Grave scivolone per l’ISTAT. Impegnata ad aggiornare i suoi dati sulla “violenza contro le donne” attraverso interviste telefoniche, diversamente dal solito decide di esternalizzare a una ditta esterna le interviste, da realizzare di persona, con donne immigrate. La società in questione è la CSA Research di Firenze le cui operatrici però, stando a quanto riporta “La Verità“, avrebbero falsificato i dati, compilando loro stesse i questionari, dichiarando casi di violenza che in realtà non avevano rilevato. Tutto ciò sarebbe accaduto in un numero tale di casi da falsificare effettivamente le rilevazioni, tanto che l’ISTAT ha deciso di multare pesantemente la CSA Research. Sui social si fanno molte ipotesi: le operatrici hanno falsificato i questionari perché ideologicamente schierate, secondo alcuni; altri sostengono che semplicemente non avessero voglia di lavorare; altri ancora, quelli che forse si avvicinano di più alla verità, sostengono che fossero pagate troppo poco (pare 28 euro a questionario) rispetto al lavoro che veniva richiesto, cioè “andare a caccia” di donne immigrate spesso irreperibili o residenti lontano, con la necessità di spese di trasferta poi non riconosciute. Fatto sta che, nel decidere da che lato far pendere la frode, le operatrici non hanno optato per l’inserimento di dati che smentissero il meme della dilagante violenza contro le donne, ma hanno compilato i questionari in modo da confermare la narrazione dominante.
Tutto ciò invalida le statistiche ISTAT sul tema delle violenze contro le donne, i “femminicidi” e quant’altro? A nostro avviso no. Si è semplicemente trattato di una delle tante anomalie che si determinano quando un ente pubblico esternalizza un servizio a un privato. Per di più l’ISTAT, che poteva tranquillamente far finta di niente e lasciare che i dati risultassero gonfiati, ha reagito severamente, comminando una maxi-multa e, si spera, stornando da calcoli e proiezioni la quota di questionari falsificati. Sbaglia chi oggi si accanisce su questo incidente per mettere in discussione vent’anni di rilevazioni ufficiali sulla violenza maschile contro le donne. Sbaglia perché rischia di puntare tutto su una casualità e di perdere di vista un elemento assai più strutturale e sistemico che mina alla radice gli esiti delle indagini ISTAT. Quali siano le anomalie nel merito ebbe modo di spiegarlo Davide Stasi, fondatore di questo sito, già nel lontano 2019, con un libro, “Violenza sulle donne: le anti-statistiche“, che oltre a essere quasi introvabile oggi, rappresenta un caposaldo della demistificazione della narrazione dominante. E che forse proprio per questo ha generato un monte di guai per il suo autore. Vale la pena, allora, rinfrescare la memoria di chi non ha letto quel libro e oggi fa fuoco e fiamme sui social per un evento causato da qualche operatrice sottopagata, affinché sia chiaro che i problemi sono altri e sono essenzialmente due.

Le vere anomalie delle indagini ISTAT
Il primo è che dal 2006 in poi l’ISTAT, in questo settore guidato dalla femministissima Linda Laura Sabbadini, ha condotto indagini metodologicamente scorrette e ideologicamente orientate, con l’obiettivo non di registrare i dati della realtà, ma di raccontarne una alternativa, quella dove la violenza maschile contro le donne risulta un fenomeno sistemico e strutturale, dilagante e devastante per il tessuto sociale italiano. Se non che quel settore dell’ISTAT è stato particolarmente sfortunato perché quasi ogni pubblicazione dei suoi report è coincisa con la pubblicazione di altri report realizzati da realtà sovranazionali (europee, come la Fundamental Rights Agency) che li smentivano in modo pressoché totale, classificando l’Italia tra i paesi più sicuri per le donne in ambito comunitario. La chiave di tutto è la formula dell’indagine campionaria, quella per cui si intervista un tot di persone e sulla base delle loro risposte si proietta il dato su tutta la popolazione. Diventa dirimente allora come avviene l’intervista e quali domande si fanno. Le indagini, che l’ISTAT ha sempre gestito internamente, cioè senza esternalizzare parte del servizio, sono sempre state condotte attraverso lunghe interviste telefoniche, un metodo notoriamente più “debole” dell’intervista di persona, e utilizzando questionari pesantemente sbilanciati verso la “violenza psicologica ed economica” (70% delle domande), cioè quella che più facilmente può essere soggetta a suggestioni o ricordi distorti.
Per assicurarsi che la distorsione andasse nella direzione giusta, i questionari ISTAT erano (e probabilmente sono ancora) basati sulla registrazione della sensazione, non del fatto. Il tono delle domande è per lo più: “ti sei mai sentita minacciata…”, e non “sei mai stata minacciata”? Da un lato si ha la soggettività, ballerina e indefinita, dall’altro si avrebbe avuto il ricordo oggettivo di un qualcosa che è concretamente accaduto. Non c’è da stupirsi: la virata netta dai fatti reali e oggettivi al sentore individuale e soggettivo è il marchio di fabbrica della trasformazione culturale, legislativa e giudiziaria che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni di azione femminista devastatrice del tessuto relazionale tra uomini e donne, come ampiamente previsto e preparato da varie conferenze internazionali tenutesi negli anni ’90 del secolo scorso. Non a caso, le rilevazioni europee che hanno continuato a smentire l’ISTAT non solo sono state condotte soltanto con colloqui personali, ma i loro questionari sono tutti basati sulla rievocazione di fatti circostanziati e mai su sensazioni e sentori. A questo si aggiunga un elemento comunicativo chiave: le indagini campionarie servono per suggerire un trend: essendo frutto di interviste su campione, prima di dichiararle specchio preciso della realtà servono prove e controprove. Il modo corretto di comunicarne gli esiti richiede cioè l’ampio uso di verbi al condizionale: “stando all’indagine campionaria effettuata, le donne vittime di violenza maschile in Italia potrebbero essere X milioni”. Suona decisamente diverso da “sono X milioni”, non è vero?

Il problema ideologico dell’ISTAT
Eppure l’ISTAT in primis, e ancor più i pennivendoli nostrani, non si sono fatti problemi a spacciare come fatti acclarati quelle che sono mere ipotesi tutte da verificare. Se non che, andando alla ricerca della prova e della controprova, la narrazione si schianta, come sempre, contro la realtà. Una realtà che per l’Italia parla di uomini condannati per violenza “di genere” con una media negli ultimi vent’anni di 3.000 all’anno, pari all’8-10% delle denunce presentate (su questo si è arrivato in alcune sedi a parlare di “magistratura maschilista”, dimenticando che oltre il 60% è costituito da magistrate…). È quella stessa realtà che conta tra le 30 e le 40 le donne uccise da uomini per motivi di gelosia, aberrazione del possesso, incapacità di accettare un no o una separazione, tutti moventi riconducibili alla fumosa definizione di “femminicidio”, che come tale rappresenta un fenomeno meno che fisiologico nel nostro paese (checché ne dica il monolite femminista Lidia Ravera). Dove sono dunque i milioni di donne vittime di violenza di milioni di “mezzi uomini”, come recitava un noto e scandaloso manifesto criminalizzante del 1522? Negati da ricerche concorrenti condotte in modo assai più rigoroso e smentiti dai dati sulle condanne in Italia, essi esistono soltanto nella necessità di un apparato di potere ideologizzato che ha esteso i suoi tentacoli ovunque, perseguendo l’obiettivo programmato di devastare le relazioni tra i sessi, in particolare sbriciolando la figura maschile (e paterna) con lo stigma dell’eterno carnefice e quella femminile con lo stigma dell’eterna vittima. Pura narrazione. Racconto fantasioso di una realtà che però, numeri alla mano, spoglia il re e lo addita in tutta la sua schifosa nudità.
A questo primo problema di carattere metodologico nelle indagini ISTAT su questo tema, se ne affianca poi un secondo, non meno grave e che, se si vuole, sta a monte di tutto. Condurre indagini sulla violenza maschile contro le donne e fermarsi lì significa concepire pregiudizialmente che quella sia l’unica violenza esistente, o per lo meno quella più importante di tutte. Il che sarebbe accettabile se l’indagine fosse promossa e condotta da associazioni o sette femministe, mentre lo è molto meno quando il promotore è lo Stato, che per sua natura dovrebbe voler verificare la situazione sociale a 360 gradi. Eppure non si registrano indagini ISTAT sulla violenza contro i minori, gli anziani, i disabili, quella inter-partner nelle coppie non eterosessuali e, tanto meno, quella femminile sugli uomini. Per l’ISTAT, dunque per lo Stato italiano, si tratta di violenze di serie B. In un caso anzi, quello della violenza femminile sugli uomini, sono violenze che non esistono proprio. Questo è un altro aspetto della narrazione che si schianta contro la realtà della cronaca quotidiana, ma anche contro iniziative private di natura accademica e associativa che, con poche risorse, cercano di colmare il gap statistico pubblico. Ultima in ordine di tempo quella promossa dal centro antiviolenza Ankyra di Milano e condotta da un pool di esterni, che ha dimostrato una volta di più come il problema delle rilevazioni ISTAT non sia affatto la presenza di qualche operatrice “infedele”, come capitato in questi giorni, bensì una stortura sistemica e strutturale di natura ideologica, votata a garantire a un sesso il riconoscimento del ruolo di vittima, con tutte le contromisure e i privilegi che ne conseguono, e a negare quello stesso riconoscimento all’altro. D’altra parte come può un eterno carnefice essere anche vittima?