto al dolore per la scomparsa di Beatrice, Dante si rivolge agli studi filosofici, entusiasmandosi tanto per la filosofia “che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero”: da questo momento l’ardore intellettuale e l’ansia di possedere la verità costituiranno altrettanti aspetti fondamentali della sua personalità e della sua poesia». Forse gli amanti dell’arte, del capolavoro dantesco e della lingua italiana possono ringraziare la povera Beatrice della sua prematura morte, che ha affrancato Dante «dalla trappola che la Natura ci tende» e liberato la sua forza creativa.